Fabrizio Di Ernesto

Al via da Cuba tour indio-latino ministro iraniano Zarif

È iniziato ieri da Cuba il tour indio-latino del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif che visiterà anche Nicaragua, Ecuador, Cile, Bolivia e Venezuela. Il rappresentante di Teheran è stato accolto ieri sull’isola caraibica dal presidente cubano Raúl Castro Ruz. Secondo quanto riferito dalla stampa cubana nel corso del loro incontro Castro e Zarif hanno discusso delle relazioni bilaterali tra Teheran e l’Avana ed hanno espresso la volontà ed il desiderio di ampliare la cooperazione nel settore economico, in quello commerciale e finanziario. All’incontro hanno preso parte anche Kambiz Sheikh Hassani, ambasciatore iraniano a Cuba e Mohammad Keshavarz Zadeh, direttore generale per le Americhe dell’Iran. In rappresentanza di Cuba presenti Ricardo Cabrisas Ruiz, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro dell’Economia e della Pianificazione, e Bruno Rodríguez Parrilla, ministro degli Esteri.

Parlando con la stampa al termine dell’incontro Zarif ha detto: “Inizieremo un nuovo capitolo nelle relazioni tra l’Iran e Cuba; vogliamo sviluppare la cooperazione in diversi settori, in particolare tecnologia e l’energia”.

Al via esercitazione militare congiunta tra Usa e Sud Corea

Stati uniti e Corea del Sud hanno dato oggi il via alla loro annuale esercitazione militare congiunta che durerà due settimane e che la dirigenza della Corea del Nord contesta duramente sostenendo che si tratti di una esercitazione destinata a testare una possibile invasione del loro paese. Una nota diffusa dallo Stato maggiore dell’esercito del popolo di Pyongyang ribadisce che Washington e Seul “devono tenere a mente che se ci fossero anche minimi segnali di una invasione del nostro paese, dei nostri mari o del nostro spazio aereo” questa sarà considerata una vera e propria aggressione generando una reazione adeguata.

Le esercitazioni congiunte coinvolgono circa 75 mila soldati, un terzo dei quali statunitensi. Per via telematica prenderanno parte all’esercitazione anche altri paesi tra cui Australia, Canada, Francia e Gran Bretagna.

Sempre questa settimana le forze militari statunitensi saranno impegnate anche nell’esercitazione militare Goshawk thunder insieme all’aviazione slovena. Questa esercitazione terminerà sabato 27 agosto ed avrà come centro direzione l’aeroporto militare di Cerklje ob Krki nei pressi di Brezice nella Slovenia orientale.

Gli Usa spostano in Romania le armi nucleari turche

A causa delle tensioni tra Ankara e Washington causate dal riavvicinamento tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello russo Vladimir Putin, il Pentagono, il ministero della Difesa statunitense, avrebbe iniziato a trasferire le armi nucleari stipate in Turchia, nella base di Incirlik non lontano dal confine con la Siria, in Romania.

La notizia è stata diffusa nei giorni scorsi dal sito EurActiv e per il momento non è stata confermata, ma nemmeno smentita, dagli Usa anche se si fanno sempre più insistenti le voci secondo cui le bombe sarebbero state trasferite nella base Nato di Deveselu.

Quella di Incirlik era una delle basi europea in cui gli Usa avevano stipato testate atomiche, in Italia queste si trovano a Ghedi, nel bresciano, e ad Aviano. Secondo quanto trapelato le bombe trasferite in Romania sarebbero state una ventina ed il trasferimento sarebbe avvenuto seguendo tutte le norme di sicurezza nonostante la delicatezza delle operazioni.

La Romania, così come l’Italia, ha sottoscritto il Trattato di Non proliferazione nucleare e quindi non potrebbe ospitare sul proprio suolo questo tipo di armi anche se per gli usa questo non sembra essere un problema.

Attualmente sono almeno 6 le basi, dislocate in cinque paesi europei che volenti o nolenti, ospitano al loro interno delle testate nucleari

Nel 2005 le testate nucleari ivi presenti ammontavano a 480 unità, numero comunque approssimativo visto che i vari accordi stretti da Nato-Usa e Paesi alleati sono coperti dal massimo segreto e che le stime sono state fatte in base alla grandezza ei bunker dove si presume si trovino questi ordigni.

