Fabrizio Di Ernesto
Annunci

Bolsonaro attacca un’America indio-latina ad ispirazione bolivariana

Il primo mandatario brasiliano Jair Bolsonaro parlando a Davos nel corso del Worl Economic Forum ha ribadito la sua visione conservatrice dell’America indio-latina attaccando i governi non allineati alle politiche di Washington e di ispirazione bolivariana.

Parlando in Svizzera il presidente del Brasile ha espresso la propria soddisfazione per la svolta a destra effettuata negli ultimi anni da Argentina, Colombia, Paraguay e Cile rimarcando la propria opposizione a qualsiasi movimento di sinistra, socialista o bolivariano che ancora è al potere nella regione. “Non vogliamo – ha sottolineato – un America bolivariana come quella che abbiamo già avuto il Brasile”.

Pur condannando le politiche bolivariane e le “rivoluzioni bolivariane” Bolsonaro ha comunque reso omaggio alla figura di Simon Bolivar, tra i principali artefici dell’emancipazione dei paesi indio-latini che però, per dovere di cronaca, ha poco o nulla in comune con la sua visione della politica e dalla società.

Per quanto riguarda l’integrazione dei paesi della regione attraverso il Mercato comune del Sud (Mercosur), una delle tante strutture di integrazione politica ed economica volute dall’ex presidente venezuelano Hugo Chavez, il presidente brasiliano ha precisato che non darà la priorità a tali partenariati, ma anzi, al contrario, si concentrerà sulla creazione di affari con le grandi aziende globali perché “molti dettagli devono ancora essere perfezionati all’interno dell’organizzazione”.

Annunci

Diversi militari incarcerati per tentato golpe in Venezuela

Sono 27 i membri delle Forze armate nazionali bolivariane (FANB) sono detenuti per il loro presunto coinvolgimento in un assalto a un quartier generale militare che avrebbe dovuto aprire la strada ad un golpe in Venezuela.

A riferirlo Diosdado Cabello, Vice Presidente del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), precisando che i militari saranno processati secondo la legge in vigore. La quasi totalità degli arrestati, 25, sono stati fermati nel corso dell’assalto al quartier generale delle Fanb mentre altri due sono stati raggiunti in seguito dagli uomini delle forze di sicurezza per il loro presunto coinvolgimento.

Attualmente sono in corso indagini interne alle forze armate che cercare di capire ulteriori coinvolgimenti e i collegamenti dei i papaveri con eventuali funzionari stranieri che potrebbero aver offerto supporto logisti, organizzativo e materiale. Probabile quindi che a breve il numero delle persone fermate aumenti.

“La giustizia – ha precisato Cabello – si prenderà cura dei detenuti e coloro che devono essere sorvegliati secondo il grado di responsabilità; ma essendo militari ed avendo assaltato un’installazione militare, saranno soggetti alla legislazione militare”.

Anche la presidenza dell’Assemblea nazionale costituente (ANC) il parlamento di Caracas che ha al vertice lo stesso Cabello, ha espresso la sua solidarietà e ha ringraziato il FANB, affermando che l’obiettivo di questa operazione era di generare disordini nella città e creare ansia ma che “la Rivoluzione bolivariana non terminerà in questo modo”.

Cabello ha infine ribadito l’impegno del popolo bolivariano a partecipare alla grande marcia in programma domani, mercoledì 23 gennaio che partirà da tre diversi punti di Caracas, e che porterà al cuore Piazza O’Leary della capitale venezuelana.

Libano chiede reintegro Siria in Lega Araba

Il governo libanese, nel corso della I sessione del vertice arabo di sviluppo economico e sociale di Beirut, tramite il ministro degli Esteri Yebran Basil ha affermato che la sospensione della Siria dalla Lega Araba decretata nel 2011 è stata un “errore storico” sottolineando la necessità di un sostegno tra le nazioni arabe chiedendo il reintegro di Damasco nell’organizzazione.

L’esponente libanese ha spiegato che “le nazioni arabe non sanno come prendersi cura l’una dell’altra e ci scambiamo la colpa per la sofferenza dell’intera regione invece di creare piani per alleviarla”, sottolineando l’importanza per le nazioni della regione di iniziare a costruire anziché a distruggere.

Su posizioni simili si è espresso anche il vice segretario generale della lega, Hosam Zaki, che ha detto di considerare il ritorno della Siria un evento “inevitabile e naturale”, precisando che la sua affiliazione è stata solo sospesa e che quindi Damasco mantiene il suo posto nell’organizzazione.

