Fabrizio Di Ernesto
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Brasile, Lula invoca giustizia

Tramite una lettera inviata ai vertici del Partito dei lavoratori (PT), che l’hanno letta durante una loro manifestazione, l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha ribadito che la magistratura carioca nei suoi confronti non si è comportata correttamente definendosi “una vittima della farsa giudiziaria Lava Jato – la mani pulite brasiliana – che gli ha impedito di concorrere alle presidenziali ed essere rieletto alla guida del paese” e sottolineando la sua voglia di ottenere giustizia.

“Il Brasile e il mondo – ha scritto Lula nella sua lettera – sanno che il procuratore di Lava Jato, Sergio Moro e il Tribunale Federale Regionale della quarta regione (TRF-4), hanno creato una farsa giudiziaria per impedirmi di essere eletto ancora una volta”.

L’ex capo di stato in più passaggi ha sottolineato il mancato rispetto del suo diritto ad avere un processo equo ed una sentenza super partes e di essere invece stato vittima di un giudizio arbitrario che ha portato alla sua condanna ed alla sua detenzione nonostante le prove presentate dalla difesa che mostravano la sua innocenza.

“Oggi – continua a ancora Lula – sono sicuro di avere una coscienza più limpida di quelli che mi hanno condannato, non voglio favori, voglio solo giustizia, non cambio la mia dignità per la mia liberazione”.

La lettera è stata letta durante la Conferenza internazionale sulla difesa della democrazia, organizzata dal Partito dei lavoratori (PT) che ha visto la presenza di una dozzina di politici di diversi partiti del mondo che si sono radunati da San Paolo.

Attualmente, Lula è rinchiusa in una prigione nella città di Curitiba, dove sta scontando una condanna di 12 anni e un mese per presunta corruzione passiva e riciclaggio di denaro.

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Venezuela: Psuv vince elezioni amministrative

Il Psuv, Partito socialista unito del Venezuela, di cui fa parte il presidente Nicolas Maduro, ha vinto le elezioni amministrative di domenica 9 dicembre aggiudicandosi 142 sindaci su 156. Il successo è stato ottenuto anche grazie alle liste che si sono alleate con il movimento fondato dall’ex presidente Hugo Chavez.

La vittoria è stata certificata anche dal Cne, il Consiglio nazionale elettorale, che ha riferito che il Psuv ha ottenuto il 92,3% dei seggi locali a disposizione; per le opposizioni che da circa 18 mesi sono sul piede di guerra e contestano la linea politica, economica e sociale del Capo di Stato, appena 14 sindaci. Doveroso però segnalare che l’affluenza è stata molto bassa, appena il 27%.

Nonostante la grave crisi economica che ha colpito il paese da segnalare che queste elezioni si sono svolte senza gravi incedenti. I consiglieri locali eletti ieri rimarranno in carica nel triennio 2019-2022.

In totale le elezioni di ieri hanno chiamato al voto oltre 20 milioni di cittadini, per l’elezione di 2.459 consiglieri locali. Alla consultazione hanno preso parte 51 diverse liste.

Pur se penalizzata dalla bassa affluenza, la vittoria del Psuv rafforza la posizione di Maduro alla guida del paese.

Coree: Pyongyang pronto a ratificare accordo per denuclearizzare penisola

Pyongyang sta per ratificatore l’accordo per la denuclearizzazione della penisola coreana. Lo ha confermato il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho nel corso di un incontro con il suo omologo ciniese Wang Yi.

Parlando con la stampa Ri Yong-ho ha ribadito che “l’impegno della Corea del Nord per la denuclearizzazione e il mantenimento della pace e della stabilità nella penisola coreana rimangono invariati”, aggiungendo che il suo paese spera di costruire “la necessaria fiducia reciproca” con gli Stati Uniti.

Da parte sua il rappresentante di Pechino ha spiegato che Cina e Corea del Nord “si muovo nella stessa direzione”

L’incontro tra i due funzionari è avvenuto a Pechino nell’ambito di un tour di Ri Yong-ho per rafforzare la cooperazione tra i due paesi

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha detto che durante l’incontro Wang ha sottolineato che la situazione nella penisola “continua a migliorare” e ha ribadito la volontà di Pechino di continuare a lavorare con Pyongyang per avanzare verso la denuclearizzazione.

