Fabrizio Di Ernesto

Iran smentisce possibilità che Russia utilizzi basi militari

Per il momento non sono allo studio piani militari che permettano alla Russia di utilizzare le basi iraniane. Lo ha fatto oggi, tramite il proprio portavoce, il ministro degli Esteri di Teheran Bahram Qasemi. Le autorità iraniane hanno ricordato che attualmente tra Teheran e Mosca esiste una forte cooperazione di base in molte zone e che i due paesi perseguono interessi comuni nella regione medio-orientale, precisando tutta via che in futuro la possibilità che la Russia possa utilizzare le basi iraniane è legata agli sviluppi futuri.

Nei giorni scorsi il ministro della Difesa iraniano, Hossein Dehghan, aveva annunciato che il suo paese era pronto a concedere alla Russia l’utilizzo della base di Hamadan.

Intervistato dal portale russo “Sputnik”, il consigliere del ministero degli Esteri iraniano Hossein Sheikholeslam aveva detto: “Ci tengo a sottolineare che non abbiamo messo la base militare a completa disposizione delle Russia. La base aerea appartiene all’Iran e tutte le attività che si svolgeranno sul suo territorio avverranno sotto il nostro stretto controllo. Gli aerei russi hanno ricevuto la nostra autorizzazione ad effettuare i voli da questa base per compiere la loro missione d’attacco degli obiettivi dei terroristi in Siria… Se la Russia avrà la necessità di utilizzare questa base e si troverà un accordo con la controparte russa, allora l’Aeronautica militare russa potrà avvalersi della base aerea per compiere la sua missione in Siria, ma, ribadisco, esclusivamente sotto il controllo delle nostre forze armate. Se dovesse richiederlo la situazione in Siria, come la volta precedente, siamo pronti a riconfermare l’autorizzazione alla Russia per l’utilizzo di questa base militare”.

L’aeronautica russa aveva iniziato ad utilizzare la base lo scorso agosto nell’ambito della lotta contro i miliziani delle Stato islamico in Siria.

Si fa sempre più intensa ad ogni modo la cooperazione militare tra i due paesi. Il portavoce della commissione per la Sicurezza nazionale e politica estera iraniana Hossein Naqavi Hosseini, ha annunciato che la Russia ha completato la consegna al paese di tutte le componenti del sistema di difesa aerea S-300, e i due paesi hanno concordato di sviluppare la cooperazione logistica e tecnica per l’utilizzo di quei sistemi. Il parlamentare ha aggiunto che Teheran non ha più motivo di perseguire l’esposto alla Corte di arbitrato internazionale per la sospensione dell’accordo nel 2010.

Libri. Terrorismo – dove è Nato – chi lo Usa, di Claudia Berton

“Negli ultimi anni ha imperversato la libertà di menzogne, menzogne che i fatti poi puntualmente smentiscono per chi vuol vedere, ma senza che il grande pubblico ne venga informato”.

Nel mondo si parla sempre più di minaccia terroristica, ma come è nato e si è sviluppato questo fenomeno? Prova a spiegarlo Claudia Berton nel volume Terrorismo – dove è Nato e chi lo Usa, disponibile per i tipi della Dissensi edizioni.

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Per Maduro ha inizio nuova geopolitica energetica mondiale

L’accordo raggiunto all’interno dell’Opec, l’organizzazioni dei paesi esportatori di petrolio, segnerà una nuova geopolitica mondiale. Questo il parere del presidente venezuelano Nicolas Maduro commentando l’accordo raggiunto ieri dalle parti per stabilizzare il mercato dell’oro nero.

“Oggi – ha detto Maduro – è nata una nuova geopolitica petrolifera mondiale. Tutti i grandi paesi produttori sono uniti per giungere alla stabilizzazione del mercato e per l’istituzione di un prezzo equo”.