La Siria è stata sospesa dalla Lega Araba nel 2011 dopo l’inizio del conflitto armato e non ha partecipato alle decisioni o ai lavori svolti nell’organizzazione; negli ultimi mesi fa le truppe del presidente siriano Bashar al Assad, sostenute da quelle russe e iraniane, e dai i miliziani di Hezbollah ha hanno respinto i terroristi islamici di Daesh, spesso sostenuti dai paesi occidentali che puntavano a rovesciare il governo ed imporre un cambio di ordinamento.

Nelle ultime settimane diversi paesi della regione hanno espresso l’intenzione di ripristinare le relazioni bilaterali con la nazione araba.

Difesa russa, strategia missilistica Pentagono provocherà nuova corsa armamenti

Secondo i vertici della difesa russa la nuova strategia di difesa missilistica statunitense provocherà una nuova corsa agli armamenti minando la stabilità globale.

La dichiarazione moscovita è arrivata dopo che nei giorni scorsi la stampa specializzata statunitense ha pubblicato la nuova politica missilistica made in Usa che prevede una nuova serie di sensori spaziali e altri sistemi high-tech per rilevare e abbattere più rapidamente i missili in arrivo. Una strategia ufficialmente ideata per contrastare lo sviluppo militare di Russia e Cina e le potenziali minacce provenienti dalla Corea del Nord e dall’Iran.

Secondo il ministero degli Esteri russo la nuova strategia americana dimostra “il desiderio di Washington di assicurarsi un dominio militare incontrastato nel mondo” e che l’espansione del sistema difensivo del Pentagono provocherà “inevitabilmente una corsa agli armamenti nello spazio con conseguenze negative per la sicurezza e la stabilità internazionale”.

Il presidente Usa Donald Trump nel corso di un discorso al Pentagono, ha dichiarato che lo spazio è il nuovo dominio bellico e ha promesso che gli Stati Uniti svilupperanno un sistema di difesa missilistica senza rivali per proteggersi da minacce ipersoniche.

Il ministero degli Esteri russo ha descritto la revisione del Pentagono come un tentativo di riprodurre i piani di difesa missilistica del presidente Ronald Reagan “Star Wars” su un nuovo livello tecnologico e ha esortato l’amministrazione Trump a “rinsavire” e ad avviare colloqui sul controllo delle armi con la Russia.

Gli Stati Uniti accusano Mosca di testare e dispiegare un missile che ha violato le disposizioni del Trattato INF che proibisce la produzione, il collaudo e l’impiego di missili balistici e da crociera terrestri con una gittata da 500 a 5.500 chilometri; Washington ha aggiunto che sospenderà i suoi obblighi del trattato se il russo non entrerà in conformità entro il 2 febbraio.

La Russia con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov non ha negato il lancio del missile, precisando però che questo è avvenuto nel raggio consentito dal Trattato, sottolineando: “Se gli Usa pensano che la portata sia eccessiva, devono avere immagini satellitari o qualcos’altro, ma non ci hanno mostrato niente”.

Algeria: presidenziali convocate per il 18 aprile

Le elezioni presidenziali algerine si terranno il prossimo 18 aprile.

Lo ha stabilito il presidente Abdelaziz Bouteflika tramite un decreto emesso oggi e subito rilanciato dall’ufficio presidenziale del paese.

Per il momento non è dato sapere se il capo dello Stato, in carica dal 1999, correrà per un quinto mandato, anche in considerazione del fatto che dopo essere stato colpito da un ictus nel 2013 che lo ha costretto sulla sedia a rotelle appare in pubblico sempre più di rado. La Costituzione algerina consente comunque all’attuale presidente di candidarsi per un nuovo mandato di cinque anni.

La campagna elettorale dovrebbe quindi partire a breve, mentre un’altra data importante giungerà poco dopo, a febbraio, quando è previsto il deposito delle candidature.

Sono molte le sfide che attendono il più paese africano; in primis c’è il nodo della crisi economica, il paese è legato soprattutto alle esportazioni di idrocarburi e l’andamento del prezzo del greggio ha penalizzato il paese.

A livello politico manca una qualsiasi alternanza politica, nonostante i problemi di salute Bouteflika viene dato in vantaggio in tutti i sondaggi.

