Fabrizio Di Ernesto

Venezuela, studenti in marcia in sostegno delle politiche di Maduro

Una marea rossa composta da studenti ha sfilato ieri, giovedì 21 novembre, per le strade di Caracas in sostegno del presidente Nicolas Maduro ed in difesa delle sue politiche nel settore dell’istruzione.

La marcia, convocata dal Partito Socialista Unito Venezuelano (PSUVA), ha visto la partecipazione di giovani provenienti da diverse parti del paese accompagnati dai membri dei movimenti sociali, ed alcuni politici vicini alla maggioranza.

La manifestazione si è svolta in concomitanza con il Congresso internazionale dei giovani e degli studenti che si chiuderà domani nella capitale.  Nicols Maduro Guerra, figlio del presidente e coordinatore dell’organizzazione studentesca “La formazione nazionale” ha affermato che “gli studenti si sono riversati nelle strade per la pace e la solidarietà dei popoli. Oggi gli studenti ricordano al mondo che qui c’è una gioventù che sventola le bandiere della dignità, che incoraggia l’armonizza tra i giovani di un Venezuela che vuole la pace”.

Rodbexa Poleo, Segretario Generale della Gioventù del Partito Socialista Unito del Venezuela, ha dichiarato che “i giovani della Patria stanno marciando per la pace e la democrazia partecipativa”.

Eglismar Canales, vice presidente della Federazione venezuelana degli studenti delle scuole superiori, ha detto che gli studenti “rispondono presenti a questa chiamata e marciamo in solidarietà con i giovani di Bolivia, Cile, Ecuador”.

Anche il golpista Juan Guidò aveva invocato i giovani a scendere in piazza in sostegno del suo tentativo di prendere il governo iniziato lo scorso gennaio e sempre più fallimentare anche se non sono stati molti i giovani che hanno deciso di seguirlo.

In Paraguay proteste per presenza segretario Osa Almagro

In Paraguay migliaia di giovani si sono mobilitati per impedire a Luis Almagro, segretario generale dell’Osa l’Organizzazione degli Stati Americani, di tenere un discorso su “Democrazia e sviluppo” all’università di Asuncion. I manifestanti hanno espresso la loro solidarietà al popolo della Bolivia ed al presidente eletto Evo Morales.

I giovani, sostenuti anche dalle parti sociali, hanno impedito ad Almagro di tenere la sua conferneza scandendo slogan quali “Almagro le tue mani sono insanguinate” e “Colpo di stato”, sventolando bandiere con l’effige di Ernesto “Che” Guevara e la whipala, ovvero la bandiera che rappresenta le diversità culturali in Bolivia.

Almagro, appena giunto in Paraguay ha sottolineato il ruolo del paese nella fuga di Evo Morales verso il Messico che poi gli ha garantito asilo politico.

Da parte sua il presidente paraguaiano Mario Abdo Benitez ha ringraziato Almagro per la visita ribadendo che l’incontro è servito a “ratificare l’impegno del sua paese per la difesa della democrazia e dei diritti umani”.

Bolivia: contadini contro colpo di Stato

I movimenti contadini della Bolivia hanno deciso di schierarsi al fianco di Evo Morales contro il colpo di Stato che ha portato al potere l’autoproclamata presidente Jeanine Anez.

Lo riferisce un comunicato diffuso dal Consiglio delle federazioni contadine dello Yungas e di La Paz (Cofecay), nel quale si invitano i dirigenti dei vari organismi presenti nel territorio a nord est di La Paz “”ad aderire al cento per cento alla grande mobilitazione indetta per questo lunedì”. Gli abitanti della regione andina nota come Yungas marceranno “a difesa dei diritti umani, per il rispetto della whipala (la tipica bandiera che rappresenta dei popoli nativi), il ripudio del colpo di stato e l’uso di armi letali da parte delle Forze armate contro il popolo boliviano”.

Il corte che si sta svolgendo nel pomeriggio italiano rivendica anche la richiesta dell’apertura di un tavolo di dialogo per far uscire il paese dalla crisi, appuntamento fissato per domani mattina alle ore 10,30 locali, le 16,30 in Italia.

