Fabrizio Di Ernesto

In Bolivia si è creato un pericoloso vuoto di potere

Non si placano le tensioni in Bolivia dopo le dimissioni del presidente Evo Morales e l’asilo concessogli dal Messico, con il primo mandatario statunitense Donald Trump che ha parlato di «momento significativo per la democrazia».

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La Bolivia tra golpe bianco e il nuovo oro bianco

Alla fine sotto la pressione della piazza e con la comunità internazionale che suggerimento degli Usa continuava a gridare al golpe invocando nuove elezioni, Evo Morales si è dimesso.

Rischia così di chiudersi una delle esperienze politiche più longeve e costruttive dell’America indiolatina.

Costituzione alla mano, varata dallo stesso Morales, il presidente uscente non avrebbe potuto correre per il quarto mandato, anche se l Supremo Tribunale Elettorale (Tse) della Bolivia aveva dato il via libera riconoscendo nella possibilità di candidarsi un diritto inviolabile degli uomini.

Nonostante gli attacchi delle opposizioni e di parte della comunità elettorale Morales aveva poi vinto le presidenziali al primo turno quando per poche migliaia di voti aveva ottenuto più del 10% dei voti del secondo arrivato. Da lì erano iniziate le proteste di piazza delle opposizioni cui nei giorni scrosi si sono uniti anche settori operanti nell’area privata di agricoltura e miniere ed infine i vertici delle

forze armate e della polizia, nonostante l’annuncio di Morales di nuove elezioni.

Morales ha spiegato, in una breve dichiarazione che la decisione di dimettersi deriva “dall’obbligo di operare per la pace. Mi fa molto male che ci si scontri fra boliviani e che alcuni comitati civici e partiti che hanno perso le elezioni abbiano scatenato violenze ed aggressioni. È per questa ed altre ragioni che sto rinunciando al mio incarico inviando la mia lettera al Parlamento plurinazionale”.

Come spesso capita però le ragioni degli attacchi internazionali a Morales partono da lontano e poco o nulla hanno a che vedere con la democrazia.

Nei tanti anni passati al potere, a differenza di altri leader regionali, Morales non è mai stato accusato di essere un dittatore o di affamare il proprio popolo, anzi aveva sempre operato una forte redistribuzione del reddito. Ad inizio anno aveva anche annunciato un nuovo ambizioso progetto: fare del suo paese il primo produttore mondiale di litio.

Col senno di poi questo annuncio potrebbe anche aver avuto un ruolo decisivo negli attacchi degli ultimi giorni.

La Bolivia infatti detiene la metà delle riserve al mondo di questo materiale, ed il maggior sfruttamento delle miniere di Pascoli e Uyuni, nella regione di Potosì, e in quella di Coipasa, nell’Oruro, dovrebbero permettere a La Paz di diventare il primo esportatore al mondo di questo metallo garantendo nei prossimi tre anni profitti per circa un miliardo di dollari.

E perché la volontà di intensificare lo sfruttamento di questi giacimenti avrebbe comportato la caduta di Morales, da sempre considerato vicino alla Russia e ostile agli Usa? il litio è il più leggero degli elementi solidi, molto diffuso in natura sotto forma di composti; è usato in piccole quantità per la preparazione di leghe speciali, e in medicina, sotto forma di sali, nella cura della gotta e di altri disturbi, anche di tipo neuro-psichiatrico; il litio però è soprattutto indispensabile materia prima nella produzione di batterie per quei veicoli elettrici che entro dieci anni saranno un terzo del parco automobilistico mondiale, il litio è infatti chiamato “oro bianco” ed andrà a sostituire quindi il ben più noto “oro nero”.

Europa league: la Lazio perde la terza partita su quattro ed è con piede fuori

Con appena 3 punti dopo altrettante partite e con 2 sconfitte in trasferta la quarta giornata di Europa league è già da dentro o fuori per la Lazio che a Roma deve battere il Celtic per tenere accesa le speranze di qualificazione.

Turn over ridotto rispetto alle precedenti occasioni, il tecnico Simone Inzaghi manda in campo una formazione abbastanza vicina alla migliore, fuori Correa in dubbio anche per domenica contro il Lecce, e con Immobile e Caicedo non al meglio. Fuori Radu e Cataldi per squalifica il tecnico piacentino prova a rilanciare Vavro al centro della difesa, prova accettabile la sua, e Jony sulla fascia, che offre l’ennesima prova incolore.

Nonostante il buon avvio come già in Scozia la Lazio cede sul finale e complice il successo del Cluj nell’altro incontro del girone i capitolini devono solo vincere le ultime due partite del girone con il rischio concreto che altri sei punti potrebbero non bastare.

