Fabrizio Di Ernesto

Governo nicaraguense respinge ingerenze dell’Osa

Il governo del Nicaragua, tramite una dichiarazione del Ministero degli Esteri, ha respinto le azioni interventiste orchestrate dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa), che minacciano la sovranità nazionale.

La presa di posizione del governo di Managua arriva alla vigilia delle dichiarazioni che l’Osa farà domani sulla situazione del paese del centroamerica; le autorità locali hanno già ribadito che però non accetteranno di “discutere o giudicare gli atti di sovranità che il popolo nicaraguense, nell’esercizio dei suoi diritti fondamentali, si impegna a vivere, secondo le nostre leggi e norme sociali”.

“Per i nostri cittadini – continua la nota – è inammissibile che un altro o altri Stati, in aperta violazione del principio di autodeterminazione dei popoli e di non intervento negli affari interni di altre Nazioni, giudichino un altro popolo libero, pertanto rifiutiamo questo incontro illegittimo dalla sua nascita, e noi non vi partecipiamo”.

“Qualsiasi ingerenza straniera negli affari interni del Nicaragua o qualsiasi tentativo di minare tali diritti, minaccia la vita delle persone. È dovere di tutti i nicaraguensi preservare e difendere questi diritti”, ha sottolineato il ministero degli Esteri.

La situazione del Nicaragua rischia di essere ancora più ingarbugliata in vista delle elezioni previste per il prossimo 7 novembre anche perché da tempo gli Usa puntano a scalzare Ortega, da tempo invocano democrazia nel paese, e sembrano utilizzare tecniche già viste nel 2019 in Bolivia quando nonostante la vittoria nelle presidenziali Evo Morales fu costretto a lasciare il paese.

Argentina: vicepresidente Kirchner chiede di ricostruire politiche sociali

Il vicepresidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, ha esortato i giovani a contribuire alla ricostruzione della mobilità sociale ascendente, dove i diritti fondamentali sono consolidati. “Abbiamo bisogno – ha spiegato l’ex presidente del paese indiolatino – di una ricostruzione nazionale che riorganizzi le grandi coordinate che avevamo e che sapevamo costruire”.

La politica peronista ha ricordato che la via d’uscita dalla crisi socioeconomica, generata dall’indebitamento ereditato da Macri con il Fondo monetario internazionale (Fm), deve essere con la seria ripresa della politica e la ricostruzione delle politiche sociali.

“Da più di un anno – ha ricordato – siamo chiusi nelle nostre case dove l’interlocutore era lo schermo televisivo. Da lì non può uscire niente di buono. È giunta l’ora che chi ha insultato il peronismo e ci ha puntato il dito contro ed ha portato i capitali all’estero aiutino il paese a ripartire di nuovo dopo le due pandemie che abbiamo attraversato: il Macronismo ed il coronavirus”.

Fernández de Kirchner ha poi ribadito che intraprendere un dialogo politico serio significa “basarsi sulle richieste dei settori popolari, perché le maggioranze si ricostruiscono di nuovo quando si fanno carico delle esigenze della società e dei bisogni delle persone. Questo è l’unico modo per costruire maggioranze”.

“La pandemia – ha concluso – lasciato un mondo che ha aggravato la situazione di concentrazione e disuguaglianza che esisteva ma anche ha incorporato cose nuove: incertezza e paura del futuro”.

Ue e Ucraina verso lo stoccaggio comune di gas

Stoccaggi in comune di gas naturale, questa è una delle possibilità che l’Unione europea sta valutando per prevenire eventuali carenze energetiche e far fronte alla prevista impennata dei prezzi e che coinvolgerebbe anche l’Ucraina.

L’ipotesi è stata evocata ieri nel vertice fra Unione europea ed Ucraina dove è stato sottolineato che la cooperazione sarebbe «molto benefica» per entrambe le parti, anche «in vista di minori consegne di gas da Gazprom» verso l’Ucraina, che «rappresenta un problema non solo per questo inverno ma anche per i prossimi».

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Argentina: indigeni rivendicano i diritti fondiari al Congresso

Le comunità indigene e i rappresentanti dei popoli indigeni argentini hanno chiesto davanti al Congresso Nazionale di Buenos Aires, nell’ambito della Giornata del rispetto della diversità culturale, di prorogare la Legge 26.160, sull’emergenza territoriale, che, tra l’altro, stabilisce il divieto di sfratto nelle terre che abitano.

Enrique Mamani, presidente dell’Organizzazione delle Comunità dei Popoli Indigeni (Orcopo),

ha sottolineato a proposito della legge che “le tre proroghe esistenti implicano che questa norma debba svolgere un’indagine sui popoli originari, per i quali occorre un bilancio, che non è ancora arrivato, quindi è senza dubbio una legge morta in questo momento”.

