Fabrizio Di Ernesto

Iran inaugura nuova piattaforma petrolifera in segno di sfida alle sanzioni statunitensi

L’Iran ha inaugurato una nuova piattaforma petrolifera, la Fath 72, tornando a sfidare le sanzioni unilaterali varate dagli Usa. In totale è la sesta realizzata dalla Repubblica islamica ma la prima dopo le restrizioni imposte dall’amministrazione Trump. Ne ha dato notizia il ministro per il Petrolio Biyan Namdar Zangane.

Chiamata Fath 72, la piattaforma è stata progettata e prodotta interamente da esperti della National Iranian Drilling Company (Nidc) e del Centro accademico per l’istruzione, la cultura e la ricerca (Acecr).

Inaugurando la piattaforma il ministro ha affermato che “saranno necessarie ulteriori attrezzature e accessori per la perforazione per sfruttare appieno le capacità del paese anche se la costruzione di Fath 72 ha costituito una delle principali aspirazioni dell’industria petrolifera”.

In merito alle sanzioni statunitensi il rappresentante di Teheran ha ribadito che il settore petrolifero e quello del gas sono sempre più attivi nella lotta contro “la politica di massima pressione” applicata dal governo di Washington, sottolineando anche la necessità di “rafforzare la produzione nazionale in un momento in cui l’Iran deve far fronte a sanzioni”.

Usa accusano russa Rosneft di aver aiutato la Pdvsa ad aggirare le sanzioni

Nuovo scontro politico tra Usa e Russia. Questa volta Washington accusa la compagnia petrolifera russa Rosneft di aver aiutato la compagnia di stato venezuelana Pdvsa ad esportare petrolio aggirando così le sanzioni unilaterali colpendo con la medesima misura la compagnia russa.

Il Venezuela ha ovviamente criticato la decisione e con Jorge Arreaza, ministro degli Esteri di Caracas, ha affermato che “queste misure sono contro il popolo venezuelano, contro i lavoratori della Pdvsa, contro la possibilità che possiamo vendere più petrolio per lo sviluppo del paese. Queste misure arbitrarie contro la società russa Rosneft, violano il diritto al libero scambio e alla libera impresa. Aggiungeremo queste azioni unilaterali alla denuncia penale che abbiamo presentato contro i funzionari degli Stati Uniti dinanzi al Tribunale penale internazionale”.

Come anticipato sopra, a gennaio scorso gli Usa hanno varato nuove sanzioni contro la compagnia venezuelana per impedire che altri paesi acquistino e rivendano il petrolio del paese indiolatino; inoltre il Dipartimento del Tesoro statunitense ha imposto sanzioni contro una filiale svizzera della compagnia petrolifera russa Rosneft per i suoi legami con il governo di Nicolás Maduro. Steven Mnuchin, segretario al Tesoro degli Usa ha dichiarato che la decisione è stata presa perché la Rosneft ha negoziato la vendita e il trasporto di petrolio greggio venezuelano. Gli Stati Uniti sono determinati a impedire il saccheggio della ricchezza petrolifera venezuelana da parte del corrotto regime di Maduro”.

Nel documento con cui annunciava le sanzioni il Dipartimento del Tesoro ha denunciato diverse operazioni in cui Rosneft avrebbe aiutato la compagnia petrolifera statale venezuelana ad esportare la sua produzione. In particolare, lo scorso gennaio la compagnia petrolifera russa avrebbe facilitato la spedizione di una spedizione di due milioni di barili di greggio venezuelano verso l’Africa occidentale. Nell’ultimo quadrimestre dello scorso anno le due società avrebbero inoltre distribuito 55 milioni di barili di petrolio.

La Rosneft è presente in Venezuela dal governo dai tempi della presidenza di Hugo Chávez; a differenza di altre compagnie petrolifere, che sono state espropriate o hanno lasciato il paese a loro discrezione, i russi hanno mantenuto la loro attività e investimenti.