C’è poi il problema legato alla sicurezza interna, il lungo confine con la Libia è sempre più instabile e spesso zona franca per contrabbandieri e criminali comuni.

Venezuela denuncia ad Onu ingerenze Usa a Caracas per preparare un golpe

Jorge Arreaza, ministro degli Esteri del Venenzuela ha denunciato al segretario generale dell’Onu, Antonio Gueterres, le continue ingerenze degli Stati Uniti negli affari interni di Caracas nel tentativo di preparare un golpe.

Il rappresentante del governo bolivariano, nel corso di una conferenza stampa, ha ricordato che negli ultimi 5 anni si è registrata una “permanente interferenza, intromissione e ingerenza degli Stati Uniti, della sua amministrazione, della sua élite di governo e dei suoi paesi satelliti per provocare, come loro stessi hanno detto, un cambio di regime per vie non costituzionali”,

Arreaza ha ricordato “l’infame” decreto del marzo 2015 con cui l’allora presidente Usa, Barack Obama, dichiarava il Venezuela “una minaccia straordinaria alla sicurezza degli Stati Uniti”. Un documento che ha portato a un “incremento degli attacchi e delle aggressioni contro il paese”, ha detto il ministro segnalando che il Venezuela subisce un blocco economico simile a quello che Cuba soffre da quasi sessanta anni. Caracas denuncia il fatto che il sistema finanziario e bancario internazionale ha preso progressivamente le distanze dal paese per timore delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, elemento che rende ancor più difficile il compito di fornire beni e servizi alla popolazione.

Bolivia ha assunto presidenza Celac

La Bolivia ha assunto la presidenza annuale della Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi, ricevendo il testimone da El Salvador. Nella cerimonia, che si è svolta ieri lunedì 14 gennaio, le funzioni presidenziali sono state assunte da Diego Pary, ministro degli Esteri boliviano che ha ribadito la volontà del governo di Evo Morales di rispettare gli impegni dell’agenzia per lo sviluppo dei paesi della regione indio-latina.

Pary ha poi sottolineato l’importanza del dialogo come strumento principale per risolvere conflitti o dispute, nonché sulla via allo sviluppo multilaterale in America Latina e nei Caraibi. “Esortiamo – ha spiegato – i paesi membri ad avere un dialogo costante come il nostro miglior strumento di lavoro, perché il dialogo sarà l’unico meccanismo che ci aiuterà a costruire per avanzare o risolvere le differenze”.

La Celac è stata creata nel febbraio 2010 nel corso del “Vertice sull’unità dell’America latina e dei Caraibi” che si svolgeva in Messico. Comprende tutti i paesi delle Americhe tranne Canada e Stati Uniti.

Attualmente rappresenta circa 600 milioni di persone e ne corso degli anni ha assunto un ruolo politico di primaria importanza, rivelandosi l’unica credibile rappresentanza politica dell’intera America latina.

Messico: presidente invita popolazione a non drammatizzare contro furti carburante

Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador “Amlo” ha invitato la popolazione a non farsi prendere dal panico e ad evitare frettolosi acquisti di carburante rassicurando che “presto la situazione di normalizzerà”.

Tramite un messaggio diffuso sulle piattaforme social il capo dello Stato ha spiegato alla popolazione la necessità di sostenere il governo nella lotta contro i furti di benzina invitandoli ad avere fiducia nell’attuale sistema di distribuzione.

“Amlo” ha anche aggiunto che il personale dell’Esercito, della Marina e della polizia stanno monitorando permanentemente gli oleodotti di Pemex (Petróleos Mexicanos) per impedire ulteriori atti di sabotaggio e l’incidenza di questo crimine; “stiamo – ha aggiunto – cambiando il sistema di distribuzione. Abbiamo aumentato i controlli sui gasdotti che prima erano completamente aperti”

Ieri intanto due delle petroliere internazionali da giorni ferme al largo delle acque messicane hanno ripreso a scaricare al porto di Tuxpan, sulla costa orientale del paese.

Le operazione erano state sospese per il poco spazio di immagazzinamento disponibile nelle strutture della Pemex, conseguenza diretta dell’offensiva che il governo ha sferrato contro il furto di carburante nel paese. Un piano che prevede tra le altre cose la chiusura di alcuni oleodotti tra cui quello che fa capo a Tuxpan. Le due petroliere battenti bandiera di malta – “Miss Maria Rosario” e “Hafnia Ane” – hanno iniziato a scaricare, rispettivamente, 300 mila barili di benzina e 50 mila barili di diesel.