Nel fine settimana il senatore del Movimento al Socialismo (Mas il partito di Morales), Efrain Chambi, aveva riferito di progressi nel dialogo fatto con il Partito democrata cristiano (Pcd) per un accordo sulla nascita di un nuovo tribunale supremo elettorale (Tse), anticipando dialoghi con esponenti di Unidad democratica (Ud), il partito dell’autoproclamata presidente ad interim Anez.

La crisi iniziata dopo le elezioni dello scorso 20 ottobre  ha provocato fino ad oggi 23 morti e 715 feriti secondo il bilancio ufficiale redatto dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) il bilancio degli scontri è ad oggi di 23 morti e 715 feriti.

Bolivia: presidente Anez ha completato la squadra di governo

In una Bolivia sempre più nel caos e sempre più vicina ad una guerra civile, Jeanine Anez, che si è autoproclamata presidente in sostituzione del dimissionario, per molti non per sua volontà, Evo Morales, ha finito di nominare la propria squadra di governo, cercando di non scontentare nessuno e dando una poltrona ad almeno tutti i partiti di opposizione nonostante avesse annunciato la volontà di dar vita ad “gabinetto tecnico perché la missione principale è quella di ripristinare in maniera immediata i servizi degli enti pubblici”.

La crisi in Bolivia, iniziata dopo le controverse elezioni dello scorso 20 ottobre, ha visto un’accelerazione dopo le dimissioni di Morales, arrivate domenica su pressione delle forze armate; secondo le opposizioni il presidente aveva fatto questo passo dopo aver appreso di un rapporto dei tecnici dell’Osa, che denunciava “vizi” nelle procedure di voto e di scrutinio delle elezioni del 20 ottobre.

Dopo le dimissioni Morales ha lasciato il paese rifugiandosi a Città del Messico, dove è stato accolto dal ministro degli Esteri Marcelo Ebrard.

Dopo essersi autoproclamata presidente la Anez ha annunciato di “voler governare anche senza approvazione di Camera e Senato” di aver avviato una “indagine approfondita” sui quasi 14 anni di governo di Morales, di pensare ad una amnistia per gli oppositori all’estero, e di voler realizzare elezioni “al più presto”.

In Bolivia si è creato un pericoloso vuoto di potere

Non si placano le tensioni in Bolivia dopo le dimissioni del presidente Evo Morales e l’asilo concessogli dal Messico, con il primo mandatario statunitense Donald Trump che ha parlato di «momento significativo per la democrazia».

Per continuare a leggere cliccare qui —> https://www.edicolaweb.tv/nel-mondo/morales-costretto-a-lasciate-vuoto-di-potere-a-la-paz/

La Bolivia tra golpe bianco e il nuovo oro bianco

Alla fine sotto la pressione della piazza e con la comunità internazionale che suggerimento degli Usa continuava a gridare al golpe invocando nuove elezioni, Evo Morales si è dimesso.

Rischia così di chiudersi una delle esperienze politiche più longeve e costruttive dell’America indiolatina.

Costituzione alla mano, varata dallo stesso Morales, il presidente uscente non avrebbe potuto correre per il quarto mandato, anche se l Supremo Tribunale Elettorale (Tse) della Bolivia aveva dato il via libera riconoscendo nella possibilità di candidarsi un diritto inviolabile degli uomini.

Nonostante gli attacchi delle opposizioni e di parte della comunità elettorale Morales aveva poi vinto le presidenziali al primo turno quando per poche migliaia di voti aveva ottenuto più del 10% dei voti del secondo arrivato. Da lì erano iniziate le proteste di piazza delle opposizioni cui nei giorni scrosi si sono uniti anche settori operanti nell’area privata di agricoltura e miniere ed infine i vertici delle

forze armate e della polizia, nonostante l’annuncio di Morales di nuove elezioni.