Nell’ambito degli accordi raggiunti tra Rosneft e il governo venezuelano, la compagnia petrolifera ha acquisito parte della proprietà di numerosi giacimenti petroliferi; inoltre nell’ultimo trimestre del 2018, il Venezuela gli ha concesso una licenza per gestire il 100% di due giacimenti di gas, a Mejillones e Patao.

Pdvsa ha anche concesso a Rosneft una garanzia del 49,9% di Citgo Petroleum in cambio di un prestito di1,5 miliardi di dollari.

Russia: nuova Costituzione, probabile immunità per ex presidenti

Continua in Russia il lavoro del gruppo incaricato di lavorare alle modifiche da apportare alla nuova costituzione. Stando a quanto riferito dagli organi di informazione molto probabile l’inserimento di una norma che stabilisca l’immunità per gli ex presidenti, da considerare che una legge simile fu varata già nel 1999 da Vladimir Putin a beneficio del suo predecessore, e mentore, Boris Eltsin.

Ad anticipare la possibilità è stato Pavel Krasheninnikov copresidente della squadra di lavoro.

Da quanto si apprende sarebbero già state avanzate oltre 600 proposte di modifica alla Costituzione; proprio per questo la seconda lettura presso la Duma, la camera bassa del parlamento, dovrebbe avvenire il prossimo 10 marzo e non più il 2 come inizialmente previsto.

Nei giorni scorsi sulla riforma si era espresso anche lo stesso presidente Putin sottolineando che quello varata nel 1993 ed attualmente in vigore è comunque un testo da mantenere come punto di riferimento pur necessitando di alcuni cambiamenti, in particolare per quanto riguarda la divisione dei poteri. L’annuncio del capo dello Stato di scrivere una nuova Carta costituzionale ha determinato le dimissioni immediate del premier russo, Dmitrij Medvedev, e dell’intero esecutivo da lui guidato, venendo sostituito da Mikhail Mishustin, che precedentemente ricopriva la posizione di direttore del Servizio tributario della Federazione Russa dall’aprile 2010 ed aveva già ricoperto il ruolo di viceministro per il Fisco e i tributi.

Trump toglie 3,8 miliardi al Pentagono per realizzare il muro con il Messico

Il presidente statunitense Donald Trump dirotterà 3,8 miliardi destinati al Pentagono per realizzare il muro con il Messico; più nel dettaglio i fondi utilizzati saranno quelli precedentemente destinati a nuovi aeromobili, navi e attrezzature navali in pratica dirottando al Dipartimenti della Sicurezza Nazionale quelli che sarebbero dovuti andare alla Guardia Nazionale.

È stato lo stesso Pentagono ad informare diversi membri del Congresso delle intenzioni di Trump, una scelta quella del presidente che non richiede l’autorizzazione del Parlamento e che farà salire ulteriormente i costi utilizzati dall’amministrazione Trump per realizzare la barriera al confine meridionale del paese.

Chris Mitchell, portavoce del Pentagono, ha dichiarato che il segretario alla Difesa, Mark Esper “ha autorizzato un supporto di 3,8 miliardi per costruire circa 285 chilometri di muro che aiuteranno a proteggere il nostro confine”.

Nel frattempo Trump ha dichiarato di aver esteso la sua dichiarazione di emergenza nazionale su confine meridionale per un altro anno, quindi per tutto il 2020; inoltre ha avvertito il congresso che sono necessarie ulteriori misure per affrontare l’immigrazione illegale, il traffico di droga e i problemi umanitari alla frontiera.

La decisione ha ovviamente provocato la reazione dei Democratici che in una lettera inviata al Pentagono si sono detti “indignati per il fatto che il Dipartimento della Difesa abbia deciso di utilizzare i fondi che il Congresso ha deciso di aumentare per altri programmi. Il saccheggio di questi fondi è semplicemente un attacco agli sforzi fatti per garantire che i nostri soldati cittadini (i riservisti della Guardia Nazionale) siano pronti a rispondere alle catastrofi, sia all’estero che nel paese”.

