Fabrizio Di Ernesto

Medio Oriente, Khamenei, liberare la Palestina dal tumore israeliano

Bisogna liberare la Palestina dal tumore israeliano. Lo ha ribadito oggi il leader supremo iraniano l’Ayatollah Ali Khamenei, ribadendo il rifiuto del suo paese a riconoscere il diritto dell’entità sionista ad esistere.

Parlando nel corso nel corso della VI conferenza internazionale a sostegno della Intifada palestinese, organizzata dalla autorità di Teheran in segno di solidarietà con il popolo palestinese, Khamenei ha detto: “Questo tumore canceroso, sin dal suo inizio, è cresciuto in modo esponenziale” di conseguenza anche il suo trattamento deve crescere in modo esponenziale, osservando come “l’Intifada e la resistenza palestinese hanno raggiunto importanti obiettivi. Ora però bisogna aumentare questi obiettivi arrivando alla completa liberazione della Palestina”.

Fin dalla rivoluzione del 1979 la Repubblica islamica dell’Iran è stata al fianco del popolo palestinese offrendo un concreto supporto, non solo militare, ai gruppi popolari contro gli israeliani.

In particolare l’Iran ha appoggiato i palestinesi nell’Intifada del 1987, conclusasi nel 93, ed in quella del 2000, durata 5 anni.

L’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, in carica tra il 2005 ed il 2013, ha più volte espresso la volontà di cancellare Israele dalla carta geografica, ovvero facendo del territorio palestinese uno stato arabo e non sionista, anche quasi sempre i media occidentali travisavano le sue parole ipotizzando “la distruzione del popolo ebraico”.

La questione palestinese rischia ora di aprire un nuovo scontro diplomatico tra Washington e Teheran dopo che il neopresidente statunitense Donald Trump ha espresso la volontà di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola quindi come capitale israeliana, e dicendosi contrario alla soluzione a due stati, uno ebraico e l’altro palestinese.

Ecuador, si andrà al ballottaggio per eleggere il successore di Correa

Ballottaggio. Questo l’esito del primo turno delle presidenziali in Ecuador.

Per conoscere il nome del successore del presidente uscente Rafael Correa gli ecuadoregni dovranno quindi tornare alle urne e scegliere tra Lenin Moreno, già vice di Correa, e il liberista Guillermo Lasso, del Creo.

Fin dall’inizio dello spoglio è parso netto il vantaggio di Moreno che si è poi attestato intorno al 40%, dopo meno della somma che hanno in totale i due principali candidati di destra, ovvero Lasso e l’avvocato Cynthia Viteri, anche se questa non è mai parsa in grado di raggiungere il ballottaggio.

Moreno in più di una occasione aveva parlato di vittoria già al primo turno, ora questa vittoria parziale sembra ridimensionarlo leggermente, anche se difficilmente al ballottaggio non sarà lui il vincitore. Moreno è stato investito direttamente da Correa, per dieci anni al potere nel paese indio latino, per continuare l’opera da lui avviata in questi anni.
Più di 12 milioni di cittadini si sono andati alle urne per eleggere il presidente, il vice, i 137 deputati dell’Assemblea nazionale e i 5 del parlamento andino.

Il ballottaggio si terrà il prossimo 2 aprile e Lasso ha già chiamato a raccolta tutti gli altri sei candidati che non sono arrivati al ballottaggio per creare un fronte comune contro l’esponente socialista, un socialismo diverso da quello europeo ed occidentale, e per la governabilità del paese.

L’Ecuador che Correa lascia in eredità al suo successore è un paese in flessione economica ma comunque molto salute di quella di altri paese del continente indio-latino anche se sulle casse pubbliche grava la necessità di ricostruire le zone distrutte dal terremoto dello scorso aprile con un costo stimato in 3,4 miliardi di dollari.

Libri. Liberi da interessi di Giordano e Piccione

Il debito pubblico è uno dei principali mali che affligge la nostra società, tanto che tutti governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi 20 anni hanno tentato, invano, di ridurlo. Ma in cosa consiste il debito pubblico ed davvero impossibile azzerarlo o quanto meno ridurlo?

