Fabrizio Di Ernesto
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Messico: presidente AMLO chiude a dialogo tra governo e gruppi criminali

No secco e deciso al dialogo con le bande criminali che operano in Messico.

Questa la decisione del presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador (AMLO), che ha precisato che i meccanismi per pacificare il paese saranno incorporati nel piano di sviluppo nazionale poiché non è intenzione del suo governo “condurre negoziati con i criminali o promuovere l’autodifesa”.

Nel corso di una conferenza stampa ha sottolineato: “Non vi è e non vi sarà alcun dialogo con i membri delle bande della criminalità organizzata; non terremo quell’approccio ma nel piano di sviluppo stiamo proponendo di cercare meccanismi per raggiungere la pace nel paese, ma è un processo che non è ancora iniziato”.

La dichiarazione del primo mandatario sono giunte dopo che il segretario degli interni, Olga Sánchez Cordero, aveva affermato di avere avviato un dialogo con i gruppi armati interessati a deporre le armi aggiungendo che si trattava di gruppi di autodifesa. Da parte sua, l’esecutivo ha ribadito il suo rifiuto della questione, sostenendo di ritenere che la sicurezza dei cittadini sia una facoltà del governo.

“Non promuoveremo – ha aggiunto il presidente – nulla che possa significare autodifesa, ciò che i governi del passato hanno commesso è stato sbagliato perché la sicurezza doveva essere garantita dallo Stato”.

Il capo dello Stato ha anche ricordato che il suo governo ha promosso la campagna contro le dipendenze, che cerca la partecipazione della società civile, nonché lo spiegamento e il consolidamento della Guardia Nazionale, “un’azione che presto darà buoni risultati”.

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Argentina: Fernandez infiamma subito la campagna elettorale per le presidenziali

Alberto Fernandez, fresco vincitore delle primarie argentine per le presidenziali infiamma da subito la campagna elettorale. L’esponente peronista ha infatti duramente attaccato il presidente Mauricio Macri che “in 2 mesi non potrà riparare i danni fatti”, ritenendolo anche responsabile degli ultimi aumenti del dollaro avvenuti in seguito alle primarie, che si sono svolte lo scorso 11 agosto.

Fernandez ha infatti criticato le nuove misure economiche annunciate dal primo mandatario per provare ad arginare la nuova grave crisi che sta investendo il paese indiolatino.

Per il rappresentante del Frente de Todos “il danno è già stato” e non sarà facile ripararlo, sostenendo che la crisi attuale è la conseguenza anche di quanto dichiarato in precedenza ai danni del Peronismo che “di norma non genera le crisi economiche ma storicamente le risolve”.

Conscio di una situazione abbastanza delicata Fernandez è comunque stato cauto in merito ai problemi macroeconomici che il paese dovrà affrontare riconoscendo che “Macri si trova in una situazione in cui non vorrebbe esserci nessuno. I mercati sanno che il governo deve pagare i debiti e che per contenere il dollaro dovranno vendere dollari. Quindi, agiscono per il loro tornaconto”.

Difesa: al via in Brasile esercitazione Unitas LX

Al via in Brasile le esercitazioni militari Unitas LX tra Brasile e Stati Uniti legate alla minaccia ventilata da Donald Trump di imporre un blocco navale al Venezuela.

In totale sono 13 i paesi della regione indiolatina che prendono parte a questa esercitazione navale che si svolge nei pressi di Rio de Janeiro che rappresenta la più antica esercitazione militare di questo tipo, la prima volta infatti si è tenuta nel lontano 1959. Le marine impiegate, oltre a quella carioca e quella a stelle strisce sono quelle di Argentina, Perù, Cile, Colombia, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay e Regno Unito, mentre Giappone e Portogallo fungono da osservatori.

Condotte dai militari brasiliani e statunitensi, le manovre si concentreranno, per la prima volta, sulla verifica della capacità della cooperazione marittima regionale per quanto riguarda aiuti umanitari e di risposta a catastrofi naturali.

In totale saranno impiegati 14 navi, un sottomarino, otto elicotteri e cinque velivoli ad ala fissa. Prevista anche una fase anfibia che prevede una simulazione di coordinamento per gli aiuti umanitari all’isola di Marambaia.

A destare sospetti il fatto che le operazioni coincidono con la volontà espressa da Trump di realizzare un blocco navale della costa di fronte al Venezuela, per impedire l’ingresso e l’uscita delle merci, che penalizzerebbe ulteriormente il popolo venezuelano.

La serie di esercitazioni militari, organizzate annualmente dagli Stati Uniti, fa parte del Trattato interamericano di assistenza reciproca (Tiar), che il Venezuela ha denunciato dal 2012.

Difesa: progressi significativi tra Russia e Venezuela

Russia e Venezuela stanno facendo registrare “progressi significativi” nell’ambito della cooperazione militare.