La barriera tra Usa e Messico detta anche muro messicano o muro di Tijuana, è una barriera di sicurezza costruita lungo il confine tra i due paesi. La sua costruzione ha avuto inizio nel 1990 durante la presidenza George Bush quando la polizia di frontiera elaborò allora la strategia “Prevenzione attraverso la Deterrenza”, in base a cui, tra le altre cose, iniziò a costruire recinzioni e ostacoli sul confine, in particolare nell’area di San Diego. Il primo tratto, di 14 miglia (22,5 km), fu completato nel 1993.

Nel 1994 durante la presidenza di Bill Clinton la barriera fu sviluppata ulteriormente. L’iniziativa più evidente fu quella di aggiungere una presenza fissa di forze di polizia al confine.

La barriera è fatta di lamiera metallica sagomata, alta dai due ai quattro metri, e si snoda per chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego. Il muro è dotato di illuminazione ad altissima intensità, di una rete di sensori elettronici e di strumentazione per la visione notturna, connessi via radio alla polizia di frontiera statunitense, oltre ad un sistema di vigilanza permanente effettuato con veicoli ed elicotteri armati.

Forze di sicurezza: Un lavoro ad alto rischio senza assicurazione Inail

La legge italiana stabilisce che l’assicurazione Inail è obbligatoria per tutti i datori di lavoro che occupano lavoratori dipendenti in attività che la legge identifica come rischiose. Per coloro che non adempiono a tale obbligo o presentano domanda di iscrizione non contestualmente all’inizio dell’attività sono previste sanzioni civili.

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Bolivia: Corte elettorale suprema respinge oltre 300 candidati

La Corte elettorale suprema della Bolivia (Tse) ha respinto oltre 300 candidature in vista delle elezioni del prossimo 3 maggio ed ancora non ha sciolto le riserve in merito alla candidatura dell’ex presidente Evo Morales per il Senato, di Luiz Arce alla presidenza e di Diego Pary, anche lui per la Camera Alta; tutti e tre candidati del Mas, l’Alternativa per il socialismo.

Salvador Romero, presidente del Tse, ha spiegato che le 365 candidature non validate presentavano tutte delle violazioni dei requisiti legali necessari.

Secondo i dati forniti dallo stesso Tse, l’Fpv, il Frente para la victoria, si è visto invalidare ben 205 candidature, il Mas 57, l’Adn, l’Azione nazionalista democratica, 44 mentre il Pan-Bol, il Partito d’azione nazionale boliviana 36.

“I candidati esclusi – ha spiegato Romero – non hanno presentato alcun tipo di documentazione, e ciò implica la loro esclusione anche perché non è più possibile presentare documenti complementari. I candidati che sono stati esclusi possono comunque essere sostituiti dai loro partiti, così come si fa con quelli che si dimettono”.

Lunedì prossimo, il 17 febbraio, diffonderà un’analisi della documentazione presentata dai candidati, mentre il 21 presenterà le liste definitive dei candidati alla presidenza, al Senato ed alla Camera; eventuali nuovi candidati, in sostituzione di quelli esclusi possono essere presentati dai singoli partiti entro il 20 marzo.

La Siria e la politica dei due forni di Erdogan

Non serve uno scontro diretto con la Russia, ma occorre che la Siria fermi la propria offensiva nella regione nord-occidentale di Idlib. Lo ha dichiarato il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, di ritorno da una visita giornaliera in Ucraina durante il quale ha commentato anche lo scontro a fuoco avvenuto lunedì tra i militari turchi e quelli siriani, episodio che ha infastidito anche Mosca, alleato di Bashar al Assad.