Hanno provato a rispondere a questa domanda Carlo Giordano e Luca Giovanni Piccione, ethics officer di Assoetica nel volume “Liberi da interessi – il debito pubblico italiano spiegato ai bambini, ai ragazzi e anche ai loro genitori” da poco disponibile per i tipi della Dissensi edizioni.

Il testo, scritto in modo molto semplice proprio per i ragazzi appunto, analizza in modo dettaglio concetti come moneta, debito, prestito e interessi cercando di offrire anche a chi non ha competenze specifiche in materia di economia, ad esempio i bambini e i ragazzi ma anche agli stessi genitori, tutte quelle competenze basilari e fondamentali per capire come funzionano questi complessi meccanismi.

I due autori illustrano anche il funzionamento del nostro Stato sociale ed i costi che le casse pubbliche devono sopportare per offrire agli italiani servizi sempre più ridotti proprio per abbassare la spesa pubblica e provare ad avere soldi per ripagare gli interessi che gravano sul nostro debito pubblico.

In pratica il debito pubblico si crea a causa degli interessi che lo Stato paga su i titoli che emette e per farlo deve ricorre a nuove tasse, con le conseguenze che i ricchi incassano denaro, prestando soldi allo Stato, mentre i poveri sono costretti a pagare sia per tentare, inutilmente, di estinguere il debito e soprattutto gli interessi sia per avere quelle prestazioni minime che lo Stato, a causa del suo enorme debito pubblico, non riesce più ad erogare gratuitamente o in modo anche solo accettabile.

L’amara conclusione a cui giungono i due autori è che se lo Stato fosse totalmente libero da interessi il debito pubblico potrebbe essere risanato in un paio di decenni. Un piano affascinante e ambizioso che però chi si arricchisce tramite gli interessi difficilmente accetterebbe e farebbe attuare.

Da segnalare che gli autori hanno deciso i devolvere i compensi ricevuti per questo testo al “Fondo per l’ammortamento  dei titoli di Stato”.

 

C. Giordano, L. G. Piccione “Liberi da interessi – Il debito pubblico italiano spiegato ai bambini, ai ragazzi e anche ai loro genitori”, Dissensi edizioni, € 12,00

Ecuador domenica al voto per elezione presidente

Domenica prossima, il 19 febbraio, Ecuador al voto per eleggere il nuovo presidente; otto i candidati in lizza anche se il favorito appare l’ex secondo del presidente uscente Rafael Correa, al potere dal 2007, ovvero Lenin Moreno.

La campagna elettorale nel paese indio-latino si è chiusa ieri con i candidati che per l’ultimo discorso agli elettori hanno scelto le città di Quito e Guayaquil.

Tutti i sondaggi, anche se con dati molto diversi tra loro, danno Moreno in vantaggio anche se non appare in grado di raggiungere subito il 50% più uno dei voti e quindi appare molto probabile che il paese vada al ballottaggio. Due i candidati che sembrano sfidarsi per arrivare al ballottaggio con Moreno, Guillermo Lasso, leader della destra neolibersita del Creo e già sfidante di Correa, e l’avvocato Cynthia Viteri.

Sull’elezione pesa ovviamente l’ombra di Correa che nei 10 anni passati al potere al permesso al proprio paese di crescere notevolmente, circa un mese fa l’Ecuador ha perfino ottenuto la presidenza del G77, il più numeroso gruppo presente nel Palazzo di vetro.

A favorire Moreno potrebbe essere anche la divisione con cui si presenta la destra, senza poi considerare che su Lasso pesano le accuse di evasione fiscale emerse a seguito dello scandalo dei Panama Papers, divenuta forse la base per la sua proposta di un drastico taglio delle tasse.

Tra i temi che hanno caratterizzato la campagna elettorale quello relativo alla dollarizzazione del paese. Il dollaro statunitense è infatti stato adottato come divisa nazionale nel 2000 a causa di una grave finanziaria dall’ex presidente Guastavo Noboa.

Dopo anni di crescita lo scorso anno il Prodotto interno lordo (Pil) ha avuto una contrazione del 2%; la discesa del prezzo del petrolio inoltre ha penalizzato ulteriormente l’economia del paese determinando un aumento della disoccupazione.
La mancanza di flessibilità valutaria che la dollarizzazione determina ha sollevato alcune polemiche all’interno dell’opinione pubblica ecuadoregna, sebbene tutti i candidati siano concordi nel dire che, nonostante i difetti, essa abbia garantito la stabilità necessaria per evitare il tracollo dell’economia.