America Latina: Paraguay rompe relazioni diplomatiche con Venezuela

Il governo del Paraguay ha disposto la chiusura della sua ambasciata a Caracas con il ritiro immediato del personale diplomatico chiudendo quindi ogni rapporto ufficiale con il Venezuela. La decisione è stata presa in segno di protesta contro l‘avvio del nuovo mandato presidenziale di Nicolas Maduro che si concluderà nel 2025.

La scelta è stata annunciata dal presidente paraguaiano Mario Abdo Benítez che ha detto: “Il governo della Repubblica del Paraguay, nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali e della sovranità nazionale, ha adottato la decisione di interrompere le relazioni diplomatiche con la Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

Il primo mandatario di Asuncion ha affermato di non riconoscere il secondo mandato di Maduro in quanto “risultato di un processo elettorale illegittimo”.

Benitez ha anche rilanciato il suo sostegno all’Assemblea nazionale, il parlamento unicamerale di Caracas, dove attualmente le opposizioni sono maggioranza in seguito alle elezioni del dicembre 2015.

Il Paraguay fa parte del Gruppo di Lima, organizzazione che comprende 14 paesi della regione che si oppongono al Venezuela, e lo scorso 4 gennaio ha firmato il nuovo documento di condanna nei confronti di Caracas. L’unico paese che la settimana scorsa non ha firmato la dichiarazione è stato il Messico.

2019, anno elettorale in mezzo mondo

L’anno che si è appena aperto vedrà molti Stati andare al voto per rinnovare i propri parlamenti; partendo dall’Europa fino ad arrivare in Oceania in tutti i continenti ci saranno elettori chiamati alle urne.

L’appuntamento che più interessa gli italiani è ovviamente quello legate alle Europee del prossimo maggio, le prime post Brexit e che si annunciano come una sfida tra i populisti ed euroscettici da una parte e gli Euroentusiasti dall’altro.

Con l’uscita di Londra dalla saranno 27 i paesi al voto per rinnovare l’Europarlamento con urne aperte tra il 23 ed il 26 maggio, ogni Stato ha la facoltà di stabilire il giorno in cui eleggerà i propri rappresentanti; noi italiani dovremmo trovare le urne aperte domenica 26. Lo spoglio inizierà per tutti alle 23 di domenica.

La perdita di uno stato membro ha portato Bruxelles a rivedere il numero degli eurodeputati, attualmente sono 751, uno è però quello spettante al presidente, a maggio ne verranno eletti 705; dei 73 spettanti alla Gran Bretagna 27 infatti sono stati redistribuiti, l’Italia ad esempio passa da 73 a 76. I restanti 46 per il momento sono stati congelati in attesa dell’ingresso nella Ue di altri paesi.

Salvo colpi di scena, ad esempio crisi di governo o netta affermazione della Lega e del centrodestra alla Europee in Italia dovrebbe votarsi solo per alcune consultazioni amministrative.

Sempre restando nel Vecchio continente, elezioni politiche previste in Ucraina, dove è ancora alta la tensione con la Russia dopo che Mosca ha annesso la Crimea. L’uomo forte di Kiev Petro Porošenko, filo occidentale e pro Usa e Nato punta alla riconferma e facendo leva sulla “minaccia russa” non dovrebbe avere problemi a riconfermarsi per il suo secondo mandato.

Riflettori puntati anche sul voto in Grecia, nel 2015 l’attuale Primo ministro Alexis Tsipras aveva ottenuto la maggioranza relativa grazie ad una campagna elettorale anti Ue ed anti Troika, dopo altri 4 anni di manovre lacrime e sangue per i greci nei sondaggi è dato in netto calo con i Popolari, da sempre filo Ue, indicati come partito di maggioranza relativa; l’incognita ad Atene è rappresentata dai neonazisti di Alba dorata che potrebbero sfruttare il malcontento verso la Troika ed aumentare la propria rappresentanza.

Elezioni politiche si terranno anche in Belgio; qui il partito fiammingo di governo è in testa nei sondaggi rispetto ai rivali socialisti.