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Il Messico si tuffa nel mercato del litio

Le recenti scoperte di alcuni giacimenti di litio aprono il paese centroamericano al mercato di questo minerale sempre più importante per la realizzazione di cellulari e tablet. Secondo le stime infatti il Messico è tra gli 8 paesi con le maggiori riserve stimate di questo nuovo “petrolio bianco”, tanto che sempre più investitori manifestano il loro interesse a fare affari con Città del Messico anche se il governo per il momento ha annunciato di non voler più avallare concessioni per lo sfruttamento delle miniere.

I primo a sfruttare i giacimenti messicani sono stati il Canada e la Cina nel nord del paese fin dal 2002 con un investimento di 40 milioni di dollari.

Il ministero dell’Economia di recente ha fatto sapere che “per ora non stiamo rilasciando nuove concessioni, ed anzi stiamo rivedendo quelle già assegnate perché negli anni passati se ne è fatto un uso eccessivo”.

La società canadese Bacarona Minerals Ltd e quella cinese Ganfeng Lithium Ltd sviluppa la prima miniera di litio solo nel 2010 hanno ottenuto 10 nuove concessioni dall’allora presidente Felipe Calderon in un’area di 100mila ettari nella città di Bacade’huachi, nello stato settentrionale di Sonora; secondo le stime queste concessioni dovrebbero produrre oltre 50mila tonnellate di litio.

Le concessioni hanno una validità di 50 anni e secondo le stime l’88% del minerale viene estratto nei primi 19 anni di sfruttamento.

Il litio, conosciuto come “petrolio bianco” è un minerale strategico fondamentale per la produzione di batterie per dispositivi elettronici, ma anche per quelle automobilistiche, la produzione del vetro, della ceramica e nel mercato farmaceutico. Secondo gli esperti svolgerà una funzione fondamentale nella transizione energetica a scapito dei combustibili fossili.

I principali produttori di litio sono Australia, Cile e Cina mentre le principali riserve mondiali si trovano in Argentina, Bolivia e Cile. Il Messico è considerato all’ottavo posto nella classifica mondiale per le riserve di questo metallo con oltre 1,7 milioni di tonnellate con depositi negli stati centrali di San Luis Potos e Zacatecas, nel Jalisco occidentale e nel nord di Sonora.

Il lito rappresenta una svolta nella politica economica messicana che negli anni ’80 era la quinta potenza petrolifera mondiale ma le cui riserve di “oro nero” sono ora in declino, tanto che quasi dieci anni non vengono scoperti nuovi giacimenti.

Gli esperti prevedono che le vendite annuali di batterie con ioni di litio possono raggiungere un valore di 100 miliardi di dollari entro il 2029.

Siria: l’attacco turco rischia di innescare una nuova polveriera

Non c’è pace per la Siria da quasi nove anni ostaggio di una guerra scatenata dai terroristi islamici contro il presidente Bashar al Assad.

Quando sembrava che la sconfitta dell’Isis, ottenuta soprattutto grazie all’intervento di Russia e Iran, potesse, permettere al paese di ripartire ieri le forze turche hanno attaccato ad Iblid, provocando decine di morti su entrambi i fronti e mettendo anche a rischi i rapporti tra Ankara e Mosca, alleato di Damasco.

Subito dopo la battaglia il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha cercato di allentare le tensioni con la Russia dichiarando: “Voglio dire alle autorità russe che il nostro bersaglio non siete voi, ma il regime. Non opponetevi”; in serata, al termine di una visita a Kiev, l’uomo forte di Ankara è poi tornato a chiedere a Mosca “di rispettare i propri obblighi”.

Il Cremlino da parte sua ha espresso preoccupazione per la presenza di “terroristi” nell’area, dove spicca la presenza dei qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham.

Oggi intanto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha discusso il processo di pacificazione della Siria e la situazione attuale nella provincia di Idlib con il suo omologo turco, Mevlut Cavusoglu. Una nota diffusa dalle autorità di Mosca riferiscono che: “Le parti hanno concordato sulla necessità di seguire attentamente quanto stabilito negli accordi raggiunti nel quadro dell’ultimo incontro a Sochi tra i presidenti di Russia e Turchia, Putin e Erdogan: alla luce di ciò è stato anche ribadito quanto sia importante separare l’opposizione politica moderata dai gruppi terroristici presenti nel paese”.