Maduro ha anche annunciato che il Venezuela per evitare che il prezzo  del petrolio sia influenzato dagli speculatori presenterà un’apposita proposta sia ai paesi Opec sia a quelli che non ne fanno parte.

Ieri i paesi Opec hanno raggiunto un accordo che prevede il taglio di 1,2 milioni di barili al giorno (Mbd) ponendo il tetto massimo della produzione a 32,5 Mbd. L’intesa, raggiunta a Vienna, entrerà in vigore nel gennaio 2017 ed avrà una validità di sei mesi ed eventualmente potrà essere prorogato per altri 6 mesi. Per valutare il rispetto dell’intesa l’Opec ha anche deciso l’istituzione di un comitato di sorveglianza ad alto livello composta dai ministri del Petrolio di Algeria, Kuwait e Venezuela.

Proprio il Venezuela, svolgendo l’importante ruolo di mediatore, è riuscito a mettere d’accordo le parti portando Arabia saudita e Iran, da sempre rivali e nemici, a giungere ad un compromesso. Teheran, fresco della fine delle sanzioni, non voleva ridurre la produzione e ha ottenuto di mantenerla a 3,78 milioni di barili al giorno mentre l’Arabia Saudita, che è il secondo produttore al mondo di petrolio dietro agli Stati Uniti, ha accettato di farsi carico di quasi la metà del taglio totale.

Colombia, Senato approva nuovo accordo con Farc

Il Senato della Colombia ha approvato con 75 voti a favore e nessun contrario il nuovo accordo di pace con le Forze rivoluzionarie della Colombia – esercito del popolo (Farc-ep).

Il voto unanime del Seanto è giunto dopo una maratona di 12 ore in cui sono stati ascoltati tutti i partiti, il capo della delegazione del governo Humberto de la Calle, i sostenitori dell’accordo e gli avversari di questo, le organizzazioni civili, e i parenti delle vittime delle Farc. Atteso per oggi il via libera della Camera dei rappresentanti che appare scontato.

Al termine del voto il presidente del Senato Mauricio ha parlato di “giornata storica”, ricordando anche il ruolo svolto dal dibattito dagli oppositori dell’accordo. Soddisfatto anche Roy Barreras, presidente della commissione Pace del Senato, che ha detto: “La pace è ormai cosa fatta”.

Dopo la controfirma degli accordi il parlamento bicamerale di Bogotà avvierà la presentazione del disegno di legge di amnistia per fornire ai guerriglieri che abbandoneranno le armi le tutele concordate.

Il nuovo accordo tra le parti è stato siglato lo scorso 24 novembre dal presidente Juan Manuel Santos e dal comandante delle Farc Rodrigo Londono. L’intesa sostituisce l’accordo bocciato dal referendum dello scorso 2 ottobre e non sarà sottoposto a voto popolare. Il nuovo accordo tra le due parti prevede modiche rispetto a quello respinto considerate però insufficienti dall’opposizione, che ha appoggiato il “no” al referendum del 2 ottobre. Di fatto, il partito di Uribe, Centro Democratico ha definito il meccanismo con il quale sarà varata la nuova intesa un “golpe contro il popolo e la democrazia”, giacché non sarà confermata con un referendum ma appunto solo dal Parlamento, nel quale il governo sa di contare sui voti necessari per il via libera definitivo.

Indicando le prossime tappe previste dopo la luce verde del parlamento, Santos ha ricordato quello che ha definito il “D day”, e cioè il raggruppamento degli ex guerriglieri in alcune aree prefissate, sotto il controllo Onu e l’avvio della consegna delle armi da parte degli ex combattenti Farc.

“In 150 giorni, appena 150 giorni, tutte le armi delle Farc saranno nelle mani delle Nazioni Unite e le Farc quale gruppo armato non esisteranno più”, ha aggiunto il capo dello Stato.