 

La cronaca: la Lazio parte bene e dopo aver conquistato un paio di calci dalla bandierina ed aver sfiorato il golo con una botta di Jony da fuori ad impensierire il portiere al minuto numero 7 passa con il solito gol, 15 in stagione con la nazionale, di Ciro Immobile in un vero e proprio momento di grazia.

La partita si mette subito nel modo preferito per gli uomini di Inzaghi che si mettono ad aspettare gli scozzesi e ripartire in velocità. Al minuto 20 sempre Immobile sfugge agli avversari e aggancia un lancio lungo ed entra in area ma proprio mentre sta per calciare gli avversari recuperano su di lui e l’occasione sfuma.

La partita viene controllata dalla Lazio, il Celtic ci prova ma non riesce mai ad impensierire Strakosha, o almeno non lo fa fino al minuto 38 quando la solita amnesia prima di Milinkovic-Savic poi di Acerbi permette al Celtic di conquistare palla al limite dell’area dei capitolini e a Forrest di battere a rete indisturbato.

La Lazio però come scossa dal gol preso sfiora il nuovo vantaggio tre volte in due minuti, complice anche una goffa uscita del portiere scozzese su un corner calciato dalla sinistra.

Il secondo tempo si apre con un Celtic molto più arrembante che staziona con insistenza dalle parti dell’estremo difensore dei capitolini, arrivando a sfiorare il vantaggio in almeno un paio di occasioni.

Al minuto 58 inizia il valzer dei cambi, Inzaghi toglie Leiva ed uno spento Jony per inserire Lulic e Luis Alberto per dare più consistenza e pericolosità alla manovra laziale.

La mossa scuote la Lazio che torna a farsi vedere nell’area avversaria ed al minuto 68 con un bel colpo di testa di Milinkovic-Savic su assist di Acerbi mette a dura prova il portiere Forster.

La Lazio insiste ma con scarsa precisione, molta confusione e poca fortuna, Immobile reclama un rigore per un possibile tocco con il braccio di Ajer ma per la terna arbitrale è tutto regolare.

Al minuto 77 primo cambio tra gli ospiti, fuori Christie e dentro Ntcham.

Al minuto 82 Inzaghi si gioca l’ultimo cambio: fuori Vavro e dentro Berisha, con Lulic che scala a fare il terzo dietro e Acerbi che torna nel suo ruolo di centrale di difesa. Lennon risponde richiamando in panchina Elhamed per Bitton.

A 5 dalla fine prima Lazzari e poi Caicedo impegnano il portiere scozzese che però si oppone in entrambe le occasioni.

Un minuto dopo è Milinkovic-Savic e sfiorare il gol dopo una magia di Luis Alberto.

All’89simo ultimo cambio anche per gli scozzesi, fuori Forrest per Bauer.

I 5 minuti di recupero sono una lenta agonia per i laziali che proprio negli ultimi secondi subiscono il gol della sconfitta ad opera di Ntcham. Scozzesi matematicamente ai sedicesimi per la Lazio inferno dell’eliminazione ad un passo.

Ancora una volta le riserve non si mostrano all’altezza e denunciano per l’ennesima volta come, eccezion fatta per Lazzari, anche l’ultima campagna acquisti estiva sia stata fallimentare e poco o nulla funzionale al rafforzamento della compagine capitolina. Per puntare al quarto posto a gennaio servono investimenti concreti e non le solite scommesse a parametro zero e infortunati in via di guarigione del duo Tare e Lotito che se già in estate fanno poco mercato in quello invernale sono soliti restare in letargo.

 

Formazioni:

Lazio: Strakosha; Acerbi, Vavro, Luis Felipe; Jony, Milinkovic-Savic, Lucas Leiva, Parolo, Lazzari; Immobile, Caicedo. All.: Inzaghi. A disp.: Guerrieri, Patric, Berisha, Luis Alberto, Lulic, Adekanye.

 

Celtic: Forster; Elhamed, Jullien, Ajer, Hayes; Brown, McGregor; Forrest, Christie, Elyounoussi; Edouard. All.: Lennon. A disp.: Gordon, Taylor, Bitton, Sinclair, Bauer, Morgan, Ntcham.

Nuove tensioni tra Russia e Ucraina

Torna la tensione tra Russia e Ucraina dopo che Kiev, tramite il ministro dell’Energia Aleksej Orzhel, si è detta pronta ad interrompere il transito del gas proveniente da Mosca.

Il rappresentante di Kiev ha spiegato che i volumi di gas negli impianti di stoccaggio sotterranei sono tali da consentire di superare la stagione invernale senza ulteriori approvvigionamenti, pur senza escludere la possibilità di siglare un nuovo accordo fra Naftogaz, la compagnia ucraina di distribuzione, e Gazprom, il colosso energetico russo che gestisce le attività di export attraverso i gasdotti diretti verso l’Europa in scadenza a fine 2019.