“Speriamo che la Corea del Nord e gli Stati Uniti manterranno il loro dialogo”, ha detto Geng, rispettando così le linee guida stabilite dal leader Kim Jong-un e dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel loro storico incontro a Singapore lo scorso giugno.

Bolivia: ratificata candidatura Morales a primarie

Il Tribunale supremo elettorale boliviano (Tse) ha ratificato la candidatura del presidente uscente Evo Morales, alle primarie presidenziali previste nel prossimo gennaio ed alle successive presidenziali di ottobre.

Se Morales dovesse vincere le primarie e le successive presidenziali rimarrebbe al poter per il tempo record di 16 anni. Morales è attualmente l’unico candidato per il Mas, Movimento al socialismo. La decisione del Tse, arrivata in anticipo rispetto alla scadenza prevista per il fine settimana ha però suscitato la reazione delle opposizioni che sostengono che la Costituzione escluda la possibilità di un nuovo mandato per Morales.

L’attuale Capo di Stato ha assunto la carica nel gennaio 2006 e nel 2009 ha fatto approvare una riforma costituzionale che reso possibile la sua elezione per due mandati consecutivi di cinque anni, candidandosi e vincendo nel 2010 e nel 2014.

Nel 2016 si è tenuto un nuovo referendum per una nuova riforma costituzionale mirante a vietare la rielezione delle alte cariche di governo; la maggioranza, per pochi voti il 51,3%, bocciò il referendum ma in seguito la Corte costituzionale ha accolto un ricorso del Mas stabilendo che il veto era incompatibile con l’esercizio del diritto umano di essere eletto abolendo di fatto ogni possibile vincolo.

Oltre a quella di Morales, in tandem con il suo vice, il Tse ha accolto altre sette candidature tra cui quella dell’ex presidente Carlos Mesa, uno dei più accesi critici della campagna contro la nuova corsa di Morales. Mesa, presidente dal 2003 al 2005, correrà in ticket con un ministro del suo governo, Gustavo Pedraza. Respinta una sola delle candidature, quella del Fronte per la vittoria (Fpv), segnatamente per irregolarità nel nome del vicepresidente proposto, Ariel Hurtado.

Serbia invoca aiuto Russia e Cina contro nascita esercito Kosovo

La Serbia ha chiesto a Russia e Cina, storici alleati del paese balcanico, per contrastare la formazione di un possibile esercito kosovaro sostenendo che la nasciata di una formazione militare nella sua (ex) provincia – cha ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza nel 2018 – potrebbe provocare nuovi scontri nella regione.

Il prossimo 14 dicembre infatti il parlamento di Pristina sarà chiamato al voto per trasformare le forze di sicurezza del paese in un esercito regolare. Secondo le autorità di Belgrado questa formazione potrebbe poi essere utilizzata contro la minoranza serba.

Per evitare la formazione di questo esercito la Serbia ha annunciato possibili ritorsioni, senza però entrare nello specifico.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic, ieri, si è incontrato separatamente con gli ambasciatori di Russia e Cina – che non riconosco il Kosovo – ed Usa affermando che “le continue provocazioni kosovare” potrebbero obbligare Belgrado a difendere e tutelare la minoranza serba.

Per Vucic “il comportamento irresponsabile di Pristina potrebbe portare a una catastrofe perché la Serbia non può guardare pacificamente alla distruzione del popolo serbo”.

Le tensioni tra il paese balcanico e la sua ex provincia sono aumentate dopo che il governo del Kosovo il mese scorso ha introdotto una tassa del 100% sulle importazioni serbe, misura considerata una rappresaglia per una fallita richiesta del Kosovo di aderire all’organizzazione internazionale di polizia, l’Interpol, dopo le intense pressioni esercitate da Belgrado.

I rapporti tra Serbia e Pristina sono difficili dai tempi della guerra del 1998-99 in cui sono morte più di 10mila ed utilizzata dalla Nato e gli usa per attuare una brutale repressione ai danni di Belgrado, considerata l’unica responsabilità delle violenze che ha funestato la regione. Dieci anni fa Pristina, sulla spinta di Washington ha dichiarato la propria indipendenza che però Belgrado non ha mai riconosciuto.