Una (II) repubblica fondata sulle riforme

Nel suo girovagare per l’Italia nel tentativo di convincere gli italiani a votare Sì il prossimo 4 dicembre, il premier Matteo Renzi ama ripetere che il nostro paese aspetta queste riforme da 30 anni. Una frase bella e ad effetto che però non corrisponde minimamente alla realtà visto che dal ’94 ad oggi in appena 6 legislatura sono state varate circa 60 riforme. Un dato che un presidente del Consiglio non può non conoscere ma evidentemente sfuggito a Renzi.

Dalla fine della I Repubblica “riforme” appare infatti la parola più utilizzata dai politici italiani e tutti i governi che si sono succeduti in questi anni hanno varato una qualche riforma, anche se dopo ogni cambio di maggioranza abbiamo spesso abbiamo assistito alla controriforma, senza dimenticare quelle annunciate e mai varate.

Molte le riforme promesse da Berlusconi e dal suo primo governo anche se alla fine il bilancio è stato alquanto misero: abolizione degli esami di riparazione per volontà dell’allora ministro D’Onofrio e Riforma delle pensioni, il cui iter iniziò durante il governo del Cavaliere ma fu portata a termine dal successivo governo Dini; con la nuova norma venivano stabiliti nuovi requisiti d’età e di anzianità.

Nella legislatura successiva, quella che vide al potere la sinistra con quattro diversi governi in cinque anni, varie le riforme da citare in diversi settori. La scuola fu al centro dell’attenzione in ogni ordine e grado per mano del ministro Berlinguer che operò con un paio di norme con finalità differenti: la prima stabilì l’innalzamento dell’obbligo scolastico, cambiò l’esame di maturità, che si svolgeva in modalità sperimentale dal 1968, ed introdusse il concetto di autonomia scolastica, una delle norme per cui oggi molti istituti non hanno a disposizione fondi per pagare i supplenti. Venne varata anche una complessa riforma dei cicli scolastici che venne però cancellata nella successiva legislatura dalla nuova maggioranza di centrodestra. Sempre l’ex rettore dell’Università di Siena riformò poi l’università applicando il sistema europeo basato sul cosiddetto 3+2, con una laurea di primo livello che si consegue dopo 3 anni ed una magistrale al termine di un successivo biennio. Sempre in quegli anni arrivò una prima riforma della giustizia che introdusse piccole novità tra cui la possibilità per gli avvocati di svolgere indagini, alcune norme che nelle intenzioni dovevano sveltire i procedimenti e soprattutto rese il primato del contraddittorio, la terzietà del giudice e la ragionevole durata del processo dei principi costituzionali.

Sempre in quegli anni arrivano poi le prime, ancora timide, liberalizzazioni di Bersani che in seguito diventerà famoso per le sue lenzuolate durante il II governo Prodi; una prima timida riforma del mondo del lavoro con il pacchetto Treu che diede la prima regolamentazione ufficiale al lavoro interinale in Italia; più o meno in contemporanea venne varata la legge Draghi sulle Opa e la scalata alle società quotate in borsa. La più complessa e importante riforma varata dal centrosinistra in quegli anni è però sicuramente quella relativa al Titolo V della Costituzione che di fatto introdusse il federalismo sottraendo competenze esclusive allo Stato centrale ed affidandole alle Regioni; successivamente il centrodestra provò a fare una propria legge sul tema per cambiare la normativa ma gli italiani in un referendum del 2006 bocciarono le proposte di Lega e Casa delle libertà mantenendo in vigore il testo varato durante il II governo Amato.

