Fabrizio Di Ernesto

Da Cina sottomarini, sottocosto, a paesi asiatici

Il governo di Pechino ha deciso di ampliare il numero dei propri partner commerciali nell’ambito della Difesa offrendo sottomarini d’attacco ai paesi litoranei dell’Oceano indiano; attualmente già beneficiano di questi accordi il Bangladesh, il Pakistan e la Thailandia.

La notizia ha ovviamente scosso l’India che vede in quello cinese un tentativo di ostacolare l’indutria bellica di Nuova Delhi e della stessa India come potenza navale regionale. Il Bangladesh è stato il primo paese ad approfittare dei vascelli a buon mercato offerti dalla Cina, acquistando due sottomarini diesel-elettrici usati Tipo 035 (denominazione Nato: classe Ming) nel 2013, ed iniziando ad operarli nel marzo dello scorso anno.
Nell’aprile dello scorso anno, la Thailandia ha concordato l’acquisto dalla Cina di due nuovi sottomarini Tipo 039A (denominazione Nato: classe Yuan), che secondo una fonte del governo di Bangkok costeranno circa 425 milioni di dollari ad esemplare; la Thailandia sta valutando l’acquisto di altri due sottomarini della stessa classe, tra i più silenziosi mai realizzati dall’industria della Difesa cinese.

L’acquisto di sottomarini cinesi da parte di altri paesi della regione consente a Pechino di estendere la propria influenza in diversi settori connessi, oltre a diffondere nell’area dell’oceano indiano una serie di infrastrutture e stabilimenti per la manutenzione e le riparazioni compatibili con la flotta di sottomarini da guerra di Pechino.

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Tunisia nel caos

La Tunisia è ancora nel caso, dopo che nelle ultime tre notti si sono avute proteste contro il carovita e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Khalifa Chibani, portavoce del ministero dell’Interno, facendo il punto della situazione ha cercando di smorzare le polemiche sostenendo che la notte scorsa è stata più tranquilla rispetto alle precedenti, anche se nel frattempo il numero delle persone arrestate è salito a 328. Le autorità nord africane sostengono che tra i manifestanti si sarebbero infiltrato anche diversi terroristi.

Un’imponente dispositivo di sicurezza è stato schierato a Cité Ibn Khaldoun, sobborgo della capitale Tunisi, per prevenire possibili attacchi.
Numerose proteste sono state registrate a Tebourba, a nord di Tunisi, dove un manifestante è morto in circostanze ancora da chiarire lunedì 8 gennaio. Gruppi di giovani si sono riuniti nella periferia sud della capitale, in particolare a Hammam Lif e a Chaabia, incendiando pneumatici e generando scontri con la polizia. A Jbel Lahmar, nella capitale, una pattuglia della polizia è stata presa di mira da una sassaiola. Gli agenti hanno cercato di disperdere gli assalitori usando gas lacrimogeni e cariche di alleggerimento. Altre manifestazioni hanno avuto luogo in altri governatpratorio del paese.

Tra gli eventi da ciatre il treno Tunisi-Sousse a Hammam Lif, località costiera circa 16 chilometri a sud di Tunisi, attaccato da alcuni manifestanti con bombe molotov e coltelli. Le forze di sicurezza sono intervenute immediatamente per contrastare l’assalto, ma gli stessi passeggeri hanno reagito riuscendo a bloccare tre aggressori armati di coltello.

Audio prima puntata Tutto il mondo è paese

La prima puntata di Tutto il mondo è paese, andata ieri in onda su Stapradio.it può essere riascoltata cliccando sul seguente link.

 

Tutto il mondo è paese 9/1/18

Tutto il mondo è paese. Sommario del 9 gennaio 2018

– 2018 anno di elezioni. Russia, Brasile, Venezuela ed Egitto alcuni dei paesi che andranno alle urne;

– Pax olimpica nella penisola coreana;

– Il mistero Ahmadinejad. Per media arabi ai domiciliari ma legale smentisce;

– Giovedì a Santo Domingo riprendono colloqui tra governo Venezuela ed oppositori;

– Un anno di Trump: la sua politica estera. Analisi con il saggista Giacomo Gabellini.

Questo e molto altro ancora nella prima, storica, puntata di Tutto il mondo è paese. Alle ore 18 su Stapradio.it