Lo riferisce Vladimir Padrino Lopez, ministro venezuelano della Difesa parlando nell’ambito dell’International Army Games di Mosca. “Abbiamo avuto una conversazione privata con il ministro della Difesa russo, Serghej Shoigu, sul livello della cooperazione tecnico-militare, che sta facendo segnare progressi significativi”, ha sottolineato l’esponente del paese bolivariano che ha anche ringraziato il Cremlino per il supporto fornito a Caracas a fronte delle sanzioni comminate dal governo degli Stati Uniti.

Padrino Lopez ha poi concluso il suo intervento dichiarando: “La Federazione Russa ha mostrato la sua solidarietà, visibile, nel caso del Venezuela, paese che viene aggredito in maniera perversa dall’impero nordamericano”.

Mosca e Caracas si sono avvicinati quando, quasi in contemporanea, Valdimir Putin e Hugo Chavez sono saliti al potere; nel corso degli anni hanno poi rafforzato la cooperazione in vari ambiti; quello relativo alla difesa si è rivelato fondamentale negli ultimi mesi visto che anche grazie alla presenza di militari russi in territorio venezuelano gli Usa non hanno potuto raccogliere l’invito del golpista Juan Guaidò ad invadere il paese.

Caso Cerciello Rega, già iniziata la mobilitazione Usa in favore del reo confesso

Continuano le indagini delle forze di polizia italiane in merito alla morte di Mario Cerciello Rega, il vicebrigadiere dei Carabinieri ucciso nel centro di Roma lo scorso 26 luglio con 11 coltellate dal cittadino statunitense Finnegan Lee Elder, che poche ore dopo ha confermato le proprie responsabilità.

Per continuare a leggere cliccare qui —> https://www.edicolaweb.tv/prima-pagina/gia-partita-la-mobilitazione-usa-in-favore-del-reo-confesso/?fbclid=IwAR3gmhJJOo4vt9Knxn-pg-GHhV5zlOUiVab6THPJ3hY6Gl3Bycf9g5P9qTw

Domani protesta mondiale contro Trump e il blocco ai danni del Venezuela

Si terrà domani, sabato 10 agosto, la protesta mondiale invocata dal presidente venezuelano Nicolas Maduro contro il suo omologo statunitense Donald Trump e l’ultimo embargo decretato nei confronti del paese indiolatino.

Il primo mandatario di Caracas ha invitato tutti i popoli mondiali a partecipare alla “giornata internazionale” di protesta contro le misure coercitive dell’amministrazione statunitense e “della supremazia bianca”.

“Il Venezuela – ha detto Maduro – ha diritto al suo futuro, di rispettare la propria autodeterminazione, di costruire il proprio modello economico, politico e sociale”.

Parlando dell’evento il successore di Hugo Chavez ha riferito che domani ci saranno grandi marce in Venezuela e in tutto il mondo, mentre su Twitter la campagna sarà lanciata con l’hastag #NoMoreTrump (No more Trump). In molte città saranno inoltre organizzare raccolte di firme contro i suprematisti statunitensi.

Da mesi anni gli Usa stanno cercando di scalzare Maduro dal potere in Venezuela utilizzando uno schema già visto in passato con altri politici “ostili” si pensi a Saddam Hussein, Gheddafi, o Assad, rispetto al passato manca solo l’accusa di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione. Da mesi stanno sostenendo il presidente autoproclamato Juan Guaidò che in patri non gode però di nessun sostegno. Ora Washington sta giocando la carta dell’embargo economiche per stringere il cappio al collo del Venezuela ma Maduro e i suoi non hanno la minima intenzione di arrendersi.

Difesa: Trump batte cassa a Corea del Sud e Giappone

Corea del Sud e Giappone devono contribuire maggiormente alle spese di mantenimento dei militari Usa nell’area del Pacifico. Lo ha annunciato il presidente statunitense Donald Trump aggiungendo di aver già avviato colloqui in tal senso con Seul facendo presente la minaccia rappresentata da Pyongyang.

Via tweetter il primo mandatario statunitense ha scritto: “La Corea del Sud ha concordato di pagare una cifra considerevolmente maggiore agli Stati Uniti per difendersi dalla Corea del Nord”.

Già nei primi mesi del 2019 le autorità del paese asiatico avevano acconsentito ad aumentare dell’8% il proprio contributo alla sicurezza collettiva portandolo a 885 milioni di dollari, cifra che ora il Pentagono vorrebbe aumentare di ben 5 volte, arrivando a sfiorare i 4,5 miliardi di dollari.

Nell’ambito della riorganizzazione della Difesa nell’area anche Tokyo dovrebbe aumentare il proprio contributo. La proposta sarebbe stata illustrata dal consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, John Bolton, durante la recente visita del funzionario in Giappone, il 21 e 22 luglio scorsi. Bolton avrebbe affrontato la questione sia con il ministro degli Esteri giapponese, Taro Kono, sia con il capo del Consiglio di sicurezza nazionale giapponese, Shotaro Yachi. La proposta di Bolton di quintuplicare i contributi giapponesi per la sicurezza pare essere un’ardita scommessa negoziale, ma prelude a duri negoziati tra Washington e Tokyo in merito al contributo del Giappone alla presenza militare statunitense. Sulla base dell’accordo raggiunto durante l’amministrazione del presidente Barack Obama, valido dal 2016 al 2020, il Giappone si è impegnato a versare 8,7 miliardi di dollari in un quinquennio per le spese di stazionamento delle Forze Usa nel paese.