Il “riformismo all’italiana” ha probabilmente avuto il suo periodo più fecondo tra il 2001 ed il 2006 sotto la maggioranza di centrodestra. Famosa è la legge Biagi in merito al mondo del lavoro che offre una forte flessibilità in entrata e non molte tutele in uscita, che prende il nome dal giuslavorista che lavorò alla testo ma venne ucciso dai brigatisti prima dell’approvazione di questo pacchetto. Venne modificato il fisco tramite una riduzione delle aliquote, vennero abolite le tasse di successione e donazione. Come già accennato nel comparto scolastico venne abolita in parte la norma voluta da Berlinguer con la nuova riforma Moratti che agì prevalentemente sulle materie di studio e che nelle superiori introdusse, quanto meno negli istituti professionali, periodi di apprendistato da affiancare a quelli passati in aula, oltre ad una rivisitazione complessiva dell’ultimo ciclo scolastico. Con la legge Bossi-Fini venne rivista la norma in materia di immigrazione, tra le altre riforme principali va sicuramente ricordata quella relativa alla legge elettorale che introdusse il Porcellum e concesse il diritto di voto agli italiani all’estero.

Tra le altre riforme degne di menzione quelle relative al Diritto fallimentare, a quello societario e per gli enti di ricerca. Capitolo a parte invece quello della riforma dell’ordinamento giudiziario fortemente voluto dall’allora guardasigilli Roberto Castelli; questa prevedeva la separazione delle funzioni, una nuova disciplina per la formazione e la selezione dei magistrati, una nuova disciplina, più meritocratica, per l’avanzamento di carriera, una nuova organizzazione delle procure ed un forte decentramento funzionale. Nel 2005 il governo approvò la nuova disciplina ma nel 2006 la maggioranza di centrosinistra abolì la riforma varando quella del nuovo ministro di Giustizia Clemente Mastella, che in pratica riportava la situazione al 2004. Altra riforma tentata fu quella delle pensioni che sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2008 ma che un anno prima fu stoppata da una norma voluta da Prodi e dal ministro del Lavoro Damiano che sostanzialmente lasciò la situazione che si era creata con la norma Dini. Nella XV legislatura, durata appena due anni, detto della controriforma Mastella e di quella pensionistica una sola la riforma degna di nota: quella di Bersani sulle liberalizzazioni. Le famose lenzuolate dell’ex segretario Pd stabilirono, tra l’altro, l’abolizione del tariffario per gli ordini professionali, una forte tracciabilità dei pagamenti, e la portabilità gratuità del mutuo da un istituto di credito ad un altro. Per quanto riguarda la successiva legislatura da menzionare la riforma Brunetta sul Pubblico impiego, l’introduzione del federalismo fiscale, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e una tentata riforma energetica che prevedeva il ritorno al nucleare per fini civili, norma abrogata dagli italiani tramite referendum. Tutte misure nate sotto il IV governo Berlusconi. La più famosa e importante riforma dell’ultimo lustro si è però compiuta sotto il governo Monti per volontà dell’ex ministra Elsa Fornero che accelera il passaggio ad un sistema contributivo pro-rata per tutti i lavoratori, innalzando i requisiti necessari al pensionamento.

Anche il governo Letta, durato poco meno di un anno ha provato a fare alcune riforme, ma sceglie di puntare su una Bicamerale composta da 42 membri che però a causa delle difficoltà dell’esecutivo non vedrà mai la luce.

La prima riforma varata dal governo Renzi, che aveva annunciato una riforma al mese, è quella elettorale. Tra molti malumori nella stessa maggioranza Pd e Ncd varano infatti l’Italicum, sistema elettorale valido solo per la Camera dei deputati che prevede liste bloccate, ballottaggio tra i due partiti più votati al primo turno e premio di maggioranza in nome della governabilità. Più in meno in contemporanea con la legge elettorale il governo riforma anche il mondo del lavoro con il Jobs Act che prevede contratti a tutele crescenti per i lavoratori e la possibilità per i datori di lavoro di licenziare il personale, anche con contratto a tempo indeterminato pagando un indennizzo legato all’anzianità del dipendente.

Legato al Jobs Act la riforma della Pubblica amministrazione, riforma Madia, che prevede tra l’altro la possibilità di licenziare i dipendenti statali, la riorganizzazione delle forze di polizia e la soppressione del Corpo forestale dello Stato.