America latina, ancora tensioni tra Washington e Caracas

Continuano le tensioni tra Usa e Venezuela dopo che l’amministrazione di Washington ha nuove sanzioni contro quattro funzionari venezuelani, con l’accusa di essere coinvolti in azioni di “corruzione e oppressione”. Le sanzioni sono volte a colpire alti ufficiali militari in servizio o in pensione, precisamente l’ex ministro chavista e attuale governatore dello stato di Aragua, generale in pensione Rodolfo Clemente Marco Torres, il generale in pensione ed ex governatore di Bolivar Francisco José Rangel Gomez, il generale della Guardia nazionale bolivariana Faio Enrique Zavarse Pabon, e il tenente generale dell’Esercito e ministro di Frontiera Gerardo José Izquierdo Torres.
Le sanzioni, come riferito dal segretario del tesoro Usa, Steven Mnuchin, prevedono il congelamento di tutti i beni da loro posseduti negli Stati Uniti e il divieto a tutti gli statunitensi di fare affari con loro.
Il Venezuela sta vivendo da mesi una grave crisi politica, scatenata ad aprile, quando le opposizioni hanno iniziato ad organizzare una serie di manifestazioni per protestare contro la politica economica del governo e contro due sentenze con cui la Corte suprema (Tsj) privava il parlamento, controllato dalle forze antigovernative, dei suoi poteri. Gli scontri che ne sono seguiti hanno portato a circa 150 morti e oltre un migliaio di feriti.

L’Assemblea nazionale costituente (Anc), creata a fine luglio dal governo come camera di compensazione delle istanze del paese, non è masi stata riconosciuta dalle opposizioni, le quali – con il sostegno di parte della comunità internazionale – hanno poi contestato il procedimento delle elezioni regionali tenute a metà ottobre.

Venezuela, riprenderà giovedì 11 il dialogo politico per la pace

Riprenderanno la prossima settimana, per la rpecisione giovedì 11 gennaio, a Santo Domingo, gli incontridi dialogo politico per consolidare la pace in Venezuela, Lo riferisce l’emittente Telesur.

Come di consueto a guidare a la delegazione di Caracas ci sarà Jorge Rodriguez, che ha speigato che finalità dei prossimi incontri sarà quella di stabilire i meccanismi necessari affinché il paese superi la condizione di crisi in cui versa.
“Per la prima volta, l’opposizione riconosce che è seduta ad un tavolo di dialogo con il governo del presidente Nicolas Maduro. Ciò implica un livello di rispetto e riconoscimento per il nostro governo, per la nostra rivoluzione che non c’era in passato”, ha detto Rodriguez.

Il tavolo, fortemente voluto dai vertici della Repubblica Dominicana ha fra i punti fondamentali di risolvere la questione delle sanzioni economiche e finanziarie nei confronti del Venezuela, le garanzie elettorali e politiche del popolo venezuelano, e il riconoscimento dell’Assemblea nazionale costituente (ANC), organo voluto da Nicolas Maduro per ricomporre la crisi e mai riconosciuto ufficialmente dall’opposizione.

Secondo Luisa Ortega Diaz, ex procuratore generale del Venezuela ed oggi oppositrice del governo Maduro, questi incontri sono però solo un pretesto del presidente per consolidare il suo potere. “E’ un dialogo senza sbocchi e chi vi partecipa rischia di avallare la commissione di un reato”, ha dichiarato Ortega, affermando che Maduro sta solo “guadagnando tempo”. Ortega ha menzionato al proposito una conversazione avuta con Maduro durante la quale questi assicurava che non avrebbe “lasciato il potere a nessuno”. In queste condizioni, sostiene l’ex procuratrice, “cosa si può negoziare? La sua permanenza al potere? Il riconoscimento dell’Assemblea nazionale costituente (Anc)?”.
Chiamato al voto in ottobre, il Venezuela vive da mesi una grave crisi politica, divampata lo scorso aprile, quando le opposizioni hanno iniziato ad organizzare una serie di manifestazioni per protestare contro la politica economica del governo e contro due sentenze con cui la Corte suprema (Tsj) privava il parlamento – controllato dalle forze antigovernative – dei suoi poteri. Gli scontri che ne sono seguiti hanno portato a circa 150 morti e oltre un migliaio di feriti.

2018, anno di elezioni in Sud America

Anno ricco di appuntamenti elettorali il 2018 per il Sud America dove saranno chiamati al voto i cittadini di quasi tutti i principali paesi della regione.

Primo appuntamento elettorale quello del prossimo 4 febbraio in Costa Rica dove la destra, sostenitorice di Juan Diego Castro dovrebbe facilmente avere la meglio sui rivali, in primis il socialdemocratico Antonio Alvarez Desanti.

A maggio, per la precisione il 27, ci sarà il voto in Colombia. L’attuale presidente Juan Manuel Santos, premio Nobel per la pace 2016 per lo storico accordo con le Farc, non dovrebbe ricandarsi. Gli analisti danno in vantaggio il centrosinistra che schiera l’ex sindaco di Medellin Sergio Fajardo, anche se non è escluso che i partiti più consercatori sfruttando l’eco dell’accordo con le Farc possano alla fine mantenere la presidenza.

Il I luglio saranno i messicani ad andare alle urne per eleggere il successore di Enrique Peña Nieto che ancora non ha sciolto le riserve su una sua ricandidatura, è al potere dal 2012. Il paese centroamericano è srtoricamente schierato a destra ma negli ultimi tempi la sinistra sembra aver recuperato terreno. Difficile a sei mesi dal voto far previsioni.