Qatar lascerà Opec nel 2019

Il Qatar ha annunciato la decisione di abbandonare l’Opec, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio, nel 2019 anche se parteciperà alla riunione in programma in settimana. Doha ha anche annunciato l’intenzione di dedicarsi alla produzione di Lng, il gas naturale liquefatto, con l’obiettivo di diventarne il principale esportatore mondiale.

La produzione di greggio del Qatar all’interno dell’Opec è abbastanza secondaria e da tempo il paese ha rapporti molto tesi con l’Arabia Saudita, uno dei leader dell’organizzazione.

Saad al-Kaabi, ministro qatariota per gli Affari energetici in conferenza ha spiegato: “dopo 57 anni lasceremo l’Opec a partire dal prossimo gennaio. Siamo un piccolo produttore non possiamo investire tempo e risorse senza avere voce in capitolo su ciò che avviene. Per noi è meglio concentrarci nei settori in cui abbiamo maggiori margini di crescita”.

Attualmente il Qatar produce 600mila barili di petrolio al giorno (bpd), l’Arabia saudita, il principale produttore ed esportatore al mondo, 11 milioni al giorno. Nel settore del Gnl però Doha è un importante produttore con circa 77 milioni di tonnellate annue grazie alla enormi riserve del Golfo.

Nella riunione che si terrà in settimana, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe essere raggiunto tra le parti e la Russia un accordo per ridurre le esportazioni e far così risalire i prezzi diminuiti di circa il 30% negli ultimi 2 mesi. Una settimana fa, in seguito alla decisione di Washington e Pechino di fare una tregua nella loro guerra commerciale ha portato i prezzi a risalire del 5%

Alcuni paesi membri dell’Opec, su tutti l’Arabia Saudita gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto dal giugno 2017 hanno imposto un boicottaggio politico nei confronti del Qatar accusando il paese di sostenere il terrorismo internazionale.

Russia e Argentina firmano intesa per cooperazione sul nucleare

A margine del vertice G20 Russia e Argentina hanno siglato un’intesa bilaterale per la cooperazione nell’ambito energetico; nello specifico il documento sancisce la collaborazione tra i due paesi per lo sfruttamento a scopi pacifici dell’energia nucleare.

L’accordo è stato firmato per Mosca da Aleksej Likhachev, AD di Rosatom la compagnia statale russa per l’energia nucleare, e per Buenos Aires dal titolare del dicastero del Tesoro Nicolas Dujovn. Alla firma erano presenti anche i due capi di stato Vladimir Putin e Maurico Macri.

Parlando dell’accordo Likhachev ha precisato che “le parti contraenti hanno anche adottato la tabella di marcia che segnerà la cooperazione bilaterale nel campo nucleare”, aggiungendo che è allo studio anche la possibilità di costruire centrali nucleari nel paese indiolatino grazie alla tecnologia russa.

Sempre Lokhachev ha poi aggiunto che Rosatom potrebbe sfruttare tante opportunità in Argentina dove, per esempio, “manca la capacità di effettuare un ciclo completo del combustibile”.

Commentando l’intesa raggiunta il presidente russo Putin si è invece detto fiducioso del fatto che con la firma di questo patto “si creeranno le condizioni necessarie per l’attuazione di progetti congiunti su vasta scala”.

Messico, al via era Obrador

Si apre oggi in Messico l’era di Manuel Lopez Obrador “Amlo”, nuovo presidente eletto che sta insediando alla guida del paese centroamericano.

Alla cerimonia sono presenti circa 400 ospiti internazionali in rappresentanza di quasi tutti i paesi del mondo. In Messico, ma non solo, c’è grande attesa per capire cosa farà il nuovo capo di stato, primo esponente di un partito non tradizionale, è esponente del Morena, a ricoprire un simile incarico inoltre ha interrotto l’egemonia della destra al potere da decenni.

