Fabrizio Di Ernesto

Si apre oggi in Venezuela incontro internazionale antimperialista

Si apre oggi, mercoledì 22 gennaio in Venezuela l’incontro internazionale antimperialista.

Preparando l’incontro il rappresentante del Psuv, il Partito socialista unitario venezuelano ha ribadito che nel paese indiolatino è in corso una grande battaglia contro l’imperialismo ed il tentativo di interferire nei paesi sovrani.

All’incontro che si svolge a Caracas prendono parte rappresentanti dei movimenti sociali e politici provenienti da tutto il mondo che denunceranno le politiche neoliberali e imperialiste promosse dagli Usa e dai suoi alleati al grido di “per la vita, la sovranità, la pace”.

Al meeting sono attese poco meno di 900 delegazioni.

Gerardo Marquez, dirigente del Psuv, ha spiegato come i convenuti lavoreranno su diversi tavoli tematici in cui verranno affrontati argomenti come: le aggressioni dell’imperialismo nel XXI secolo; la ricerca di un modello economico sostenibile: neoliberismo contro inclusione sociale; le esperienze di governi progressisti nel mondo e molti altri.

Il rappresentante dello Psuv ha sottolineato anche che in Venezuela si sta svolgendo una grande battaglia contro le pretese interventiste “che è servito da esempio per altre nazioni del mondo determinate a sconfiggere il neoliberismo”

L’incontro antimperialista si chiuderà venerdì 24 gennaio e fa parte dell’agenda del XXV Forum di San Paolo che si è tenuto a Caracas lo scorso luglio. In quell’occasione, i partecipanti hanno valutato gli effetti del neoliberismo.

Libia, dopo le parole ora servono i fatti

Conclusasi in modo soddisfacente, almeno a parole, la Conferenza di Berlino sulla Libia ora le parti devono applicarsi per mettere in pratica i buoni propositi. Ovviamente la Conferenza non ha risolto tutti i problemi del paese nordafricano ma rappresenta comunque una buona base di partenza.

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Bolivia: Mas annuncia i propri candidati per le elezioni di maggio

Saranno Luis Arce e David Choquehuanca i candidati del Mas, Movimento per il Socialismo, per le elezioni in Bolivia che si terranno il prossimo 3 maggio.

Al termine di una riunione tenutasi in Argentina il partito legato al presidente uscente, ma scalzato da un tentato golpe, Evo Morales ha deciso di puntare su questi due candidati scegliendoli tra quanti hanno sottoscritto un accordo scritto. Arce sarà il candidato alla presidenza mentre Choquehuanca sarà il suo vice.

Il tandem ha ovviamente ottenuto il benestare di Morales, attualmente in Messico.

Tra i due il più noto è sicuramente Arce, due volte ministro dell’Economia e delle Finanze della Bolivia; la prima volta tra il 2006 e il 2017 e la secondo dal 23 gennaio 2019 al 10 novembre 2019, durante il primo, il secondo e il terzo governo del presidente Morales.

Curriculum di tutto rispetto anche per Choquehuanca già ministro degli Esteri tra il 2016 ed il 2017, inoltre è stato Segretario generale dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli dell’America latina tra il 2017 ed il 2019.

Prima di veder formalizzata la loro candidatura i due hanno ribadito l’accordo di unità di intenti per difendere le lotte dei movimenti sociali per le trasformazioni politiche ed economiche in favore del popolo boliviano.

Italia a Berlino con un occhio ai giacimenti Eni in Libia

Alla conferenza di Berlino sulla Libia che si terrà domenica l’Italia giocherà un ruolo di secondo piano rispetto a Russia, Usa o Turchia, ma è indubbio che debba cercare di fare il massimo per tutelare i nostri interessi nella nostra ex colonia, in primis quelli del gigante energetico Eni.

La diplomazia italiana da tempo sta lavorando per contribuire alla stabilizzazione della Libia, anche e soprattutto per permettere la normalizzazione e la ripresa delle istituzioni economico-finanziarie del paese nordafricano. Dopo la primavera araba del 2011, nonostante la deposizione e l’uccisione di Gheddafi, il paese vive una guerra civile che sembra non avere una soluzione, da una parte infatti c’è il governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al Sarraj e dall’altra le truppe del generale Haftar; una situazione che mette a rischio i nostri interessi economici nella “quarta sponda” e la sicurezza di chi vi opera.