Da quel poco che si è riusciti a scoprire queste bombe vengono gestite attraverso un sistema di sicurezza per l’immagazzinamento degli armamenti, ideato durante la Guerra Fredda, che prevedeva di collocare le testate nucleari, insieme ad armi convenzionali, in rifugi sotterranei con apertura a tempo. Questi hangar sotterranei sono in grado di ospitare, ognuno, quattro testate, e sono spesso affidati agli uomini del Munss, composte all’incirca da 150 militari, ed agli Ws3 che sono tenuti ad attenersi in modo rigoroso e preciso all’AFI 21-204, risalente al maggio del 2007, che fornisce le linee di condotta e le procedure per la manutenzione, la certificazione, il movimento logistico e le procedure di controllo per le armi nucleari. Questo protocollo va applicato a tutto il personale che mantiene, tratta e controlla le armi nucleari. Tra l’altro riporta esplicitamente il principio e la pratica del “nuclear sharing”, nella parte in cui precisa che la custodia continua da parte degli Stati Uniti delle armi nucleari e delle loro componenti,” è obbligatoria fino al ricezione di un ordine valido relativo al controllo nucleare, che permetta il trasferimento delle armi nucleari USA a forze armate non statunitensi incaricate del loro utilizzo”. Trattandosi di questioni quanto mai delicate anche i militari non americani chiamati a custodire questi armamenti sono obbligati ad osservare in maniera quanto mai scrupolosa il medesimo protocollo, compresi i piani di emergenza in caso di incidente.

Altra procedura da osservare quella stabilita il 29 gennaio 2007 nell’Usafe nuclear surety staff assistance visit and functional export visit program managment; questo più nel dettaglio fissa i criteri e le procedure per le ispezioni in siti con ordigni nucleari e per le verifiche sulle condizioni di sicurezza.

La presenza di questo tipo di bombe in Europa è stato apertamente ammesso da Washington nel febbraio 2005 tramite alcuni documenti ufficiali declassificati, e contenuti nel rapporto sulle armi nucleari a stelle e strisce nel Vecchio continente. All’epoca, stando ai dati snocciolati dal Natural resocurcese defense council, risultava che il Pentagono, in base ad una decisione assunta nel novembre del 2000 dall’allora presidente Bill Clinton, manteneva in Europa poco meno di 500 testate nucleari, dislocate in otto diverse basi di sei differenti Paesi aderenti alla Nato.

In base a questo documento risultavano 150 bombe alloggiate in tre basi tedesche, 110 in una inglese, 90 in Italia tra Ghedi ed Aviano, altrettante in Turchia, 20 in Belgio ed altrettante in Olanda.

Tutte sarebbero bombe tattiche B-61, costruite però in almeno tre differenti versioni con una potenza che oscilla dai 45 ai 170 kiloton, ad Hiroshima, tanto per intenderci, la potenza era di appena 13 kilotoni.

Gli Usa trasferiscono 15 prigionieri da Guantanamo agli Emirati arabi

Gli Usa hanno annunciato il trasferimento di 15 prigionieri detenuti nel carcere lager di Guantanamo, enclave statunitense sull’isola di Cuba, verso gli Emirati Arabi Uniti. Si tratta del più grande trasferimento di detenuti da Guantanamo da quando, gennaio 2009, Barack Obama è divenuto presidente degli Usa anche grazie alla promessa, poi non mantenuta, di chiudere il carcere.

Per la cronaca il gruppo è composto da 15 cittadini yemeniti e da tre afgani.

