Fabrizio Di Ernesto
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L’Ecuador nel caos

Due anni dopo l’elezione presidenziale di Lenin Moreno l’Ecuador è letteralmente nel caos; se per dieci anni l’ex presidente Rafael Correa aveva donato al paese una forte stabilità sociale oggi il paese di trova in una situazione quasi drammatica.

Da una settimana sono in corso nel paese proteste, scontri e saccheggi ed il governo ha avviato una forte repressione dichiarando anche lo di stato di emergenza, mentre economicamente la nazione vive una stagnazione ed il governo si è visto costretto a spostare la sede del governo dalla capitale Quito.

Le proteste sono iniziate dopo l’annuncio del presidente Moreno di porre fine ai sussidi per il carburante, che hanno generato varie proteste in diverse città del paese, in particolare a Quito e Guayaquil, che hanno portato il presidente a dichiarare lo stato di emergenza per 60 giorni.

I tagli derivano da un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi) che ha chiesto al paese di ridurre la spesa pubblica e aumentare le entrate statali, per erogare prestiti per 4.200 milioni di dollari.

Tra il 1996 ed il 2007 il paese aveva vissuto un periodo molto complicato con 7 diversi presidenti di cui 3 rovesciati, uno esautorato dal Congresso nazionale e tre che non poterono mai iniziare il loro mandato.

L’elezione di Correa nel 2007, rieletto nel 2009 e nel 2013 aveva fatto segnare una vera e propria inversione di tendenza che aveva premesso a Moreno, espressione di Alianza Pais, lo stesso di Correa, di vincere le elezioni, anche se ora il primo mandatario ha dichiarato che il suo predecessore è responsabile della preparazione di un colpo di stato contro di lui, nonché della difficile situazione economica che il paese sta attraversando.

Le ultime notizie provenienti dal paese indiolatino intanto riferiscono che confederazione che rappresenta la popolazione indigena del paese ha catturato otto poliziotti e li ha fatti sfilare davanti ai manifestanti a Quito. senza elmetti e giubbotti antiproiettile, ed è stato chiesto loro di unirsi alla protesta dei manifestanti. Successivamente sono stati lasciati andare. Il leader della confederazione degli indigeni, Jaime Vargas, parlando alla folla dal palco ha detto che la protesta continuerà e sarà ancora più radicale.

Le proteste sono iniziate la settimana scorsa quando tassisti ed autotrasportatori hanno iniziato a manifestare seguiti poco dopo da studenti e soprattutto gruppi che rappresentano la popolazione indigena del paese. Secondo fonti governative in una settimana di proteste ci sono stati 750 arresti, ai quali vanno aggiunte due persone morte in circostanze non ancora del tutto chiare e diversi feriti. 80 poliziotti, inoltre, sarebbero stati feriti negli scontri.

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Erdogan attacca i curdi ma si gioca il futuro

Appare sempre più prossima l’aggressione della Turchia di Erdogan ai danni dei curdi siriani, da sempre considerati dall’uomo forte di Ankara il suo principale nemico. Una mossa che, nel bene e nel male, sembra destinata a decidere per sempre il suo futuro.

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A breve intervista esclusiva con Sua Eccellenza Mammad Ahmadzada Ambasciatore dell’Azerbaigian in Italia

Per le grandi interviste esclusive di Agenzia Stampa Italia abbiamo avuto l’onore ed il privilegio di incontrare Sua Eccellenza Mammad Ahmadzada,

Ambasciatore dell’Azerbaigian in Italia. Con il rappresentante di Baku abbiamo parlato a tutto tondo del suo paese analizzando i rapporti con l’Italia e l’Unione europea.
Tra i temi affrontati ovviamente quello energetico legato al Tap, l’ultimo segmento del Corridoio Meridionale del Gas che una volta completato, nel 2022, dovrebbe portare benefici in termini di risparmio economico nelle tasche dei consumatori italiani.

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Da Bielorussia no a possibile base russa

Le autorità di Minsk frenano sull’eventualità che la Russia possa realizzare una base militare all’interno dei propri confini.