La presa di posizione ucraina arriva dopo che nei giorni scorsi il Cremlino aveva ribadito di non aver intenzione di sospendere il transito del gas anche se nel caso si rendessero disponibili percorsi alternativi.

Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, aveva anche sottolineato come da parte di Kiev non fosse emersa la chiara volontà di giungere ad un nuovo accordo perché “la Russia avrà ora l’opportunità di assicurare le forniture dai consumatori occidentali, grazie a rotte alternative. Ciò non vuol dire che se ne approfitterà”.

A novembre sono previsti nuovi colloqui tra i due paesi per definire un nuovo accordo che permettere al gas russo di transitare attraverso l’Ucraina per giungere in Europa occidentale ma le ultime tensioni potrebbero complicare il cammino e quindi penalizzare i paesi che si riforniscono da Mosca.

Cile: la popolazione continua a chiedere un nuovo modello di stato non liberista

Non si placano le proteste che da un paio di settimane stanno interessando il Cile e che hanno già obbligato il presidente Sebastian Pinera a tornare sui propri passi, anche se ad essere sotto accusa non è solo il governo ma tutto il neoliberismo economico.

Nonostante le forti repressioni operate dai Carabineros de Chile, vari settori popolari nella capitale, Santiago, e in altre regioni del paese, continuano ad organizzare assemblee per costruire una serie di proposte sociali, economiche e politiche per chiedere un nuovo modello di Stato.

Le richieste più frequenti sono quelle di rivedere il modello neoliberista, in vigore nel paese dai tempi del dittatore atlantico Augusto Pinochet, e che ha prodotto una profonda disuguaglianza sociale.

Il governo, già costretto nei giorni scorsi a tornare sui propri passi, però non appare intenzionato a rivedere il modello statuale ed infatti diverse assemblee sono state represse a Santiago e nelle regioni come Valparaíso e Concepción; i cittadini riferiscono che la polizia attacca le manifestazioni e le assemblee, nonostante la loro natura pacifica.

I manifestanti denunciano che l’appello al dialogo promosso dal presidente Pinera si limita a concordare le scelte politiche con i settori imprenditoriali lasciando intatto l’attuale modello politico e socioeconomico.

Il numero delle assemblee popolari si è intensificato, dopo che i settori indigeni e dei lavoratori si sono uniti alle massicce mobilitazioni e hanno aperto “cabildos” per discutere delle questioni e delle eventuali proposte da avanzare al governo.

Secondo l’Istituto Nazionale per i Diritti Umani, dall’inizio delle proteste popolari 4.316 persone sono state arrestate e in cinque casi sono state presentate denunce per omicidio.

Bolivia: Tribunale elettorale ribadisce trasparenza voto

Il voto per le presidenziali in Bolivia si è svolto in assoluta trasparenza e legalità e le organizzazioni politiche devono rispettare l’esito delle volontà popolare. Lo ribadisce il Supremo tribunale elettorale della Bolivia (Tse) attraverso un dettagliato rapporto in cui vengono confermati i risultati che hanno visto la vittoria di Evo Morales.

Nel documento si legge come sia infondata l’accusa che il Movimento al socialismo, il partito di Morales, abbia ottenuto in alcuni zone più vote dei votanti registrati anche perché non esiste alcuna prova a supporto di tali tesi.

La corte ha ribadito anche che, secondo il sistema di trasmissione dei risultati elettorali preliminari (Trep), i voti sono registrati come indicato nel verbale e che questi vengono controllati anche da osservatori internazionali; molte polemiche erano sorte perché i primi risultati diffusi non sembravano anticipare la successiva vittoria di Morales.

Come anticipato sopra, i funzionari del Tse hanno ribadito la completa trasparenza elettorale e hanno esortato le organizzazioni politiche a rispettare il lavoro e la volontà della popolazione, “il voto e i risultati sono sacri, perché rappresentano la sacra volontà popolare”.

Inoltre, i membri del Tse hanno anche espresso la loro disponibilità a svolgere audizioni con organizzazioni internazionali perché “non abbiamo problemi, non abbiamo nulla da nascondere”.

L’Argentina peronista non piace ai mercati

L’elezione di Alberto Fernandez alla presidenza dell’Argentina, ottenuta con il 48,1% contro il 40,4 del presidente uscente Mauricio Macri, ha riportato il peronismo al potere nel paese indiolatino ma la scelta degli elettori non è piaciuta ai mercati che hanno subito presentato il conto.