Dando la notizia gli Usa hanno spiegato che la scelta rientra nell’ambito delle iniziative intraprese per chiudere il carcere, dove ora rimangono ancora 61 prigionieri, 20 dei quali in attesa di rilascio e che potrebbero tornare in libertà già nelle prossime settimane, secondo i media a stelle e strisce. Washington ha anche ringraziato le autorità di Abu Dhabi ad accogliere i prigionieri aiutando gli Usa a chiudere il carcere. Il Pentagono ha specificato che il trasferimento di questi detenuti è avvenuto in base ad un accordo con le autorità emiretine.
Nel 2003 il mondo scoprì l’esistenza di questa prigione, inizialmente segreta perché coloro che vi veniva rinchiusi solitamente erano sottoposti ad un trattamento non conforme alle norme del diritto internazionale, in special modo quelle della Convenzione di Ginevra. Quell’estate infatti si diffuse la notizia che all’interno di questa base, in una zona speciale chiamata in codice Campo Delta, erano rinchiusi circa 700 detenuti di ben 42 diverse nazionalità. I primi prigionieri giunti qui erano stati rinchiusi nelle gabbie del Campo Raggi X, mentre dall’aprile precedente erano stati spostati in celle in muratura appositamente costruite, più piccole ma più confortevoli, almeno secondo le intenzioni del Pentagono. Il 16 febbraio del 2006 l’Onu, tramite l’allora segretario Kofi Annan, intimò agli Usa di chiudere il carcere.

Citando il rapporto stilato da cinque osservatori indipendenti, Leandro Despouy, relatore speciale sull’indipendenza della giustizia, Paul Hunt, salute fisica e mentale, la signora Asma Jahangir, libertà di culto, Manfred Nowak, tortura, e la signora Leila Zerrougui, detenzione arbitraria, il numero uno del Palazzo di vetro chiese a Washington anche di evitare qualsiasi pratica che potesse essere considerata tortura o atto crudele, inumano e degradante. Nel documento di oltre cinquanta pagine, si affermava che il ricorso eccessivo alla violenza o l’alimentazione forzata dei detenuti in sciopero della fame erano comportamenti da considerare come “equivalenti alla tortura.” Gli autori precisavano di non aver potuto recarsi nella base ma citavano informazioni secondo le quali, in varie circostanze, i detenuti sarebbero stati vittime di violazioni del diritto della “libertà di culto o di fede”.

Questo pronunciamento inoltre giungeva dopo la pubblicazione di una serie di foto che documentavano abusi ai danni dei detenuti. All’Onu si aggiungeva subito il Parlamento europeo che rinnovava l’invito alla chiusura. La reazione della Casa Bianca fu stizzita, tanto da polemizzare a distanza con l’Onu, accusata di screditarsi pubblicamente redigendo un simile rapporto. Secondo i dati ufficiali resi noti dal Pentagono dall’apertura della prigione al momento in cui venne stilato il rapporto all’interno di questo carcere speciale erano transitati circa 800 detenuti, e nel 2006 ve erano ancora circa 450; di questi però erano solamente dieci i detenuti formalmente incriminati e rinviati a giudizio di fronte alle Commissioni militari, i tribunali speciali creati dal Pentagono su ordine dell’ex presidente George W. Bush dopo i fatti dell’11 settembre 2001, la cui legittimità è stata però bocciata ben due volte dalla Corte Suprema.

Il Venezuela accusa Macrì di voler distruggere il Mercosur

Il ministro venezuelano degli Esteri, Delcy Rodriguez, tramite twitter ha accusato il presidente argentino, il liberista filo atlantico Mauricio Macrì, di voler distruggere il Mercosur, il mercato sudamericano ideato e realizzato dall’ex uomo forte di Caracas Hugo Chavez, aggiungendo che il suo paese non permetterà a Macrì di realizzare il suo obiettivo.

La Rodriguez ha spiegato che Macrì è ispirato nella sua azione degli Stati Uniti che hanno sempre contrastato l’operato del Mercosur. Il Venezuela ha assunto la presidenza del Mercosur lo scorso 29 luglio ad interim al termine della fine anzitempo del semestre di presidenza uruguayano, anche se Brasile, Argentina e Paraguay hanno criticato questo avvicendamento.

La Rodriguez ha poi aggiunto: “L’arrogante sordità di Macrì non gli permette di ascoltare il popolo argentino, oggi immerso nella disperazione di un governo neoliberista ed antidemocratico”.

Una settimana fa, lo scorso 5 agosto, la Rodriguez aveva denunciato l’esistenza di una triplice alleanza tra Argentina, Paraguay ed il Brasile per danneggiare il patrimonio regionale di integrazione realizzato negli ultimi anni nella regione indio latina, soprattutto per l’iniziativa di Caracas.