Il governo italiano è ben conscio della situazione, tanto che il premier Conte ha osservato: “L’Italia deve fare bene i suoi calcoli, visto che gli interessi nazionali sono principalmente in Tripolitania, a partire dall’impianto Eni di Mellitah, e dalle commesse energetiche, che vengono cogestite con la Noc, autorità petrolifera nazionale che, come la Banca centrale, risponde a al Sarraj”.

Il “Cane a sei zampe” è presente in Libia da oltre 60 anni, per l’esattezza dal 1959, e svolge attività di ricerca e sfruttamento dei giacimenti sia nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli sia nel deserto libico per una superficie complessiva di 26.636 chilometri quadrati. Attualmente Eni svolge le sue attività grazie a diversi contratti che scadranno tra il 2038 ed il 2043, necessario quindi garantire la possibilità di operare senza problemi.

Nel dicembre 2018 il gruppo ha firmato un Memorandum of Understanding con la compagnia elettrica nazionale GECOL e la compagnia petrolifera di stato NOC che include l’avvio di un progetto di riabilitazione di alcune centrali elettriche a supporto dell’accesso all’energia per le comunità.

Tutelare l’Eni significa però tutelare il nostro approvvigionamento energetico attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam. Il gasdotto, composto da una linea di 520 chilometri, realizza l’attraversamento sottomarino del Mar Mediterraneo collegando l’impianto di trattamento di Mellitah sulla costa libica con Gela in Sicilia, punto di ingresso nella rete nazionale di gasdotti. La capacità del gasdotto ammonta a circa 8 miliardi di metri cubi/anno. La produzione di gas naturale in Libia nel 2018 è stata pari a 33,4 milioni di metri cubi al giorno, mentre l’approvvigionamento di gas naturale è stato pari a 4,55 miliardi di metri cubi.

Permettere all’Eni di operare in sicurezza significa anche salvaguardare i consumatori italiani visto che il nostro paese, energeticamente parlando, dipende dall’estero e problemi in Libia potrebbero causare non solo una difficoltà nel reperire gas e petrolio ma soprattutto doverlo fare a prezzi più alti con conseguenze sui consumi.

Il nostro è il paese europeo che maggiormente dipende dall’energia importata, il 78% proviene dall’estero e tradizionalmente la Libia è sempre stata il nostro primo fornitore; prima del 2011 copriva un quarto dei nostri consumi di energia tra gas, petrolio e prodotti petroliferi. Ora la quantità si è ridimensionata perché importiamo non più del 7% dell’energia che consumiamo sotto forma di petrolio greggio (6 milioni di tonnellate) e gas naturale.

Non solo interessi energetici però. L’instabilità della regione e della Libia ha come diretta conseguenza la mancanza di un freno all’immigrazione clandestina. Ai tempi di Gheddafi il raìs era solito utilizzare la questione migratoria per “ricattare” l’Europa permettendo o meno la partenza di navi dalle coste libiche; venuto meno il suo controllo con sempre più disperati che sfidano la sorte per attraversare il Mar Mediterraneo ed approdare in Italia.

Governo messicano smentisce vicinanza a Teheran

Il governo messicano ha smentito la notizia pubblicata dalla stampa statunitense in merito ad un’alleanza con Teheran.

A spiegare la posizione del paese centroamericano dal ministero degli Esteri del Messico che ha parlato di notizia falsa, smentendo che da quanto è stato eletto Lopez Obrador (Amlo) alla guida del paese i vertici della Repubblica islamica dell’Iran stiano cercando un riavvicinamento con Città del Messico.

Citando presunte fonti di intelligence la stampa a stelle e strisce aveva scritto che negli ultimi 13 mesi l’Iran aveva cercato un riavvicinamento e che “Obrador si sarebbe adattato al modello di Soleimani”.