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La Brexit come la tela di Penelope. Si farà nel 2020. Forse

Ancora un rinvio per la Brexit che ora potrebbe avvenire il 31 gennaio 2020, salvo anticipi da escludere o nuovi slittamenti che non sarebbero certo una novità.
A Westmister si continua a discutere di elezioni e di come uscire dall’Unione europea, anche se più passano i mesi e più la Ue sembra un carcere impossibile da abbandonare.

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Cile: il popolo in piazza costringe Pinera a piegarsi

Nel Cile del presidente Sebastian Pinera dopo 10 giorni di proteste il popolo ha ottenuto una significativa vittoria costringendo il capo dello Stato a tornare sui propri passi.

Nella serata di ieri il primo mandatario di Santiago ha infatti firmato il decreto con cui è stato rimosso – dalla mezzanotte di oggi – lo stato di emergenza in tutto il paese. La misura, fa sapere la presidenza cilena, viene varata con l’obiettivo di “contribuire a far recuperare la normalità istituzionale al Cile. Il capo dello stato ha avviato da sabato la progressiva revoca del coprifuoco e dello stato di emergenza, promettendo di voler estendere il provvedimento a tutto il paese, “se le circostanze lo avrebbero permesso”. Una decisione con la quale Pinera intendeva riconoscere la progressiva normalizzazione del paese, premiando lo svolgimento pacifico della imponente manifestazione che aveva chiamato nella capitale oltre un milione di cittadini.

Con il passare dei giorni le manifestazioni di protesta si erano fatte sempre più intense e corpose fino ad arrivare a quella di venerdì che ha visto oltre un milione e 200 mila persone riversarsi sulle grandi Alamedas, fino a Plaza Italia; senza considerare quelle svoltesi nelle altre città.

Messo sotto pressione dalla piazza il presidente alla fine ha dovuto cedere chiedendo a tutti i ministri di dimettersi per formare un nuovo esecutivo in grado di rispondere alle nuove richieste. Nel corso di una conferenza stampa Pinera ha inoltre reso noto di aver “proposto al Parlamento una profonda ed esigente agenda sociale” per “poter avanzare con urgenza verso un miglioramento delle pensioni dei nostri anziani e del reddito dei nostri lavoratori, nonché verso la stabilizzazione dei prezzi dei servizi di base”.

Al grido di “Il Cile si è svegliato” la popolazione ha ottenuto un grande successo politico pagato però a caro prezzo; secondo gli ultimi dati ufficiali divulgati dal governo le proteste hanno causato 19 morti e il ferimento di 33 persone tra la popolazione civile e 22 tra le forze dell’ordine. L’Istituto nazionale dei diritti umani (Indh) riferisce dell’arresto di 2.410 persone, segnalando che i feriti per gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sono 535, di cui 210 per colpi di arma da fuoco.

Argentina: il peronista Fernandez è il nuovo presidente

Con oltre il 47% dei voti il peronista Alberto Fernandez è il nuovo presidente dell’Argentina. Lo ha annunciato l’autorità elettorale argentina. Il presidente uscente, il liberista filostatunitense Mauricio Macri si è fermato al 41,4% dei consensi. Per la legge locale per essere eletti già al primo turno bisogna ottenere almeno il 45% dei voti o ottenerne almeno il 10% in più del secondo se ci si ferma al 40.

Questa tornata elettorale serve anche a rinnovare 130 seggi della Camera dei deputati, 24 del senato e 43 del Parlasur, il parlamento del Mercato comune dell’America del Sud composto da Argentina, Brasile, Paraguay ed Uruguay. Il partito del presidente “Il Fronte di tutti” è dato in testa da tutti i sondaggi.

Per Fernandez, che come vice avrà l’ex capo di stato Cristina Fernandez de Kirchner il duro compito di risollevare l’economia locale dopo le politiche ultra liberista del suo predecessore resistendo alle pressioni del mondo finanziario e dell’Fmi che a questo punto potrebbe non rinegoziare il prestito già concesso a Macri.

Secondo le stime degli analisti il paese indiolatino chiuderà il 2019 con una recessione del 2,7% (la settima più grave al mondo), segnerà un’inflazione di quasi il 60% ed una disoccupazione ufficiale del 10,6%, la più alta degli ultimi 12 anni. Inoltre il Paese, chiamato ‘il granaio del pianeta’ per la sua capacità di sfamare 600 milioni di persone, ha oltre il 35% della sua popolazione in povertà.

Pe certi versi in Argentina si tratta di un ritorno al passato visto che per la terza volta nella sua storia gli elettori chiedono a Peron ed ai suoi eredi politici di risollevare il paese dai disastri del liberismo atlantico.