I manifestanti hanno anche chiesto l’approvazione di una legge comunitaria che permetta loro di ottenere titoli di proprietà sui loro territori e porre fine all’insicurezza giuridica in cui hanno vissuto fino ad ora.

Lo scorso 6 ottobre il Movimento delle Nazioni e dei popoli indigeni ha evidenziato in un comunicato la necessità che “il divieto di sfratto dei nostri popoli rimanga in vigore, e l’indagine in corso per trovare una giusta soluzione per coloro che abitano queste terre. Ci impegniamo a parlare in tutte le province con deputati e senatori della nazione”.

I manifestanti sono stati ricevuti dai deputati del partito Frente de Todos, in un incontro nel corso del quale la deputata Paula Penacca ha espresso l’impegno del suo movimento a risolvere la questione, sottolineando il rispetto del Governo per la memoria e l’identità di quelle comunità.

La legge 26.160 varata nel 2006 è stata prorogata già tre volte, l’ultima nel 2017 e che scade il 23 novembre; la norma sancisce una serie di diritti che danno luogo a centinaia di riconoscimenti territoriali legati al possesso e alla proprietà di territori tradizionalmente occupati da comunità indigene.

I dati forniti dall’Istituto Nazionale degli Affari Indigeni (Inai), rivelano che fino ad agosto di quest’anno, in Argentina sono presenti circa 1.760 comunità indigene, di cui 1.015 non hanno completato l’indagine territoriale.

Venezuela denuncia all’Onu strategia Usa e Colombia per organizzare un’aggressione militare

Samuel Moncada, ambasciatore di Caracas presso l’Onu ha denunciato l’intenzione degli Stati Uniti (USA) e della Colombia di realizzare un’aggressione militare contro il suo paese attraverso un’operazione “false flag”.

Attraverso una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro Moncada ha messo in guardia sul fatto che le continue dichiarazioni dell’esecutivo colombiano puntano a realizzare un’operazione per attaccare il Venezuela con mezzi militari.

Nella missiva il rappresentante di Caracas ha ricordato quando il primo mandatario colombiano Ivan Duque ha accusato Caracas senza prove di “ospitare criminali come gli insorti Iván Marques e Romaña” e come l’uomo forte di Bogotà abbia suggerito “una dichiarazione degli Stati Uniti”.

Secondo il politico venezuelano la Colombia continua a sostenere che Caracas “oltre ad essere una dittatura, apre porte e finestre alla guerriglia terrorista” sudamericana.

Il nuovo scontro diplomatico tra Caracas e Bogotà è scoppiato mentre in Messico il dialogo tra il governo di Maduro e le opposizioni continua con buoni risultati, ma nonostante il riconoscimento da parte dei paesi garanti e della stessa Onu per il Venezuela per i suoi progressi nel dialogo, il presidente colombiano, mette in dubbio il fatto che le parti possano arrivare ad una soluzione condivisa.

Intervista sulla Libia a Pars Today

Piccola intervista sulla Libia concessa a Pars Today.

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Allarme Taiwan: la Cina pronta all’invasione

«Se la Cina volesse attaccare ora Taiwan, sarebbe già in grado di farlo. Però, continuando ad aumentare il suo potenziale, entro il 2025 avrà ridotto i costi e le perdite al livello più basso possibile e sarà capace di organizzare un’invasione su vasta scala».

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Perù: ha giurato il nuovo governo

Il presidente del Perù Pedro Castillo ha presenziato ieri al giuramento del nuovo governo di Mirtha Vasquez nel corso di una cerimonia tenutasi nella Sala d’oro del Palazzo del governo di Lima.

Il presidente Castillo prende il posto del dimissionario Guido Bellido.

Per quanto riguarda la composizione del governo Carlos Gallardo succede a Juan Callido come ministro dell’Educazione; mentre Luis Roberto Varranzuela assumerà la carica di ministro degli Interni, in sostituzione di Juan Carrasco. Al ministero del Lavoro e della promozione dell’occupazione la deputata di Perù libre Betsy Cháve; Eduardo González sarà alla guida del Ministero dell’Energia e delle Miniere in sostituzione di Iván Merino; José Incio come Ministro della Produzione sostituisce Yván Quispe; e Gisela Ortiz Perea alla Cultura, in sostituzione di Ciro Gálvez.

Il Capo dello Stato ha ratificato anche Óscar Maúrtua come ministro degli Esteri, e Hernando Cevallos a capo del portafoglio Sanità, uno dei settori che più intende promuovere all’interno dell’Esecutivo, soprattutto dopo che il Covid- 19, che ha rivelato tutte le vulnerabilità nel sistema sanitario peruviano.