Tra i paesi che ancora non hanno fissato la data delle nuove presidenziali il Paraguay. L’attuale premier, il miliardario conservatore Horacio Cartes del Partito Colorato, non si ricandiderà aumentando così le speranze di una storica vittoria per i progressisti.

Il 7 ottobre occhi puntati sul Brasile, colosso energetico ed economico che negli anni scorsi ha vissuto una rivoluzione giudiziaria che ha portato alla destituzione di Dilma Rousseff ed alla presidenza Temer.

Grande protagonista l’ex presidente Lula, artefice del miracolo che negli anni passati ha fatto del paese indiolatino uno dei più potenti al mondo. Ancora non si conosce il nome del suo sfidante, quasi impossibile che lo faccia Temer, per nulla gradito ai brasiliano.

Sempre ad ottobre si voterà in Venezuela, paese che ha vissuto un 2017 molto difficile con gli Usa che hanno tentato in tutti i modi di destabilizzare il paese e spodestare il predidente Nicolas Maduro, che comunque ha vinto le elezioni locali dello scorso autunno. L’erede di Hugo Chavez è il naturale favorito ma non sono esclusi colpi di scena, praticamente scontato che se alla fine dovesse vincere Maduro, o un uomo vicino al presidente, la comunità internazionale griderà a presunti brogli.

Tutto il mondo è paese. Su Stapradio dal 9 gennaio

Inizierà il prossimo 9 gennaio alle ore 18 la trasmissione “Tutto il mondo è paese” ideata e condotta da Fabrizio Di Ernesto sulla piattaforma web di Stapradio.

La trasmissione sarà una finestra sul mondo in cui si parlerà di geopolitica e tratterà i principali fatti di politica internazionale.

La messa in onda è prevista per il martedì dalle ore 18 alle ore 19.

Chi vorrà potrà interagiragire con il conduttore ed i suoi ospiti tramite la pagina facebook Tutto il mondo è paese dove già qualche ora prima sarà disponibile un sommario generico della trasmissione con il nome del giornalista o analista che interverrà in diretta.

Dal 9 gennaio Tutto il mondo è paese.

Sintonizzatevi

Russia, Putin ha presentato documentazione per presidenziali 2018

Vladimir Putin correrrà ufficialmente per le presidenziali russe del prossimo anno. Lo “zar” ha infatti presentato oggi alla commissione elettorale centrale (Cec) i documenti necessari per la sua candidatura.

Ua decina di giorni fa, per la precisione lo scorso 18 dicembre, si è aperta ufficialmente la campagna elettorale russa in vista delle presidenziali del 18 marzo. In base alla legge russa i candidati, al momento 14 paritti e 15 aspiranti presidenti, hanno 90 giorni di tempo per presentare i documenti necessari alla Cec, raccogliere le firme, tenere comizi con i loro sostenitori e dibattiti con gli avversari.
Secondo un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi dall’agenzia di stampa “Sputnik” il 67 per cento dei cittadini russi sono pronti a sostenere il presidente in carica Putin. Stando all’indagine l’8 per cento dei votanti ha espresso il proprio sostegno al presidente del Partito liberaldemocratico Vladimir Zhirinovskij, mentre il 4 per cento si sono espressi a favore del leader del Partito comunista Gennadij Zyuganov. Secondo il sondaggio, l’80 per cento dei partecipanti si sono detti soddisfatti nei confronti del capo dello stato in carica. L’indagine è stata condotta il 9 e 10 dicembre su un campione di 3 mila elettori russi.

Energia: russa Rosneft acquista concessioni venezuelana Pdvsa

La Pdvsa, Petróleos de Venezuela, società energetica controllata dal goveno di Caracas, ha annunicato di aver chiuso un accordo con la compagnia russa Rosneft per lo sviluppo di due dei suoi giacimenti di gas offshore per 30 anni.

In base all’intesa siglata dalle due compagnie la compagnia controllata dal governo di Mosca avrà il diritto di vendere tutto il gas estratto dai giacimenti di Patao e Mejillones, anche sotto forma di Gnl. I due giacimenti, secondo un comunicato stampa di Rosneft, ripreso da Oilprice, contengono 180 miliardi di metri cubi di gas naturale, l’obiettivo annuale di produzione è di 6,5 miliardi di metri cubi di gas in 15 anni.

Il gruppo russo non è nuovo ad investimenti nel paese indiolatino ed ha già in essere diverse collaborazioni con la Pdvsa su cinque progetti con riserve stimate in 20,5 miliardi di tonnellate di greggio, pari a 105,265 miliardi di barili. L’azienda russa è uno dei partner importanti del Venezuela e di Pdvsa che, tra l’altro, gli ha concesso i diritti di maggioranza nel suo business statunitense, Citgo, a garanzia di un prestito l’anno scorso. Secondo i dati Rosneft, i prestiti alla società venezuelana arrivano a 6 miliardi di dollari. Non solo la società ma anche il governo di Caracas ha debiti con Mosca, pari a a circa 140 miliardi di dollari, che ha accettato di ristrutturare quando è diventato chiaro che il Venezuela rischiava il default.