Morales ha spiegato, in una breve dichiarazione che la decisione di dimettersi deriva “dall’obbligo di operare per la pace. Mi fa molto male che ci si scontri fra boliviani e che alcuni comitati civici e partiti che hanno perso le elezioni abbiano scatenato violenze ed aggressioni. È per questa ed altre ragioni che sto rinunciando al mio incarico inviando la mia lettera al Parlamento plurinazionale”.

Come spesso capita però le ragioni degli attacchi internazionali a Morales partono da lontano e poco o nulla hanno a che vedere con la democrazia.

Nei tanti anni passati al potere, a differenza di altri leader regionali, Morales non è mai stato accusato di essere un dittatore o di affamare il proprio popolo, anzi aveva sempre operato una forte redistribuzione del reddito. Ad inizio anno aveva anche annunciato un nuovo ambizioso progetto: fare del suo paese il primo produttore mondiale di litio.

Col senno di poi questo annuncio potrebbe anche aver avuto un ruolo decisivo negli attacchi degli ultimi giorni.

La Bolivia infatti detiene la metà delle riserve al mondo di questo materiale, ed il maggior sfruttamento delle miniere di Pascoli e Uyuni, nella regione di Potosì, e in quella di Coipasa, nell’Oruro, dovrebbero permettere a La Paz di diventare il primo esportatore al mondo di questo metallo garantendo nei prossimi tre anni profitti per circa un miliardo di dollari.

E perché la volontà di intensificare lo sfruttamento di questi giacimenti avrebbe comportato la caduta di Morales, da sempre considerato vicino alla Russia e ostile agli Usa? il litio è il più leggero degli elementi solidi, molto diffuso in natura sotto forma di composti; è usato in piccole quantità per la preparazione di leghe speciali, e in medicina, sotto forma di sali, nella cura della gotta e di altri disturbi, anche di tipo neuro-psichiatrico; il litio però è soprattutto indispensabile materia prima nella produzione di batterie per quei veicoli elettrici che entro dieci anni saranno un terzo del parco automobilistico mondiale, il litio è infatti chiamato “oro bianco” ed andrà a sostituire quindi il ben più noto “oro nero”.

Europa league: la Lazio perde la terza partita su quattro ed è con piede fuori

Con appena 3 punti dopo altrettante partite e con 2 sconfitte in trasferta la quarta giornata di Europa league è già da dentro o fuori per la Lazio che a Roma deve battere il Celtic per tenere accesa le speranze di qualificazione.

Turn over ridotto rispetto alle precedenti occasioni, il tecnico Simone Inzaghi manda in campo una formazione abbastanza vicina alla migliore, fuori Correa in dubbio anche per domenica contro il Lecce, e con Immobile e Caicedo non al meglio. Fuori Radu e Cataldi per squalifica il tecnico piacentino prova a rilanciare Vavro al centro della difesa, prova accettabile la sua, e Jony sulla fascia, che offre l’ennesima prova incolore.

Nonostante il buon avvio come già in Scozia la Lazio cede sul finale e complice il successo del Cluj nell’altro incontro del girone i capitolini devono solo vincere le ultime due partite del girone con il rischio concreto che altri sei punti potrebbero non bastare.

 

La cronaca: la Lazio parte bene e dopo aver conquistato un paio di calci dalla bandierina ed aver sfiorato il golo con una botta di Jony da fuori ad impensierire il portiere al minuto numero 7 passa con il solito gol, 15 in stagione con la nazionale, di Ciro Immobile in un vero e proprio momento di grazia.

La partita si mette subito nel modo preferito per gli uomini di Inzaghi che si mettono ad aspettare gli scozzesi e ripartire in velocità. Al minuto 20 sempre Immobile sfugge agli avversari e aggancia un lancio lungo ed entra in area ma proprio mentre sta per calciare gli avversari recuperano su di lui e l’occasione sfuma.

La partita viene controllata dalla Lazio, il Celtic ci prova ma non riesce mai ad impensierire Strakosha, o almeno non lo fa fino al minuto 38 quando la solita amnesia prima di Milinkovic-Savic poi di Acerbi permette al Celtic di conquistare palla al limite dell’area dei capitolini e a Forrest di battere a rete indisturbato.