Arriveranno in settimana 500 militari Usa in Romania

Entro la fine della settimana arriveranno nella base aerea di Mihail Kogalniceanu, nel sudest della Romania 500 militari statunitensi, appartenenti al primo battaglio delle Fighting Eagles. Lo riferisce la stampa statunitense precisando che i soldati porteranno in dote anche carri armati, autoblindi e mezzi semoventi corazzati; tutti mezzi definiti necessari per la partecipazione a esercitazioni multinazionali. Le forze armate romene precisano che i soldati rimarranno di stanza nel paese per circa nove mesi, dopo di che questi saranno sostituiti da altri militari statunitensi per garantire una presenza continua nel paese e in Europa contro possibili minacce russe.

I militari sono giunti in Romania nell’ambito delle esercitazioni militari dell’operazione Atlantic Resolve, istituita dalla Nato per rafforzare la presenza nella parte orientale del Vecchio continente.

Hans G. Klemm, ambasciatore statunitense a Bucarest, ha detto che il dispiegamento dei militari sottolinea “la forte partnership strategica tra i due paesi esiste non solo a parole ma anche nei fatti”. Anche se rischia di rendere ancora più complicati i rapporti tra l’Alleanza atlantica e la Russia deterioratisi dopo la crisi Ucraina del 2014 e la decisione della Crimea di staccarsi da Kiev per tornare con Mosca. Da quel momento la Nato ha aumentato le esercitazioni militari in Europa e la presenza di militari ai confini con la Russia.
Lo scorso maggio è stato inaugurato in Romania l’Aegis Ashore, lo scudo missilistico difensivo da 800 milioni di dollari della Nato presso la base militare di Deveselu. Il sistema Aegis ballistic missile defense system (Abmd) è un programma dell’Agenzia per la difesa missilistica del dipartimento della Difesa Usa sviluppato per creare uno scudo di protezione contro i missili balistici di corto e medio raggio. Dopo la Romania, la prossima installazione dell’Aegis Ashore dovrebbe avvenire in Polonia nel 2018. Il sistema si estende dalla Groenlandia alle Azzorre e serve ad intercettare missili lanciati contro i paesi Nato e alleati degli Usa.

Il sistema difensivo atlantico si basa su una serie di radar che rilevano il lancio di uno o più missili balistici nello spazio; a quel punto il sistema misura la traiettoria del razzo e lancia dei missili, sia da navi che da siti terrestri, per distruggerli.

Lo sviluppo dell’Abmd è iniziato nella metà degli anni’80 come parte della strategia presidenziale di Ronald Reagan Strategic defense initiative (Sdi), inizialmente pensato come sistema per le “guerre stellari” quindi fu trasformato in sistema terrestre-navale, per i limiti tecnologici dell’epoca.

Cina e Venezuela hanno firmato 22 nuovi accordi di cooperazione economica

Cina e Venezuela hanno rafforzato la loro cooperazione economica siglando 22 nuovi accordi. LO riferisce il vicepresidente venezuelano per la Pianificazione Ricardo Mendez, parlando al termine del vertice di Caracas con Pechino, spiegando che questi nuovi accordi rappresentano un ulteriore salto avanti nella collaborazione tra i due paesi.

Con quelli siglati ieri salgono così ad oltre 480 gli accordi siglati dai due paesi a partire dal  2001. Gli accordi sono stati siglati grazie al lavoro di otto diverse sottocommissioni che hanno preparato la XV Commissione mista di alto livello tra Cina e Venezuela.

Tra gli accordi sottoscritti ieri anche quello per lo sviluppo delle raffinerie in Cina per raffrzare la produzione di petrolio del gigante asiatico, oltre ad altri per rinvigorire l’apparato produttivo venezuelano.
Jizhe Ning, vice presidente della Commissione nazionale per le riforme e capo della Commissione congiunta ad alto livello della Cina, ha firmato l’atto finale della riunione in rappresentanza di Pechino.

Caracas e Pechino hanno avviato relazioni diplomatiche a partire dal 1974 ma è stato grazie al presidente Hugo Chavez che a partire dal 1999 sono state portate ad un livello strategico consentendo ad entrambi i paesi di ottenere importanti sviluppi in numerosi progetti in tutti i settori.