La riforma più importante stilata e varata dal governo dell’ex sindaco di Firenze è sicuramente quella Costituzionale che prevede profondi mutamenti nel Senato, non più eletto dai cittadini ma composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica in carica per 7 anni; la riscrittura del Titolo V con una revisione delle competenze tra Stato ed enti locali; la soppressione delle Province.

Anche il governo Renzi si cimenta nella riforma della Giustizia con un decreto-legge relativo allo smaltimento dell’arretrato nel processo civile e alcuni disegni di legge relativi al contrasto alla criminalità organizzata e ai patrimoni illeciti, alla responsabilità civile dei magistrati, all’efficienza del processo civile, alla riforma organica della magistratura e dei giudici di pace e la riforma del libro XI del codice di procedura penale. Collegati alla riforma della giustizia anche la depenalizzazione di alcuni reati più lievi e l’abrogazione di altri.

Le mani del governo hanno riformato anche la Rai.

Una sentenza della Consulta che aveva bocciato e dichiarato incostituzionale la Riforma Fornero obbliga il governo a rivedere anche le pensioni. Dal I agosto 2015 viene così restituito una tantum di parte della pensione persa sotto il governo Monti sotto forma di assegno, per tutti quelli che percepiscono meno di 3200 euro lordi al mese. La misura riguarda 3,7 milioni di pensionati, per un gettito stimato in due miliardi e 180 milioni. Prevista anche la reintroduzione a pieno regime dell’indicizzazione pensionistica con un leggero aumento della rivalutazione sempre per i redditi fino a 3200 euro.

La Buona scuola determina invece una vera e propria rivoluzione nell’istruzione. Con questa riforma il governo cerca di risolvere l’annoso problema delle graduatorie ad esaurimento degli insegnanti. I precari vengono ora assunti su tutto il territorio nazionale in base alle preferenze provinciali espresse dagli stessi insegnanti, norma di fatto scritta dalla corte di Stasburgo che ha condannato l’Italia per non aver regolarizzato i tanti docenti che avevano svolto supplenze per oltre 36 mesi. La riforma determina anche una forte contrazione degli insegnanti di sostegno che tornano a lavorare solo sui casi più gravi, come venti anni fa, e non più sui Bes, maggiori poteri ai presidi per quanto attiene alle assunzioni.

Venezuela, dal governo nuovi stanziamenti per migliorare il paese

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha annunciato che il governo bolivariano di Caracas destinerà nuovi fondi alla promozione del settore cultura, della sanità, della rete idrica che rappresentano le priorità per il paese, tramite il miglioramento delle infrastrutture in diverse aree del paese. Tutte queste risorse ha spiegato: “Serviranno a migliorare il benessere dei cittadini”.

Tracciando un primo bilancio dell’anno che volge al termine Maduro ha elencato i buoni risultati ottenuti dal paese spiegando che i risparmi saranno assegnati per completare i lavori infrastrutturali già intrapresi e per i cittadini.

Per quanto attiene al settore cultura saranno stanziati 235 milioni di bolivares destinati al Piano bicentenario per la riaffermazione della coscienza storica del popolo. Più nello specifico questi fondi saranno utilizzati per la ristrutturazione della rete museale venezuelane e per il centro di storia Ezequiel Zamora. Altri 500 milioni di bolivares saranno invece destinati alla creazione di posti di lavoro nella cultura attraverso la realizzazione di nuovi festival.
per sistemare la rete idrica saranno invece stanziati 286 milioni di bolivares.

Lo stato di Carabobo, nella parte centrale del paese, riceverà invece 907 milioni di bolivares per il rafforzamento della rete ospedaliera ed ambulatoriale.

Per quanto riguarda lo stato di Merida, nella parte occidentale del paese, Maduro ha invece autorizzato lo stanziamento di 2.586 milioni di bolivares per il completamento di 126 infrastrutture.

Sarà poi accelerato in tutto il paese il Piano Opere e infrastrutture 2017-18.