A ribadire la contrarietà del paese è stato il ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei che in vista del bilaterale con l’omologo di Mosca, Sergej Lavrov ha sottolineato: “Non ha senso schierare una base militare russa sul territorio della Bielorussia. L’eventuale dispiegamento di una base aerea russa sul territorio bielorusso non ha alcun significato pratico, politico o militare”.

Per il governo bielorusso anche grazie alle nuove tecnologie militari che permettono ai missili di raggiungere in pochi minuti un altro continente, l’altra parte del nostro pianeta la Russia non ha bisogno di nuove basi fuori dal proprio territorio e al tempo stesso “se la Bielorussia dispiegasse alcune strutture militari aggiuntive sul suo territorio ciò non contribuirebbe a rafforzare la stabilità e la sicurezza nella nostra regione”.
A fronte del migliaio e più di installazioni statunitensi sparse per il mondo la Russia attualmente fuori dei propri confini ne gestisce solo 2 attive peraltro di modesta entità, anche se di notevole importanza: Tartus in Siria, uno dei motivi per cui Putin ha sempre evitato azioni militari Nato e statunitensi nel paese, e quella di Sebastopoli, in Crimea, sul Mar Nero.

Nell’ottica della rinascita russa il Cremlino sta ora valutando la possibilità di riaprire, o quanto meno utilizzare congiuntamente con i governi locali, gli ex presidi navali di Cam Ranhin Vietnam, Lourdes nell’isola di Cuba, chiuso nel 2001 dallo stesso Putin, e perfino una alle Seychelles, che nell’Oceano indiano rappresentano un vero e proprio avamposto russo visto che da anni è sotto l’influenza di Mosca; nel 1981 la Marina sovietica ha aiutato il governo ad evitare  un colpo militare e prima del crollo dell’Urss i russi vantavano una costante presenza nell’area.
All’inizio del suo primo mandato presidenziale Putin aveva disposto la dismissione delle basi ancora attive, sia per motivi economici sia per mostrare al suo omologo a stelle e strisce, all’epoca Bush jr., la volontà di chiudere una volta per tutte l’epoca della Guerra fredda. Washington però ha approfittato di quel momento di debolezza per aumentare le proprie servitù militari, soprattutto sulla frontiera orientale. In quest’ottica il vertice Nato svoltosi in Galles nel settembre 2014 ha ribadito la volontà di blindare ancora di più la frontiera con la Russia, con cinque nuove basi in Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, e Romania anche se, almeno stando a quanto dichiarato da Obama, queste nuove installazioni non saranno permanenti, pur avendo a disposizioni mezzi di aviazione, navali, depositi ed arsenali aggiornati con tutte le ultime novità in materia.
Nuove basi russe potrebbero sorgere in Sud America, ad esempio in Venezuela ed in Nicaragua, oltre che nella regione asiatica in paesi come l’Ossezia del sud, l’Abkazia, il Kirghizistan, dove già si trovano militari russi, ed il Tagikistan, altra nazione dove la presenza di militari dell’ex armata rossa è particolarmente numerosa. Alla fine del 2014 inoltre c’è stato il dispiegamento di un nuovo reggimento dell’aviazione in Bielorussia.

Iran denuncia piani Usa per guerra cibernetica

Gli Usa stanno preparando una guerra cibernetica. Questa la denuncia fatta dalle autorità iraniane che hanno riferito che lo scorso Teheran ha neutralizzato 33 milioni di cyberattacchi via firewall nella sua rete nazionale.

Secondo gli alti funzionari della Repubblica islamica le autorità statunitensi avrebbero messo a punto nuovi piani per effettuare attacchi informatici contro compagnie, impianti petroliferi e centrali nucleari, nel contesto di una guerra informatica su larga scala.

Il ministro degli Esteri iraniano, Mohamad Yavad Zarif, ha denunciato la condotta degli Stati Uniti spiegando che nel caso di una guerra informatica contro gli impianti nucleari nella Repubblica islamica sarebbe messa in pericolo la vita di milioni di persone.

Zarif ha citato anche un attacco informatico portato tramite il worm informatico Stuxnet che sarebbe stato utilizzato per infettare sistemi di controllo remoto e documenti associati al programma nucleare iraniano a scopi civili. Lo scorso novembre, i tecnici della Repubblica islamica hanno neutralizzato gli attacchi della società israeliana Golden Line, con sede a Tel Aviv e specializzata nella telefonia fissa e mobile.