A partire dagli anni ’90, la cooperazione economica e tecnologica bilaterale è in costante crescita soprattutto nei settori dell’energia e delle miniere, dell’agricoltura, delle infrastrutture e dell’alta tecnologia. Il Venezuela è la prima destinazione degli investimenti cinesi in America Latina e nei Caraibi, con più di 2 miliardi di dollari.

Incontro tra Cina e Venezuela per nuovi accordi industriali

I rappresentanti di Cina e Venezuela si incontrano oggi a Caracas per siglare nuovi accordi bilaterali per investimenti destinati a realizzare nuovi impianti per la produzione di macchine per il settore edile nell’ambito della XV Commissione mista di alto livello tra Cina e Venezuela.

All’incontro sono presenti, tra gli altri il vicepresidente della pianificazione del Venezuela, Ricardo Menendez, il vice Presidente per lo Spazio economico, Ramon Lobo e il ministro del Potere popolare per i Comuni, Aristobulo Isturiz. Per quanto riguarda la Cina sono presenti il vice presidente per lo Commissione Sviluppo e le riforme (Ndrc), Ning Jizhe, e i rappresentanti delle aziende cinesi.
L’incontro odierno è stato preceduto da un vertice ieri in cui si sono incontrati il ministro per la Pianificazione, Menendez, il presidente della Pdvsa, la compagnia petrolifera venezuelana, Eulogio del Pino e i rappresentanti della China national petroleum corporation (Cnpc) per rivedere gli accordi relativi al settore petrolifero.

Lo scorso ottobre i rappresentanti dei due paesi si sono incontrati a Pechino i per ribadire che le relazioni bilaterali tra i due paesi hanno raggiunto un alto livello di sviluppo che però può ulteriormente migliorare. Il vice ministro degli Esteri per l’Asia, il Medio Oriente e l’Oceania del Venezuela, Felix Plasencia e il Vice Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Wang Chao, si sono infatti incontrati in occasione della creazione della sottocommissione politica di monitoraggio per le relazioni bilaterali ad alto livello (Cnam) tra Pechino e Caracas; un’iniziativa che mira a rafforzare ulteriormente i legami tra i due paesi.

Nel corso della riunione, avvenuta presso la sede del ministero degli Esteri di Pechino  Wang Chao ha accolto il suo omologo venezuelano con tutti gli onori ribadendo l’importanza che la Cina ha nei confronti del paese indio-latino.

La Cina e il Venezuela hanno stabilito relazioni diplomatiche il 28 giugno 1974.
A partire dagli anni ’90, la cooperazione economica e tecnologica bilaterale è in costante crescita soprattutto nei settori dell’energia e delle miniere, dell’agricoltura, delle infrastrutture e dell’alta tecnologia. Il Venezuela è la prima destinazione degli investimenti cinesi in America Latina e nei Caraibi, con più di 2 miliardi di dollari.

Libri. La mustang rossa di Elisabetta Villaggio

È da poco disponibile per i tipi de La ruota edizioni il romanzo “La mustang rossa” di Elisabetta Villaggio, libro raffinato e interessante.

Il libro, ambientato nell’aprile del 1998, narra 9 giorni nella vita di Alex, viziata figlia di papà, e della sua amica Maria, immigrata messicana che gestisce un bar-mensa ad Hollywood nei pressi di alcuni studi cinematografici. Nella storia si intrecciano le vite e le vicende di diversi personaggi legati a doppio filo alle due protagoniste dove ogni evento si intreccia con ciò che accade ai coprotagonisti; la narrazione, di fatto, è un susseguirsi di ciò che è, ciò che poteva essere e ciò che potrebbe e dovrebbe essere ma che non è stato. Nel racconto non ci sono “sliding door” da attraversare per cambiare la propria vita ma solo realtà; una realtà che va stretta a tutti i personaggi che, in barba all’età o al successo raggiunto, sognano un futuro diverso e migliore.

Il libro della Villaggio è un romanzo ben scritto in cui sembrano affacciarsi anche dei riferimenti autobiografici.

Il lettore non faticherà ad immedesimarsi ad uno dei  vari personaggi che popolano un romanzo semplice ma avvincente dove nonostante una forte linearità nel racconto non mancano colpi di scena o avvenimenti spiazzanti.