Nel tardo pomeriggio italiano, verso mezzogiorno a Città del Messico, il neo presidente terrà il suo primo discorso al termine della cerimonia di passaggio di consegne con il capo di stato uscente Enrique Pena Nieto.
Numerosi, come detto i capi di stato e di governo presenti alla cerimonia. Tra questi sono attesi il presidente cinese Xi Jinping, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, il presidente della Bolivia Evo Morales, il presidente paraguaiano Mario Abdo Benitez e il presidente colombiano Ivan Duque. Conferma la sua presenza anche il presidente del Guatemala Jimmy Morales. Nella lista degli invitati compaiono al tempo stesso la vicepresidente della Costa Rica Epsy Campbell, la vicepresidente dell’Uruguay Lucia Topolanski, il governatore del Belize, Colville Young e la presidente del Suriname, Desiré Delano. Dal Regno Unito è confermato l’arrivo del leader dell’opposizione Jeremy Corbin, mentre per la Spagna sarà presente il re Filippo VI, alla sua “prima” da rappresentante di Madrid a una cerimonia di insediamento. Atteso anche il presidente del parlamento della Corea del nord, Kim Yong-Nam.
La delegazione più folta, anche se con ogni probabilità “orfana” del presidente, sarà quella degli Stati Uniti. La Casa Bianca sarà rappresentata dal vicepresidente Mike Pence.

Nelle scorse settimane le opposizioni avevano criticato la scelta di invitare anche il primo mandatario venezuelano Maduro, anche se Obradr ha spiegato che la sua visione della politica estera “è rispettosa” dell’autonomia dei singoli paesi e contro ogni ingerenza “negli affari esteri di paesi terzi”.

Venezuela chiederà ad Opec di ridurre produzione petrolifera

Nel tentativo di superare la crisi economica che attanagli il paese, il primo mandatario venezuelano, Nicolas Maduro, chiederà all’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, di ridurre la produzione petrolifero globale.

Lo ha annunciato lo stesso Maduro sottolineando come “la strategia petrolifera statunitense” sia la causa della recente crisi che ha colpito il settore petrolifero venezuelano

“Il Venezuela – ha spiegato Maduro – il 6 dicembre proporrà ai paesi che esportano greggio di approvare una riduzione significativa della produzione per bilanciare il mercato e calmierare i prezzi”, maggior disponibilità di petrolio sul mercato infatti significa prezzi più bassi e minori incassi per i paesi che lo esportano.

Parlando dalla sua residenza presidenziale di Palazzo Miraflores Maduro ha spiegato che nelle ultime due settimane il prezzo del greggio è sceso di 18 dollari al barile a causa della manovre degli Usa aggiungendo “il deprezzamento del greggio venezuelano è frutto della strategia petrolifera statunitense per distruggere i prezzi”

Nel tentativo di superare la crisi economica Maduro ha anche annunciato nuove misure a difesa della popolazione tra cui il valore di riferimento del Petro, la criptovaluta lanciata nei mesi scorsi da Caracas.

Medio Oriente: tribunale israeliano proroga custodia governatore palestinese di Gerusalemme

Il tribunale israeliano di Gerusalemme ha deciso la proroga della custodia cautelare di Adnan Gheith, governatore palestinese della città arrestato domenica scorsa dalle forse di sicurezza israeliane, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla vendita di alcuni terreni.

Nello specifico la magistratura ebraica ha esteso la custodia cautelare di Gheith fino domenica prossima. Il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, ha spiegato che le indagini continueranno nei prossimi giorni.

Gheit è stato arrestato 2 volte da ottobre ad oggi, mentre lo scorso 4 novembre le forze di polizia israeliane hanno fatto irruzione nel suo ufficio.

La polizia locale ha precisato che le indagini su Gheith sono incentrate su una presunta collaborazione illegale con le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, che secondo Tel Aviv violerebbe gli accordi di Oslo.

I media israeliani hanno riferito che le autorità hanno indagato sul governatore dopo che le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato un arabo di nazionalità statunitense, Isaam Akel, accusato di essere coinvolto nella vendita di proprietà a Gerusalemme est a un compratore ebreo. Ciò sarebbe in contrasto con la legge che punta ad impedire la nascita di nuove colonie israeliane nei territori palestinesi.

L’arresto del cittadino arabo è stato confermato anche dalle autorità statunitensi, ieri, mercoledì 28, l’ambasciatore Usa in Israele David Friedman, sostenitore dell’insediamento ebraico nella Cisgiordania occupata, ha scritto un tweet precisando “il cittadino statunitense Isaam Akel, è detenuto da 2 mesi per aver commesso il crimine di vendere un terreno ad un ebreo”, chiedendone il rilascio immediato.