Vietnam rinuncia a progetto per la costruzione delle centrali nucleari

Il parlamento vietnamita di Hanoi ha deciso oggi, martedì 22 novembre, di accantonare il progetto per la costruzione delle prime due centrali nucleari nel paese. La decisione è stata presa dal governo che ha trovato l’accordo con il parlamento per la ratifica ufficiale. L’esecutivo ha deciso di sospendere il progetto perché allo stato attuale importare energia dai paesi produttori risulta più economico rispetto alla realizzazione delle due centrali ed ha preferito spostare gli investimenti verso infrastrutture più urgenti. Rispetto alle stime iniziale la spesa era già lievitata a 18 miliardi di dollari

Il progetto per la costruzione delle centrali è stato approvato dall’Assemblea nazionale nel 2009 e prevedeva la realizzazione di due centrali nucleari con una capacità combinata di 4.000 megawatt; mentre contratti di costruzione erano stati assegnati ad aziende provenienti da Russia e Giappone. Inizialmente la costruzione era stata prevista per il 2014 ma era già stata rinviata più volte, tanto che sarebbe dovuta iniziare nel 2020.
nell’ottobre 2013 Usa e Vietnam hanno firmato un accordo proprio nel settore dell’energia nucleare. L’accordo venne sottoscritto dal segretario di stato americano John Kerry e dal ministro degli esteri vietnamita Pham Binh Minh a Bandar Seri Begawan, nel Brunei, a margine dell’ottavo vertice dell’Asean (l’associazione dei Paesi del sud-est asiatico).

Tale accordo prevede tra l’altro la possibilità dell’esportazione di tecnologie nucleari statunitensi in Vietnam.

Inizialmente il governo di Hanoi aveva stilato un programma per la costruzione di 8 centrali entro il 2027, e per le prime due, come già accennato, erano stati presi accordi con Russia e Giappone; per le rimanenti sei il governo vietnamita aveva deciso di puntare su Francia, Cina, Canada Corea del Sud e appunto Usa.

Maduro tende la mano a Trump

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha teso la mano al neo presidente statunitense Donald Trump, che entrerà in carica a gennaio, nell’auspicio che le relazioni diplomatiche tra i due paesi possano normalizzarsi. Il primo mandatario della repubblica bolivariana ha infatti ribadito che lui ed il suo popolo aspirano ad avere le migliori relazioni nel rispetto reciproco con gli Stati uniti, con la popolazione nordamericana ed il neo presidente Trump.

Nel suo intervento Maduro ha auspicato un rapporto di stima reciproca, rispettoso dell’autodeterminazione del popolo del Venezuela affinché Caracas possa continuare a sviluppare al meglio il proprio modello di sovranità ed indipendenza.

Il presidente indiolatino ha anche ricordato gli errori commessi da George W. Bush durante i suoi otto anni alla Casa Bianca e quelli compiuti poi da Barack Obama nel suo doppio mandato auspicando che l’amministrazione Trump possa invertire la tendenza e non commettere gli stessi sbagli. Maduro ha anche aggiunto che a breve invierà una lettera ad Obama per chiedergli di abrogare, prima della fine del suo mandato, il decreto che definisce il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria”.

Da quando l’ex presidente venezuelano Hugo Chavez ha vinto le elezioni presidenziali portando il paese verso l’emancipazione da Washington i rapporti di Caracas con gli Usa sono molto complicati, sebbene il Venezuela abbia cercato in tutti i modi di mantenere rapporti cordiali e rispettosi con il potente vicino. Di contro gli Usa invece hanno adotto numerose decisioni unilaterali e applicato sanzioni ai danni del Venezuela.

Nel marzo 2015 il presidente statunitense Obama aveva annunciato l’implementazione di nuove sanzioni contro il paese sudamericano per presunte violazioni dei diritti umani e ha dichiarato lo stato di “emergenza nazionale” per il “rischio straordinario” rappresentato dalla situazione in Venezuela per la sicurezza interna degli Stati uniti.