Solo poche ore prima del giuramento il presidente Castillo aveva accettato le dimissioni “irrevocabili” presentate dal primo ministro Guido Bellido. In precedenza il premier aveva inviato una lettera al capo dello stato lasciando intendere di avere deciso di rassegnare le dimissioni come da lui richieste.    Bellido lascia l’incarico dopo poco più di due mesi e dopo essere stato al centro di critiche per aver mostrato poca preparazione per svolgere il ruolo e per la sua vicinanza al leader del partito Perù libre, Vladimir Cerrò.

Paradisi fiscali: indagati Piñera, Abinader e Lasso

L’inchiesta realizzata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) classificata come “Pandora Papers” sui paradisi fiscali scuote il mondo della politica indiolatina.

Basato sull’esame di oltre 11,9 milioni di documenti sarebbero infatti numerosi i leader politici e i funzionari di alto livello coinvolti in oltre 90 paesi.

Il documento evidenzia che all’interno degli archivi compaiono ambasciatori, sindaci e ministri, consiglieri presidenziali, generali e il governatore di una banca centrale.

Su 35 capi di Stato, in carica o ex, ben 14 sarebbero indiolatini e tra loro figurerebbero il cileno Sebastián Piñera, il domenicano Luis Abinader, l’ecuadoriano Guillermo Lasso, e più di 330 alti funzionari e politici vari.

Tra gli altri personaggi di spicco coinvolti ci sarebbero l’ex primo ministro britannico Tony Blair, l’ex amministratore delegato del FMI Dominique Strauss-Kahn, re Abdullah II di Giordania; il ministro dell’Economia brasiliano, Paulo Guedes.

Tra coloro che hanno posseduto società e trust segreti, secondo Pandora Papers, ci sarebbero anche anche i primi ministri della Costa d’Avorio e della Repubblica Ceca, i presidenti del Kenya e del Gabon e gli ex presidenti di El Salvador, Panama, Paraguay e Honduras.

L’Icij ha precisato che gli Stati Uniti sono diventati una destinazione sempre più appetibile per la ricchezza occultate, sebbene quel Paese ei suoi alleati occidentali “condannino i Paesi più piccoli per aver consentito il flusso di denaro e beni legati alla corruzione e alla criminalità”.

Da parte sua, l’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa ha scritto dal suo account Twitter che sulla base di dati come questi, “vedremo chi è coinvolto in Ecuador, in America Latina e nel mondo ma senza paradisi fiscali non esisterebbe la corruzione ad alto livello”.

Haiti: sindacati annunciano nuova mobilitazione

Vari movimenti sindacali haitiani, compresi quelli dei trasporti e dei subappalti, hanno annunciato sciopereranno lunedì prossimo, il 4 ottobre, per denunciare il clima di insicurezza, rapimenti, sovrapprezzo del carburante e la cattiva gestione della crisi migratoria.

Il portavoce di Força Sindical Para Salvar a Haiti (Fosah), Jacques Anderson Desroches, ha sottolineato che lo sciopero nazionale servirà come denuncia dell’aumento dei rapimenti a scopo di estorsione “che minaccia tutti” e contro la vendita irregolare del carburante, che raddoppia e triplica il suo prezzo nel mercato nero rispetto a quello ufficiale.

Desroches ha accusato lo Stato di aver creato la crisi del carburante per colpire i più poveri, in assenza di misure per evitare le azioni illegali commesse dalle bande armate che controllano diversi distretti della capitale Port-au-Prince e altre città del paese.

“Lo Stato ha approfittato dell’insicurezza generale, legalizzando furti, stupri e rapimenti”, ha sottolineato criticando il primo ministro Ariel Henry per non aver condannato il trattamento disumano subito dai migranti haitiani negli Stati Uniti “simile a quello inflitto alle persone in situazione di schiavitù. Non sentiamo il signor Ariel Henry richiedere una moratoria sulla deportazione degli haitiani”, ha detto.

L’appello allo sciopero dei sindacalisti si aggiunge alla proposta del settore religioso protestante di chiudere tutte le sue istituzioni ad eccezione dei centri sanitari, per protestare contro la crescente precarietà, dopo l’omicidio avvenuto domenica 26 di un diacono in una chiesa di Port-au-Prince e il rapimento di sua moglie.

Poche settimane fa, l’Associazione dei professionisti del petrolio aveva lanciato, in una lettera, un SOS alle autorità sull’assedio di bande armate attorno ai terminali petroliferi, tra cui quello di Varreux, che rappresenta il 70 per cento della capacità di stoccaggio del Paese.  A ciò si aggiunge il fatto che i proprietari delle stazioni di servizio stanno subendo perdite a causa delle azioni di banditi che rubano merci e chiedono denaro per restituire camion di carburante.