La Lazio però come scossa dal gol preso sfiora il nuovo vantaggio tre volte in due minuti, complice anche una goffa uscita del portiere scozzese su un corner calciato dalla sinistra.

Il secondo tempo si apre con un Celtic molto più arrembante che staziona con insistenza dalle parti dell’estremo difensore dei capitolini, arrivando a sfiorare il vantaggio in almeno un paio di occasioni.

Al minuto 58 inizia il valzer dei cambi, Inzaghi toglie Leiva ed uno spento Jony per inserire Lulic e Luis Alberto per dare più consistenza e pericolosità alla manovra laziale.

La mossa scuote la Lazio che torna a farsi vedere nell’area avversaria ed al minuto 68 con un bel colpo di testa di Milinkovic-Savic su assist di Acerbi mette a dura prova il portiere Forster.

La Lazio insiste ma con scarsa precisione, molta confusione e poca fortuna, Immobile reclama un rigore per un possibile tocco con il braccio di Ajer ma per la terna arbitrale è tutto regolare.

Al minuto 77 primo cambio tra gli ospiti, fuori Christie e dentro Ntcham.

Al minuto 82 Inzaghi si gioca l’ultimo cambio: fuori Vavro e dentro Berisha, con Lulic che scala a fare il terzo dietro e Acerbi che torna nel suo ruolo di centrale di difesa. Lennon risponde richiamando in panchina Elhamed per Bitton.

A 5 dalla fine prima Lazzari e poi Caicedo impegnano il portiere scozzese che però si oppone in entrambe le occasioni.

Un minuto dopo è Milinkovic-Savic e sfiorare il gol dopo una magia di Luis Alberto.

All’89simo ultimo cambio anche per gli scozzesi, fuori Forrest per Bauer.

I 5 minuti di recupero sono una lenta agonia per i laziali che proprio negli ultimi secondi subiscono il gol della sconfitta ad opera di Ntcham. Scozzesi matematicamente ai sedicesimi per la Lazio inferno dell’eliminazione ad un passo.

Ancora una volta le riserve non si mostrano all’altezza e denunciano per l’ennesima volta come, eccezion fatta per Lazzari, anche l’ultima campagna acquisti estiva sia stata fallimentare e poco o nulla funzionale al rafforzamento della compagine capitolina. Per puntare al quarto posto a gennaio servono investimenti concreti e non le solite scommesse a parametro zero e infortunati in via di guarigione del duo Tare e Lotito che se già in estate fanno poco mercato in quello invernale sono soliti restare in letargo.

 

Formazioni:

Lazio: Strakosha; Acerbi, Vavro, Luis Felipe; Jony, Milinkovic-Savic, Lucas Leiva, Parolo, Lazzari; Immobile, Caicedo. All.: Inzaghi. A disp.: Guerrieri, Patric, Berisha, Luis Alberto, Lulic, Adekanye.

 

Celtic: Forster; Elhamed, Jullien, Ajer, Hayes; Brown, McGregor; Forrest, Christie, Elyounoussi; Edouard. All.: Lennon. A disp.: Gordon, Taylor, Bitton, Sinclair, Bauer, Morgan, Ntcham.

Nuove tensioni tra Russia e Ucraina

Torna la tensione tra Russia e Ucraina dopo che Kiev, tramite il ministro dell’Energia Aleksej Orzhel, si è detta pronta ad interrompere il transito del gas proveniente da Mosca.

Il rappresentante di Kiev ha spiegato che i volumi di gas negli impianti di stoccaggio sotterranei sono tali da consentire di superare la stagione invernale senza ulteriori approvvigionamenti, pur senza escludere la possibilità di siglare un nuovo accordo fra Naftogaz, la compagnia ucraina di distribuzione, e Gazprom, il colosso energetico russo che gestisce le attività di export attraverso i gasdotti diretti verso l’Europa in scadenza a fine 2019.