Il volume, molto agile e snello, terrà il lettore incollato dall’inizio alla fine e si farà leggere tutto d’un fiato.

 

L’autrice

Elisabetta Villaggio pubblica il suo primo romanzo, Una vita bizzarra, edito da Città del Sole Edizioni, nel 2003. In precedenza aveva pubblicato diverse opere tra cui, nel 2012, il saggio Marilyn: un intrigo dietro la morte e nel 2014 il testo teatrale, edito da Panesi Editore, Marilyn gli ultimi tre giorni, tradotto in inglese per il mercato estero. Ha studiato Filosofia all’Università di Bologna e Cinema e Televisione a Los Angeles alla University of South California. Nel 1998, il suo cortometraggio, Taxi, è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2010 ha realizzato il documentario, dedicato a suo padre, Paolo Villaggio: mi racconto, selezionato all’ArtDocFest di Roma dello stesso anno. Attualmente insegna alla Rome University of Fine Arts nel dipartimento di Cinema e collabora con periodici e riviste on line.

 

E. Villaggio, “La mustang rossa”, La ruota edizioni, pagg.182, €12,00

Mosca, Romania avamposto Nato

La Romania rappresenta l’avamposto della Nato ai confini della Russia e rappresenta una minaccia a causa dello scudo missilistico statunitense. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa Interfax citando Alexander Botsan-Kharchenko, un funzionario del ministero degli Esteri di Mosca.

La Nato e gli Usa si sono sempre difesi dalle accuse mosse da Mosca sostenendo che lo scudo missilistico è funzionale a proteggere l’Europa dal un possibile attacco da parte dell’Iran e non ha nessun intento offensivo nei confronti della Russia. Un altro scudo simile dovrebbe a breve sorgere a breve in Polonia, ufficialmente sempre in funzione anti iraniana.

Botsan-Kharchenko ha riferito “la posizione della Romania e della sua leadership verso la Russia hanno trasformato il paese in un avamposto Nato, in una minaccia per noi”.

Lo scorso maggio è stato inaugurato in Romania l’Aegis Ashore, lo scudo missilistico difensivo da 800 milioni di dollari della Nato presso la base militare di Deveselu. Il sistema Aegis ballistic missile defense system (Abmd) è un programma dell’Agenzia per la difesa missilistica del dipartimento della Difesa Usa sviluppato per creare uno scudo di protezione contro i missili balistici di corto e medio raggio. Dopo la Romania, la prossima installazione dell’Aegis Ashore dovrebbe avvenire in Polonia nel 2018. Il sistema si estende dalla Groenlandia alle Azzorre e serve ad intercettare missili lanciati contro i paesi Nato e alleati degli Usa.

Il sistema difensivo atlantico si basa su una serie di radar che rilevano il lancio di uno o più missili balistici nello spazio; a quel punto il sistema misura la traiettoria del razzo e lancia dei missili, sia da navi che da siti terrestri, per distruggerli.

Lo sviluppo dell’Abmd è iniziato nella metà degli anni’80 come parte della strategia presidenziale di Ronald Reagan Strategic defense initiative (Sdi), inizialmente pensato come sistema per le “guerre stellari” quindi fu trasformato in sistema terrestre-navale, per i limiti tecnologici dell’epoca.

Tra alti e bassi nelle amministrazioni successive il progetto fu poi ripreso nel corso della presidenza di George W. Bush ricevendo poi un’ulteriormente spinta dall’amministrazione di Barack Obama nel settembre 2009, quando dichiarò il dispiegamento del sistema terrestre in Polonia, al posto di quello sulle navi U.S. Navy.

Nei giorni scorsi inoltre sono giunti in Lituani i primi soldati Nato secondo quanto stabilito nel vertice dell’Alleanza atlantica tenutosi lo scorso anno a Varsavia dove i rappresentanti dei 28 paesi hanno deciso di rafforzare lo schieramento di uomini al confine con la Russia e la Bielorussia, paese strettamente legato a Mosca dopo che l’amministrazione Putin avrebbe mostrato la propria forza in Georgia ed Ucraina negli ultimi anni.

Ufficialmente a fare pressione sulla Nato per aumentare gli uomini di stanza nei paesi baltici sarebbero stati proprio i paesi dell’area e la Polonia, timorosi di una possibile avanzata russa verso ovest.