Iran-Usa: Rohani apre a possibili negoziati

Nonostante gli screzi diplomatici degli ultimi mesi e la rinnovata tensione in merito al progetto relativo al nucleare a scopo civile, le autorità di Teheran sono pronte e mettersi al tavolo delle trattative con quelle statunitensi, a patto però che Washington tolga le sanzioni economiche.

Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica islamica Hassan Rohani che ha spiegato: “La pace con l’Iran sarà la madre di tutte le paci, mentre la guerra con l’Iran sarà la madre di tutte le guerre”.

Ieri il portavoce dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana (Aeoi), Behrouz Kamalvandi, ha dichiarato che l’Iran darà il via alla terza fase di ridimensionamento dei suoi impegni nell’ambito dell’accordo sul nucleare del 2015 nel giro di un mese” se i firmatari europei continueranno a non rispettare i loro obblighi. Kamalvandi ha affermato in una conferenza stampa che la riduzione degli impegni nucleari dell’Iran prevede il superamento del limite di 130 tonnellate per la produzione di acqua pesante e del limite di 300 chilogrammi di scorte di uranio arricchito.

Nonostante gli attacchi verbali degli ultimi mesi e nonostante l’abbandono dell’accordo sul nucleare siglato nel 2015 Trump continua ad avere un atteggiamento ambiguo sapendo che un attacco contro l’Iran non solo trasformerebbe il Medio Oriente in una polveriera ma metterebbe a rischio anche Israele. Consapevole di ciò Rohani continua a tenere la barra dritta tutelando gli interessi di Teheran.

Bolivia inaugura più moderna fabbrica di cemento del Sud America

Continua la crescita della Bolivia di Evo Morales. Il paese indiolatino ha infatti inaugurato la più moderna fabbrica di cemento del Sud America in grado di produrre 1,3 milioni di tonnellate di calcestruzzo all’anno.

Ad inaugurare l’impianto è stato lo stesso primo mandatario che ha tagliato il nastro della Public productive company of cements of Bolivia (Ecebol) nel comune di Caracollo nel dipartimento di Oruro.

Parlando con la stampa Morals ha spiegato che il governo ha effettuato un investimento da 306 milioni di dollari nella costruzione e che giornalmente potranno essere prodotte fino a 3mila tonnellate di cemento. “La fabbrica – ha detto ancora il presidente è la più moderna del Sud America. Si tratta di un sogno atteso forse 50 o 60 anni nel dipartimento di Oruro”.

Da parte sua, la Society of Engineers of Bolivia (Sib), a nome del suo presidente, Carlos Ballón, ha ribadito che Ecebol è un riferimento in America Latina per le sue caratteristiche tecniche e ingegneristiche e ha sottolineato che il progetto è un contributo alla crescita regionale in Oruro e in tutta la nazione. “La fabbrica – ha aggiunto -produrrà molta materia prima che venga utilizzata in vari lavori che vanno dai progetti stradali ai megaprogetti idroelettrici, attraverso case, scuole, ospedali che per mano dei nostri professionisti contribuiranno direttamente allo sviluppo della regione e del paese”.

Attiva per una fase di prova già da un mese, la Ecebol ha già generato entrate per oltre due milioni di dollari.

Argentina: proteste contro politiche economiche di Macri

Nuove proteste in Argentina contro le manovre correttive varate dal governo di Mauricio Macri.

Sindacati e associazione sociali hanno infatti inscenato proteste con pentole offrendo polenta, protesta del polentazo nazionale, ai più bisognosi contro l’aumento dei prodotti agricoli causato dalle politiche economiche del governo.

Gli aumenti sono scattati in seguito alla dichiarazione di emergenza alimentare.

“La polenta -hanno detto i manifestanti – è il cibo che siamo ridotti a consumare in un contesto di inflazione, aggiustamento e licenziamenti”.

Le manifestazioni si sono svolte in contemporanea in 17 provincie ed hanno visto le diverse organizzazioni sociali agitare pentole e distribuire polenta e bloccando il traffico su numerose strade.

I manifestanti, al grido di “la fame non è una scelta” hanno chiesto al governo misure per contenere la disoccupazione, l’aumento dei salari e prezzo in linea con gli stipendi per contenere un’inflazione che ha visto aumenti del 50% nell’ultimo anno.

Nuove proteste sono già state indette per i prossimi giorni con “piatti vuoti” per continuare a denunciare “la fame in Argentina” con annunciato da Silvia Saravia, coordinatore nazionale di Barrios de Pie-Libres.