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro del petrolio iraniano Biyan Zangené che ha dichiarato che ci sono nuovi progetti della Casa Bianca per eseguire attacchi informatici e fisici contro compagnie petrolifere e strutture nel paese islamico. Zangené ha anche denunciato le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro il paese, che ha definito “una guerra economica su larga scala”.

Per Trump torna lo spettro impeachment

Negli Usa si torna a parlare di impeachment (messa in stato di accusa) del presidente Donald Trump, una mossa che l’establishment Democratico sogna di poter attuare da quando il tycoon è stato eletto e che probabilmente non dispiacerebbe nemmeno ai vertici dei Repubblicani.

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Privacy addio, in arrivo l’EES per il riconoscimento facciale

È iniziato, ma appare già destinato a ripartire, il conto alla rovescia per il nuovo sistema EES-Entry/Exit System per controllare le frontiere Ue che entro il prossimo anno dovrebbe essere pienamente operativo nell’area Schengen.

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Nicaragua: per Ortega Usa dietro le proteste di piazza

Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha ribadito che gli Stati Uniti incoraggiano le proteste nel paese centroamericano contro il suo governo.

In occasione della commemorazione del 40simo anniversario della creazione della Polizia Nazionale (PN) in Piazza della Rivoluzione, Ortega ha affermato che elementi dell’ambasciata americana a Managua sostengono “di nascosto” le agitazioni che alcuni settori della popolazione svolgono contro il suo governo.

“Quelli dell’ambasciata americana – ha detto – da un lato hanno incoraggiato, hanno infiammato gli animi dall’altro, quando anche questi terroristi li hanno aggrediti, hanno sequestrato i loro veicoli e hanno portato via le loro armi”.

Da un paio di anni il Nicaragua è scosso da una profonda crisi sociale che sta mettendo in crisi il governo sandinista di Ortega. Come da copione nella regione Washington sta cavalcando le proteste per isolare il paese e provocare l’ennesimo cambio di regime funzionale agli interessi della Casa Bianca.

Colombia: da inzio anno uccisi oltre 150 esponenti società civile

Dall’inizio dell’anno in Colombia sono stati uccisi 155 leader della società civile, tra cui difensori dei diritti umani o attivisti politici. Numero che sale ad oltre 770 assassini dall’inizio del 2016 alla prima settimana del 2019.

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America indiolatina, paesi del Meccanismo di Montevideo ratificano posizione pro dialogo in Venezuela

I paesi del Meccanismo di Montevideo, un’iniziativa messa a punto da Messico, Uruguay e Paesi dei Caraibi (Caricom), al fine di contribuire in modo efficace allo sviluppo di un dialogo aperto e senza imposizioni, hanno ratificato la posizione a favore del dialogo in Venezuela. Una dichiarazione in tal senso è stata diffusa ieri dal ministero degli Esteri del Messico congiuntamente al governo dell’Uruguay.

I governi di Città del Messico e Montevideo hanno ribadito nella nota che il dialogo e i negoziati sono gli unici modi accettabili per raggiungere una soluzione pacifica alla situazione che sta vivendo la Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove a gennaio Juan Guaidò si è autoproclamato presidente ad interim al posto di quello eletto Nicolas Maduro portando il paese sull’orlo di una guerra civile.

“I nostri governi votano affinché gli sforzi di dialogo in corso si svolgano all’interno di un quadro inclusivo di civiltà e pace, al fine di raggiungere soluzioni reali e democratiche che creino fiducia tra le parti”, sottolinea la nota del governo di Lopez Obrador.

I due paesi hanno anche ribadito il loro fermo impegno a collaborare e sostenere qualsiasi tipo di iniziativa di dialogo inclusivo tra i venezuelani che ha l’obiettivo di privilegiare la pace e il rispetto illimitato dei diritti umani.

Insieme ad altri 14 paesi della Comunità caraibica, il Messico e l’Uruguay hanno proposto il 6 febbraio il meccanismo di Montevideo, cui la Bolivia ha aderito. Questo di compone di quattro fasi per ricercare una soluzione pacifica in Venezuela: dialogo immediato, negoziazione, firma di accordi e attuazione con accompagnamento internazionale.