Nei giorni scorsi il Messico aveva invitato tutti i paesi coinvolti nel conflitto nel Golfo Persico “ad agire con moderazione dopo l’assassinio di Soleimani”, ribadendo che “in conformità con i principi costituzionali di politica estera approva il valore del dialogo e della negoziazione nella risoluzione delle controversie internazionali”.

Negli ultimi mesi il Messico in politica estera ha spesso assunto posizioni contrarie ai desiderata di Washington e questo sta creando alcune frizioni tra i due paesi storicamente alleati di ferro.

Sempre più difficile la situazione a Teheran

Si fa sempre più difficile la situazione in Iran che ora rischia di trasformarsi in una polveriera, anche perché alle proteste interna si sommano gli attacchi della comunità internazionale, Usa e Trump in primis.

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Argentina: Fernandez continua ad attuare il suo programma economico

Il presidente argentino Alberto Fernandez continua ad applicare i punti del suo programma economico per portare l’Argentina fuori dalla crisi economica.

La crescita finanziaria delineata nel programma sarà sostenuta da maggiori oneri fiscali per le persone con una migliore posizione economica e il trasferimento di capitali ai più poveri, ha ribadito il capo dello Stato.

Fernández è alla guida del paese indiolatino da un mese ma gli effetti del programma economico che implementerà nella sua amministrazione stanno già iniziando a dare i primi frutti anche se l’obiettivo principale rimane quello di “rimettere i soldi nelle tasche delle persone” ed “accendere l’economia”.

La precedente amministrazione di Mauricio Macri ha lasciato in eredità al paese un forte debito estero ed una recessione preoccupante, oltre alla disoccupazione ed all’impoverimento generale delle capacità produttive del paese.

Il presidente Fernandez si è detto convito che l’applicazione di una serie di misure tra cui nuove trattenute per le principali esportazioni, riduzione delle tariffe dei servizi pubblici e dei carburanti, al riduzione del debito pubblico e l’aumento degli stipendi possano favorire la ripresa del paese.

Per permettere l’espansione finanziaria l’inquilino della Casa Rosada propone anche imposte più alte per i redditi più ricchi ed il trasferimento di capitali in favore dei più poveri, facendo così ricadere i costi della crisi su coloro che maggiormente si sono avvantaggiati durante il macrismo.

Le prospettive per l’economia argentina nei prossimi quattro anni, secondo la politica del governo, sono presentate con controlli sui cambi con tasse per l’acquisto di valuta estera per il risparmio e il turismo; aumento del reddito disponibile dei settori più deboli della popolazione mediante decreto; Programma Care Price per garantire valori di riferimento nei prodotti del paniere base; tassi stabili per sei mesi; e la riduzione di oltre 10 punti dei tassi di interesse della Banca centrale.

Sciortino, Movimento Sovranisti Intereuropei, Facebook ci censura i profili privati senza un perché

Facebook continua la sua opera di censura contro il libero pensiero. Questo il grido d’allarme lanciato da Filippo Sciortino, presidente Movimento Sovranisti Intereuropeo, che ha scelto di denunciare quanto accaduto.

“In pochi giorni – racconta il numero uno dell’Associazione Orgoglio Italico – il colosso di Mark Zuckerberg  mi ha chiuso ben tre profili. Il primo era quello storico che utilizzavo per la mia attività di Editore radiofonico; il secondo è durato sette ore ed il terzo appena quattro. In particolare, quest’ultimo è stato chiuso dicendomi che era per la Sicurezza degli Utenti dopo che lo avevo appena fatto e con tutti i miei dati assolutamente regolari non avevo ancora scritto nè postato assolutamente niente.  Mentre invece la mia pagina “politica” da diversi mesi viene bloccata non appena scrivo qualsiasi cosa anche solo un buongiorno; l’ultima volta qualche giorno fa dopo che avevo postato un video non mio ma già condiviso da molti altri utenti anche su altri social. Un video normale”.

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Giappone, oggi al via missione raccolta informazioni nell’area del Golfo Persico

La difesa giapponese, tramite il ministro Taro Kono, effettuerà oggi grazie ad un cacciatorpediniere e velivoli da pattugliamento marittimo di intraprendere una missione di “raccolta delle informazioni” nell’area del Golfo Persico. L’obiettivo della missione è quello di contribuire alla sicurezza dell’area.