Gli scontri, ripresi comunque settimane fa nella provincia di Iblid, si sono fatti più intensi dopo che le autorità di Ankara hanno inviato un convoglio militare di almeno 240 mezzi contro l’avanzata dei soldati del governo siriano; da quanto si è appreso l’artiglieria siriana ha colpito una colonna di mezzi nei pressi di Saraqib, lungo l’autostrada M4 Aleppo-Latakia, cruciale per il controllo della regione, uccidendo almeno 8 persone: 5 soldati e 3 membri del personale civile turchi. Secondo la Russia Ankara non ha comunicato in tempo i suoi movimenti, mentre l’esercito di Erdogan assicura di essersi coordinato come sempre.

Immediata è giunta la risposta della Turchia, che a Idlib mantiene 12 postazioni militari con funzione di monitoraggio della tregua, da tempo rimasta solo sulla carta. Al termine di una lunga giornata di martellamenti d’artiglieria, l’esercito rivendica di aver “neutralizzato” almeno 76 soldati di Assad, colpendo 54 obiettivi.

CS Il Tesoro dei Borghese

“Nonna, nonna, sai cosa farò da grande? Troverò il tesoro e ci compreremo una casa più grande, più bella e più nuova di questa e poi tu non dovrai più lavorare per comprarmi i giocattoli e i vestiti.”

Fin da piccolo Maurizio è ossessionato dal sogno di trovare il tesoro che la ricca famiglia dei Borghese, secondo la leggenda, avrebbe nascosto a Mentana, il piccolo paese dove lui è cresciuto. Realizzare questo sogno per lui rappresenta non solo l’occasione di riscatto verso una vita che lo ha provato fin dall’infanzia sia un modo per chiudere i troppi conti lasciati in sospeso nella vita.

Copertina Tesoro

Questo l’incipit de “Il Tesoro dei Borghese” esordio nella narrativa del giornalista e saggista Fabrizio Di Ernesto, da poco disponibile per i tipi della Porto Seguro Editore.

 

Romanzo (quasi) di formazione, ambientato nel novembre 2008, il libro da una parte offre uno spaccato sulla vita di provincia dall’altro segue la crescita interiore del protagonista, un vero e proprio antieroe moderno: si isola volontariamente dal prossimo, alla discoteca del sabato sera preferisce un libro; in casa non ha nemmeno la televisione ma solo “una radio vecchia come lui”; sogna più di ogni altra cosa di trovare il tesoro ma in cuor suo non sa cosa farsene.

 

Il volume: È un sogno, quello di Maurizio, che durante la crescita assume i toni di una sottile, discreta eppure decisamente presente ossessione. Lascia casa, famiglia, amici, si trasferisce al Nord eppure, dentro di sé, resta sopita una speranza: ciò che desidera più di ogni altra cosa è trovare il leggendario tesoro che la famiglia Borghese avrebbe nascosto secoli orsono nel castello di Mentana, suo paese d’origine.

Quando, dunque, viene ricontattato dagli amici d’infanzia per proseguire la ricerca abbandonata, seppur con iniziale riluttanza, torna a casa, fa i conti con il passato – amori perduti, errori commessi – dà il via a un’incredibile caccia al tesoro…

 

L’autore: Fabrizio Di Ernesto, classe 1976, nasce a Monterotondo e vive da sempre a Mentana. Giornalista, si occupa principalmente di America indiolatina e tematiche geopolitiche, pubblicando diversi saggi sull’argomento. Divoratore di libri, affetto da grafomania, esordisce nella narrativa con Porto Seguro Editore, pubblicando Il tesoro dei Borghese (2020).