Nella vicenda è intervenuto anche il presidente venezuelano Nicolas Maduro che ha ribadito la convinzione del suo paese dell’esistenza di un’alleanza tripartita tra Argentina, Brasile e Paraguay in chiave antivenezuelana.

Correa contro la politica economica dei suoi predecessori

Rafael Correa, il presidente dell’Ecuador, si è scagliato contro la politica economica dei suoi predecessori; in particolare Correa si è scagliato contro la decisione di assumere il dollaro statunitense come divisa nazionale presa nel 2000 a causa di una grave finanziaria dall’ex presidente Guastavo Noboa. Nonostante le critiche a questa decisione Correa ha però aggiunto che “abbandonare ora il dollaro causerebbe un grave caos economico, sociale e politico”.

Il presidente ecuadoregno ha infatti spiegato che: “Per un paese in via di sviluppo è fondamentale il commercio estero e la possibilità di controllare il tasso di cambio. Avendo assunto il dollaro come valuta abbiamo commesso un suicidio. Colombia e Perù hanno modificato il loro tasso di cambio e noi non abbiamo potuto rispondere perdendo competitività. Ciò ha fatto sì che i paesi ai nostri confini guadagnassero competitività ai nostri danni”.

“Abbandonare il dollaro – spiega ancora Correa – causerebbe al nostro paese problemi ancora più gravi. Siamo costretti a tenerci il dollaro ben sapendo che ciò ci limita nella nostra azione. Sarebbe preferibile avere una moneta che può essere svalutata favorendo le esportazioni, così è come combattere sul ring della globalizzazione con indossando una camicia di forza”.

“Pochi paesi – ha aggiunto ancora Correa – hanno commesso un suicidio monetario simile al nostro adottando una moneta estera che fa il contrario di ciò che dovrebbe, ma questa responsabilità di quell’elite che tanti danni hanno causato al nostro paese”.

Usa e Israele verso accordo per nuova fornitura di armi

Gli Usa e Israele sono molto vicini ad un accordo per una nuova fornitura miliardaria di armi dopo che nel corso dei negoziati erano sorte alcune incomprensioni tra i due paesi non solo alleati ma quasi interdipendenti tra loro. Lo ha annunciato Jacob Nagel, capo del Consiglio di Sicurezza nazionale di Tel Aviv, precisando che la firma delle parti potrebbe giungere molto presto.

L’accordo dovrebbe avere la durata di 10 anni. I negoziati tra le parti erano stati avviati molti mesi ma l’accordo raggiunto lo scorso anno tra l’Iran e la comunità internazionale sul programma nucleare di Teheran aveva irrigidito la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu; Nagel ha però spiegato: “Abbiamo fatto progressi e colmato molte delle lacune . Speriamo di raggiungere presto l’accordo finale”, senza però dare indicazioni sulla possibile tempistica.

Secondo indiscrezioni l’accordo prevedrebbe la fornitura di tutte armi made in Usa. Nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali statunitensi l’impulso decisivo a chiudere l’accordo sarebbe venuto proprio dal premier Netanyahu che inizialmente avrebbe voluto aspettare le elezioni statunitensi di novembre per trattare eventualmente con il successore di Barack Obama, con il quale in passato è spesso entrato in contrasto.

L’accordo attualmente in vigore era stato firmato nel 2007 e scadrà nel 2018 e prevede la fornitura, in favore di Tel Aviv, di armi di fabbricazione straniera per 30 miliardi di dollari; il nuovo accordo, che Netanyahu avrebbe voluto di 40 miliardi di dollari, dovrebbe essere tra i 35 ed il 37,5. il precedente accordo inoltre prevedeva che Tel Aviv spendesse il 26,3 per cento di questi stanziamenti in favore di aziende locali.

Sul ciglio della foiba

È da poco disponibile per i “i libri del Borghese” il volume “Sul ciglio della foiba – Storie e vicende dell’italianità” del giovane ricercatore triestino Lorenzo Salimbeni.