I soldati che sono giunti in Lituania provengono dalla Germania, che negli ultimi anni ha visto una riduzione di uomini Nato nei propri confini proprio perché l’Alleanza atlantica si sta spingendo sempre più ad est per fare pressioni sulla Russia. I 1000 soldati saranno di stanza nei pressi Kalingrad, in una base navale ed avranno in dotazione missili a lungo raggio. Altre unità nato dovrebbero recarsi anche in Polonia, Lettonia ed Estonia.

Per il momento sono giunti nel paese 130 soldati tedeschi, 100 belgi e 17 dai Paesi Bassi. A pieno regime, il battaglione conterà mille uomini, di cui 450 tedeschi. Il nucleo delle Forze armate tedesche è costituito da un battaglione di fanteria; entro la fine del mese vi giungeranno anche 20 veicoli corazzati per la fanteria Marder e sei carri armati Leopard 2.

Dopo la caduta dell’Unione sovietica, e contrariamente a quanto promesso da George Bush a Gorbaciov la Nato si è spinta sempre più verso est, aprendo nuove basi intorno alla Russia, nonostante ciò la vulgata occidentale, legata a Washington continua a parlare di continua aggressione di Mosca verso l’Europa.

Presidente lituano Grybauskaite, soldati Nato per far fronte aggressione russa

Più di mille soldati della Nato, l’alleanza militare internazionale divenuta negli anni il braccio armato degli Usa, sono giunti in Lituania per mandare un segnale “chiaro e forte sull’unità dei paesi baltici” e per far fronte “all’aggressione russa”. Lo ha detto ieri il presidente della Lituania Dalia Grybauskaite precisando che “mai prima d’ora si era visto un simile schieramento Nato in un paese orientale così vicino all’enclave russa di Kaliningrad”.

Nel vertice Nato tenutosi lo scorso anno a Varsavia i rappresentanti dei 28 paesi dell’Alleanza atlantica, hanno deciso di rafforzare lo schieramento di uomini al confine con la Russia e la Bielorussia, paese strettamente legato a Mosca dopo che l’amministrazione Putin avrebbe mostrato la propria forza in Georgia ed Ucraina negli ultimi anni.

Ufficialmente a fare pressione sulla Nato per aumentare gli uomini di stanza nei paesi baltici sarebbero stati proprio i paesi dell’area e la Polonia, timorosi di una possibile avanzata russa verso ovest.

I soldati che sono giunti oggi in Lituania provengono dalla Germania, che negli ultimi anni ha visto una riduzione di uomini Nato nei propri confini proprio perché l’Alleanza atlantica si sta spingendo sempre più ad est per fare pressioni sulla Russia. I 1000 soldati saranno di stanza nei pressi Kalingrad, in una base navale ed avranno in dotazione missili a lungo raggio. Altre unità nato dovrebbero recarsi anche in Polonia, Lettonia ed Estonia.
Difendendo l’arrivo di questi soldati Grybauskaite ha detto: “Questi uomini arrivano nel posto giusto al momento giusto nel momento giusto, vogliamo mostrare l’aggressività che subiamo nella regione di Kaliningrad sul nostro confine. Si tratta di una minaccia per l’Alleanza e per l’Europa”.

In occasione dell’arrivo dei militari si è recato in Lituania anche . Il ministro della difesa tedesco, Ursula von der Layen (Cdu), per presenziare alla cerimonia di benvenuto ai primi elementi dell’unità multinazionale di intervento rapido. Per il momento sono giunti nel paese 130 soldati tedeschi, 100 belgi e 17 dai Paesi Bassi. A pieno regime, il battaglione conterà mille uomini, di cui 450 tedeschi. Il nucleo delle Forze armate tedesche è costituito da un battaglione di fanteria; entro la fine del mese vi giungeranno anche 20 veicoli corazzati per la fanteria Marder e sei carri armati Leopard 2.

Dopo la caduta dell’Unione sovietica, e contrariamente a quanto promesso da George Bush a Gorbaciov la Nato si è spinta sempre più verso est, aprendo nuove basi intorno alla Russia, nonostante ciò la vulgata occidentale, legata a Washington continua a parlare di continua aggressione di Mosca verso l’Europa.