Cittadini alle urne per rinnovare i parlamenti locali anche in Romania, testa a testa tra i socialisti – in leggero vantaggio nei sondaggi – e i liberali del presidente Iohannis che punta comunque  alla riconferma, ed in Portogallo, qui il primo ministro uscente, il socialista Antonio Costa viene dato come vincitore anche se per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi probabilmente dovrà stringere accordi con altre forze progressiste.

Presidenziali in programma tra marzo e maggio in Slovacchia, Macedonia e Lituania.

In ambito G8 occhi puntati sul voto in Canada con l’attuale presidente Justin Trudeau in cerca di un terzo mandato.
In America latina due gli appuntamenti su cui gli analisti puntano lo sguardo: le presidenziali in Bolivia e quelle in Argentina.

A La Paz il risultato appare già scritto con la vittoria del presidente uscente Evo Morales grande favorito anche se non mancano le polemiche: in carica dal 2006 per ottenere il quarto mandato ha cambiato alcune norme costituzionali con le opposizioni che sono sul piede di guerra anche se la commissione elettorale locale ha dato il proprio assenso alla candidatura del “presidente indio”.

Grande incertezza a Buenos Aires, il presidente uscente, il conservatore liberista, Mauricio Macri sarà ovviamente in campo per ottenere la conferma anche se le politiche economiche del Capo dello Stato sono fortemente criticate dalla popolazione che potrebbe tornare ad affidarsi a quella che al momento appare la sfidante più credibile, l’ex presidente Cristina Fernandez Kirchner da sempre fautrice di politiche economiche e sociali diametralmente opposte a quelle del presidente uscente.

Urne aperte anche in Uruguay. Il presidente uscente Tabaré Vazquez si ricandiderà per il Fronte Ampio, di ispirazione socialista, ancora non si conoscono i nomi degli sfidanti del Partito nazionale, centrodestra, e del movimento Un solo Uruguay che riunisce i produttori agricoli e si annuncia come terza forza politica del paese.

Sempre nel nuovo mondo elezioni politiche previste anche ad El Salvador, Panama, Guatemala, Guayana, Belize e nella Repubblica Dominicana.

Per quanto riguarda l’Africa, fermo restando l’incognita libica, per la stabilità del Mediterraneo e di riflesso per gli interessi italiani, appaiono di grande importanza le elezioni in Algeria e Tunisia.

Ad Algeri dovrebbe votarsi ad Aprile e potrebbe finire dopo 20 anni l’era del presidente Abdelaziz Bouteflika, che ad 81 anni e nonostante l’ictus che lo ha colpito nel 2013 vorrebbe comunque ricandidarsi.

Delicato anche il voto in Tunisia, attualmente previsto alla fine dell’anno. Dopo la fine della Primavera araba e dopo il Nobel per la pace del 2015, tra i cittadini serpeggia un forte malcontento che rende difficile, allo stato attuale, ogni previsione anche se il presidente uscente Beji Caid Essebsi appare intenzionato a correre di nuovo.

A maggio si voterà in Sudafrica; a febbraio il paese delle 3 capitali ha vissuto una crisi politica che ha portato l’allora presidente Jacob Zuma a rassegnare le dimissioni in seguito ad una mozione di sfiducia del Parlamento ed alla sua sostituzione con il suo vice Cyril Ramaphosa, entrambi dell’Africa national congress. Della crisi interna all’Anc cercheranno di approfittare i liberali di Alleanza democratica ed ai progressisti Combattenti per la libertà economica.

A febbraio urne aperte in Nigeria dove si sfideranno il presidente uscente Muhammadu Buhari e l’ex capo di stato di centrodestra Atiku Abubakar.

Elezioni molto delicate le presidenziali che ad aprile si terranno in Afghanistan, le parlamentari dello scorso anno hanno visto numerosi attentati che hanno causato decine di morti.

Per gli equilibri della regione medio-orientale di fondamentale importanza il voto in Israele, la risi interna al Likud, del premier Benjamin Netanyahu ha spinto quest’ultimo ad anticipare il voto al 9 aprile per arginare la crescita dell’Unione socialista.

Il prossimo anno si voterà anche in Corea del Nord ma qui l’unica incertezza appare quella relativa alla percentuale, bulgara, che otterrà il leader del Partito del lavoro di Corea Kim Jong-un.

Altri paesi dove si terranno elezioni politiche o presidenziali sono l’Indonesia, il Bangladesh, il Kazakistan, l’India, l’Australia, la Namibia, il Malawi, la Guinea-Bissau, il Botswana, la Mauritania ed il Mozambico.