Come si evince facilmente dal titolo il volume tratta le vicende che hanno caratterizzato il confine orientale d’Italia dall’epoca immediatamente precedente all’Unità d’Italia fino ai fatti, ben più tragici e sanguinosi, della II Guerra mondiale ed il periodo immediatamente successivo con gli eccidi compiuti da titini ai danni degli italiani accusati di essere collusi con il Fascismo e degli stessi partigiani bianchi che avevano preso parte alla lotta contro la Repubblica sociale.

Le storie narrate dall’autore partono da lontano e interessano coloro che nel corso di un secolo vennero chiamati “italiani d’Austria”, irredentisti, patrioti, fascisti.

Il volume, che raccoglie interventi tenuti dall’autore nel corso di conferenze e convegni, articoli pubblicati su riviste specializzate e quotidiani on-line e diverso materiale inedito, appare molto accurato noneché ricco di date e nomi, come si conviene alla ricerca storica, permettendo così anche al lettore meno preparato di leggere il libro senza difficoltà nel comprendere le vicende narrate e i protagonisti di quelle vicende.

L’autore, grazie anche ad un stile diretto e semplice, riesce a narrare vicende molto delicata senza eccedere nel macabro ma anche senza risultare troppo superficiale, riuscendo così a realizzare un libro agile ma curato in tutti i suoi aspetti.

Di particolare interesse è parso soprattutto il Capitolo XI – I luoghi comuni dei giustificazioni, nel quale l’autore demolisce uno dopo l’altro i luoghi comuni di una certa sinistra che per anni si è opposta alla ricerca della verità sulle foibe prendendo di fatto posizioni anti-italiane e filo titine e jugoslave in nome di un comune sentire comunista e resistenziale che fin troppo ha influito sulla storiografia italiana sia della II Guerra mondiale che degli anni immediatamente successivi.

L. Salimbeni “Sul ciglio della foiba”, i libri del Borghese pagg.220 euro 18,00

Jean Toschi, “il futuro dei Balcani non dipende dai paesi stessi, la regione è la scacchiera su cui si scontrano le grandi potenze”

Abbiamo incontrato Jean Toschi Marrazzani Visconti, autrice de “La porta d’ingresso dell’Islam. Bosnia-Erzegovina: un Paese ingovernabile”, di recente edito dalla Zambon, con la quale abbiamo parlato del suo ultimo libro e approfondito la questione legata ai Balcani. Nel corso della chiacchierata abbiamo ripercorso la storia della regione e smentito anche alcune verità ormai date per acquisite dai media mondiali, come quella relativa al “genocidio” operato dai serbi a Srebenica.

Per continuare a leggere cliccare qui —> http://agenziastampaitalia.it/speciali-asi/speciale/30065-jean-toschi-il-futuro-dei-balcani-non-dipende-dai-paesi-stessi-la-regione-e-la-scacchiera-su-cui-si-scontrano-le-grandi-potenze

Il Venezuela vuole rafforzare i rapporti con l’Europa

Dopo la schiarita nei rapporti con gli Stati Uniti, il Venezuela punta ora a rafforzare i rapporti diplomatici, politici ed economici con l’Europa. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri venezuelano Delcy Rodriguez che ieri, domenica 10 luglio, ha incontrato una delegazione di politici europei. Tra i politici presenti all’incontro l’ex premier spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero, il direttore generale per l’America della Società Spagnola di Agricoltura Biologica (Seae) Edita Hrdá; e l’Alto rappresentante dell’Unione Europea Federica Mogherini, come riferisce il sito dell’emittente televisiva venezuelana Telesur.

Nel corso dell’incontro la delegazione venezuelana ha ribadito la volontà del presidente Nicolas Maduro di rafforzare i rapporti di collaborazione e di amicizia con l’Europa nel rispetto della sovranità dei singoli paesi e dell’uguaglianza tra questi.

Lo scorso maggio il presidente venezuelano Maduro ha chiesto all’Unasur, l’Unione dei paesi del Sud America, di essere nominato a capo di una commissione incaricata di mediare tra i vertici venezuelani per risolvere la crisi politica, ampiamente strumentalizzata da Washington, in corso a Caracas. L’Unione europea ha deciso di nominare come proprio inviato in questa commissione proprio l’ex premier spagnolo Zapatero; gli altri membri della commissione sono il presidente panamense Martin Torrijos, e quello della Repubblica Dominicana Leonel Fernandez.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.