La missione era stata approvata dal governo di Tokyo lo scorso anno e sarà effettuata nonostante le proteste delle opposizioni che ne chiedevano un rinvio, e punta a tutelare il passaggio delle navi commerciali giapponesi nonostante le crescenti tensione tra Stati Uniti e Iran.

Sempre per cercare di contribuire alla normalizzazione della situazione il primo ministro del Giappone, Shinzo Abe, intraprenderà domani un viaggio ufficiale nel Medio Oriente per cinque giorni. Il capo di governo giapponese intende dare un contributo alla stabilizzazione della regione: Tokyo aveva inizialmente annunciato il rinvio del viaggio ufficiale, a causa dei venti di guerra innescati dall’uccisione mirata del generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad, e dalla successiva rappresaglia iraniana contro due basi irachene ospitanti truppe statunitensi. Abe ha deciso di condurre il viaggio ufficiale dopo che il presidente Usa, Donald Trump, è parso allontanare l’ipotesi di un conflitto militare aperto contro Tehran.

Il presidente dell’Iran, Hassan Rohani, ha incontrato il primo ministro del Giappone Shinzo Abe a Tokyo lo scorso 20 dicembre; nell’occasione i due leader hanno discusso lo stato delle relazioni bilaterali, il commercio energetico, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran e i piani del Giappone per l’invio di asset militari nel Golfo Persico, dopo gli attacchi subiti da petroliere giapponesi lo scorso giugno.

Venezuela: Guaidò ha perso la poltrona ma non il vizio ed ora si è autoproclamato presidente dell’Assemblea nazionale

Il lupo perde il pelo ma non il vizio, recita un vecchio adagio popolare. In Venezuela invece possiamo dire che Guaidò perde la poltrona ma non il vizio di autoproclamarsi. Dopo essere riuscito finalmente ad entrare in Parlamento, nonostante abbia attentato alla sicurezza nazionale cercando di scatenare una guerra civile, l’autonominatosi “presidente ad interim” ha deciso di confermarsi, grazie ai poteri che si è conferito da solo, capo dell’Assemblea nazionale, nonostante l’aula due giorni fa abbia eletto a tale carica Luis Parra, esponente di una delle opposizioni presenti in Parlamento.

L’alternanza ai vertici dell’Assemblea era stata decisa nel 2016 dalle varie forze politiche, quelle antichaviste, che avevano vinto le elezioni e per questo motivo nella prima riunione di gennaio viene eletto il presidente per l’anno in corso solo che in questa occasione Guaidò non vuole lasciare la poltrona ben sapendo che in tal caso tornerebbe nell’anonimato da cui è venuto.

La decisione di Guaidò di forzare il blocco dell’esercito ed entrare in Parlamento ha ovviamente provocato nuove tensioni. Dopo essere entrato nei giardini interni della sede del Parlamento, Guaidò e alcuni parlamentari sono riusciti a superare anche il blocco alla porta d’ingresso nel palazzo e a raggiungere l’emiciclo dell’Assemblea nazionale. Dopo aver intonato l’inno nazionale, il presunto capo dell’opposizione ha aperto ufficialmente la sessione ordinaria, ha assunto le funzioni di capo del Parlamento e ha giurato nuovamente come presidente ad interim “in nome di coloro che non hanno voce, per compiere i doveri di presidente incaricato e di trovare soluzioni alla crisi”.

All’uscita del golpista dall’edificio, alcuni agenti della Guardia Nazionale bolivariana hanno lanciato gas lacrimogeni in direzione dell’autoproclamato presidente e di altri parlamentari di opposizione.

Mentre Guaidò continua a giocare a fare il rivoluzionario e a collezionare cariche il Venezuela permane in una situazione a rischio guerra civile con due presidenti, uno eletto, in elezioni boicottate dalle opposizioni ma passato per le urne, ed uno autonominatosi e due presidenti dell’Assemblea nazionale.

Guaidò ripete di essere stato riconosciuto presidente da una cinquantina di paesi, omettendo però di dire dei circa 140 che non lo hanno fatto.