La presa di posizione ucraina arriva dopo che nei giorni scorsi il Cremlino aveva ribadito di non aver intenzione di sospendere il transito del gas anche se nel caso si rendessero disponibili percorsi alternativi.

Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, aveva anche sottolineato come da parte di Kiev non fosse emersa la chiara volontà di giungere ad un nuovo accordo perché “la Russia avrà ora l’opportunità di assicurare le forniture dai consumatori occidentali, grazie a rotte alternative. Ciò non vuol dire che se ne approfitterà”.

A novembre sono previsti nuovi colloqui tra i due paesi per definire un nuovo accordo che permettere al gas russo di transitare attraverso l’Ucraina per giungere in Europa occidentale ma le ultime tensioni potrebbero complicare il cammino e quindi penalizzare i paesi che si riforniscono da Mosca.

Cile: la popolazione continua a chiedere un nuovo modello di stato non liberista

Non si placano le proteste che da un paio di settimane stanno interessando il Cile e che hanno già obbligato il presidente Sebastian Pinera a tornare sui propri passi, anche se ad essere sotto accusa non è solo il governo ma tutto il neoliberismo economico.

Nonostante le forti repressioni operate dai Carabineros de Chile, vari settori popolari nella capitale, Santiago, e in altre regioni del paese, continuano ad organizzare assemblee per costruire una serie di proposte sociali, economiche e politiche per chiedere un nuovo modello di Stato.

Le richieste più frequenti sono quelle di rivedere il modello neoliberista, in vigore nel paese dai tempi del dittatore atlantico Augusto Pinochet, e che ha prodotto una profonda disuguaglianza sociale.

Il governo, già costretto nei giorni scorsi a tornare sui propri passi, però non appare intenzionato a rivedere il modello statuale ed infatti diverse assemblee sono state represse a Santiago e nelle regioni come Valparaíso e Concepción; i cittadini riferiscono che la polizia attacca le manifestazioni e le assemblee, nonostante la loro natura pacifica.

I manifestanti denunciano che l’appello al dialogo promosso dal presidente Pinera si limita a concordare le scelte politiche con i settori imprenditoriali lasciando intatto l’attuale modello politico e socioeconomico.

Il numero delle assemblee popolari si è intensificato, dopo che i settori indigeni e dei lavoratori si sono uniti alle massicce mobilitazioni e hanno aperto “cabildos” per discutere delle questioni e delle eventuali proposte da avanzare al governo.

Secondo l’Istituto Nazionale per i Diritti Umani, dall’inizio delle proteste popolari 4.316 persone sono state arrestate e in cinque casi sono state presentate denunce per omicidio.

Bolivia: Tribunale elettorale ribadisce trasparenza voto

Il voto per le presidenziali in Bolivia si è svolto in assoluta trasparenza e legalità e le organizzazioni politiche devono rispettare l’esito delle volontà popolare. Lo ribadisce il Supremo tribunale elettorale della Bolivia (Tse) attraverso un dettagliato rapporto in cui vengono confermati i risultati che hanno visto la vittoria di Evo Morales.

Nel documento si legge come sia infondata l’accusa che il Movimento al socialismo, il partito di Morales, abbia ottenuto in alcuni zone più vote dei votanti registrati anche perché non esiste alcuna prova a supporto di tali tesi.

La corte ha ribadito anche che, secondo il sistema di trasmissione dei risultati elettorali preliminari (Trep), i voti sono registrati come indicato nel verbale e che questi vengono controllati anche da osservatori internazionali; molte polemiche erano sorte perché i primi risultati diffusi non sembravano anticipare la successiva vittoria di Morales.

Come anticipato sopra, i funzionari del Tse hanno ribadito la completa trasparenza elettorale e hanno esortato le organizzazioni politiche a rispettare il lavoro e la volontà della popolazione, “il voto e i risultati sono sacri, perché rappresentano la sacra volontà popolare”.

Inoltre, i membri del Tse hanno anche espresso la loro disponibilità a svolgere audizioni con organizzazioni internazionali perché “non abbiamo problemi, non abbiamo nulla da nascondere”.