Santa Madre Russia a Roma

Sarà presentato sabato 3 dicembre a Roma presso l’Hotel Tre fontane in via del Serafico 51 alle ore 16,30 il libro Santa Madre Russia del giornalista e saggista Fabrizio Di Ernesto. La presentazione è realizzata in collaborazione con l’associazione Azione frontale.

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A 25 anni dalla caduta dell’Urss e dalla fine del comunismo, Mosca è tornata a recitare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale.
Dopo le fallimentari esperienze di Gorbaciov e Eltsin la Russia era una nazione in declino e appariva destinata a diventare parte integrante del Terzo mondo, dopo essere stata per molti anni la seconda Potenza del globo. Quando tutto per i russi sembrava perso dal cilindro della storia è uscito fuori Vladimir Putin, fino al 1999 oscuro agente Kgb.
Oggi al suo terzo mandato presidenziale, con la prospettiva di governare fino al 2024, il Nuovo Zar ha ridato alla Russia il suo antico splendore utilizzando il petrolio ed il gas, ovvero quei beni che la grande finanza internazionale aveva provato a spartirsi dopo la dissoluzione dell’Urss. Un politico così ovviamente non può piacere all’Occidente che non può far altro che accusarlo di non rispettare i diritti umani.
Dalla sua parte ci sono però i russi che continuano a sostenerlo a spada tratta. Putin è riuscito a creare per il suo Paese una fitta rete di collaborazioni internazionali che hanno saputo mettere Mosca al riparo perfino dagli effetti delle sanzioni decise dall’Occidente come ritorsione dopo che il Cremlino ha riportato tra i confini nazionali la Crimea.
Contrariamente a quanto i media, anche italiani, vorrebbero far credere Putin merita appieno un posto nella storia, e non del tutto in negativo.

Ecuador e Cina rafforzano la collaborazione economica e politica

Ecuador e Cina sono pronte a rafforzare la collaborazione economica bilaterale. Questo in sostanza lo scopo del viaggio del presidente cinese Xi Jinping in Ecuador, la prima nel paese indio-latino.

Ieri al suo arrivo a Quito il presidente cinese è stato accolto dal primo mandatario ecuadoriano Rafael Correa che ha subito sottolineato come il contributo finanziario della Cina sia stato determinante per la trasformazione del suo paese. Come accennato sopra l’incontro è destinato a rafforzare le relazioni economiche e amichevoli tra i due paesi.

A Palazzo Corondolet, nella capitale Quito, Correa ha più volte il ribadito il sostegno offerto da Pechino all’Ecuador specificando che gli aiuti cinesi “a differenza di quelli del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale sono incondizionati e prevedono anche il trasferimento di tecnologia”.

Al termine dell’incontro a porte chiuse il presidente Correa ha sottolineato “la chiara volontà politica dei governi di entrambi i paesi di creare un forte legame basato sulla fiducia, il rispetto e la complementarità reciproca”; sempre il primo mandatario ecuadoriano ha poi elogiato “l’eccellente stato delle relazioni bilaterali” tra il suo paese e la Cina, che sono stati rafforzati dopo la sua visita a Pechino nel gennaio 2015 aggiungendo che nel corso di questa visita sarà sigillato un accordo strategico completo che rappresentare il più importante per la Cina tra tutti quelli sottoscritti con gli altri paesi.

Sempre Correa ha poi ricordato che il contributo finanziario della Cina è stato determinante nella trasformazione dell’Ecuador nei settori dell’energia, in quello minerario,delle infrastrutture e della sicurezza.

Oggi intanto alla presenza di Xi Jinping sarà inaugurata la centrale idroelettrica Coca Codo Sinclair; si tratta del più corposo investimento nella storia dell’Ecuador realizzato con l’aiuto finanziario della Cina.