Fabrizio Di Ernesto

Intervista a Mario Adinolfi

Intervista con il  Presidente del Popolo della Famiglia, dottor Mario Adinolfi. Il Popolo della Famiglia è una realtà politica ispirata ai valori cristiani che è stata fondata l’11 marzo 2016 da  Mario Adinolfi, Gianfranco Amato e Nicola Di Matteo.

Abbiamo affrontato con lui  il tema del ritorno in Italia, dopo 18 mesi, di Silvia Romano, la cooperante milanese, rapita nel novembre 2018 in Kenya, prigioniera  dello spietato gruppo fondamentalista, di matrice jiadista, Al Shabaab. La ragazza finalmente domenica 10 maggio è atterrata a Ciampino dove ha riabbracciato i suoi familiari. Se umanamente tutto il Paese ha gioito  perché la vicenda è stata a lieto fine, però sulle dinamiche che hanno dato seguito alla sua libertà ci sono aspetti che vanno chiariti. Per esempio su come si è  arrivati alla suo rilascio, il ruolo svolto dai servizi segreti turchi e da quelli  somali.

Per ascoltare l’intervista cliccare qui—> https://agenziastampaitalia.it/politica/politica-nazionale/51201-mario-adinolfi-pdf-pagati-4-milioni-per-rilascio-silvia-romano-ma-la-vicenda-e-di-rilevanza-geopolitica-che-mostra-l-incapacita-del-nostro-governo

Bolivia: Morales, governo va contro interessi delle aziende

Il governo golpista della Bolivia sta sistematicamente smantellando diverse società strategiche per il paese. Questo il duro atto d’accusa fatto dall’ex presidente Evo Morales che cita a tal proposito la BoA, l’Azienza boliviana per l’aviazione, la Ypfb, Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos (YPFB) ed Entel Bolivia.

L’ex presidente, attualmente in Argentina dove ha chiesto asilo politico dopo il golpe di novembre, via Twitter ha poi ricordato che “i boliviani insieme alle organizzazioni sociali hanno il dovere di difendere queste società” spiegando che se questo non sarà fatto sarà molto difficile per il paese uscire dalla crisi economica.

Morales ha preso posizione dopo che la BoA ha segnalato una situazione “particolarmente difficile” a causa del coronavirus, motivo per cui l’’azienda ha accusato un ritardo nel pagamento dei salari ai lavoratori a causa della poco liquidità.

Nel caso della società Ypfb, il governo ha invece deciso di cambiare il presidente, Herland Soliz, dopo che questi aveva denunciato irregolarità nei contratti generando il terzo cambio della dirigenza durante il governo provvisori di Jeanine Áñez.

Per quanto attiene invece all’Entel l’audit effettuato dall’attuale direzione generale ha rivelato che a nel breve termine la pandemia ha causato danni economici alla società statale per oltre 110mila euro.

Attualmente, la Bolivia deve inoltre affrontare la crisi delle cooperative e del settore imprenditoriale, che chiedono garanzie in merito alle misure di biosicurezza, insieme all’emissione di un piano di emergenza medica e sanitaria per la protezione dei lavoratori del paese.

Difesa: nonostante sospensione dal programma Turchia ancora operativa in progetto F-35

La Turchia è ancora attiva nel progetto relativo alla realizzazione dei jet F-35 nonostante gli Usa abbiano deciso di sospendere Ankara un anno fa a causa dell’acquisto da parte del paese di Erdogan del sistema di difesa antiaerea di fabbricazione russa.

A riferirlo Ismail Demir, il direttore dell’industria della difesa turca.

Le autorità statunitensi lo scorso luglio, ovvero non appena le prime unità di S-400 russe erano arrivate in Turchia, la sospensione di Ankara relativo al programma di fabbricazione degli F-35 minacciando anche sanzioni per aver violato la norma Usa che vieta l’acquisto di materiale bellico di fabbricazione russa. Nel dettaglio la produzione delle parti si sarebbe dovuta bloccare a marzo ma così non è stato.

Secondo Demir a causa dell’emergenza legata al Covid-19 le autorità Usa hanno preferito non rispettare questa scadenza e così “le nostre aziende continuano la loro produzione e la consegna. La Turchia era ed è un partner fedele nel programma”, precisando che l’eventuale esclusione di Ankara dal progetto causerebbe un danno di circa 600 milioni di dollari.

Da sottolineare come l’emergenza coronavirus ha fatto slittare anche il dispiegamento degli S-400 inizialmente previsto per lo scorso mese di aprile.

Venezuela: Maduro, sventato attacco stile Baia dei Porci

“Le forze armate bolivariane hanno sventato un attacco stile Baia dei Porci”.

Questo l’annuncio fatto dal presidente venezuelano Nicolas Maduro in merito ad un’operazione svolta dalle forse di sicurezza locale contro un tentativo di invasione via mare da parte di mercenari statunitensi e colombiani che avrebbero avuto come obiettivo principale quello di uccidere l’uomo forte di Caracas.

La stampa venezuelana ha informato che domenica scorsa alcuni mercenari avrebbero tentato di entrare nel paese via mare con un’incursione simile a quella ordinata contro Cuba nel 1961 da Kennedy che si infranse però sulla Baia dei Porci per la risposta delle forze fedeli a Fidel Castro, leader della rivoluzione cubana.

Secondo quanto riportato dai media locali l’operazione antichavista sarebbe stata chiamata “Operazione Gedeone”, ed avrebbe portato allo sbarco a La Guaira, nel nord del Venezuela, di 20, forse 30 uomini armati, partiti probabilmente dalla Colombia. Un commando definito da Maduro di “mercenari terroristi”; di questi 8 sarebbero rimasti uccisi nello scontro a fuoco mentre altri 13 arrestati. Tra loro figurerebbero anche due cittadini statunitensi, prova questa per Maduro del coinvolgimento nell’operazione del presidente Usa Donald Trump.

L’ìinquilino della Casa Binca, in prima fila nel voler rovesciare Maduro ha però declinato ogni responsabilità assicurando che quanto avvenuto “non ha nulla a che vedere con il nostro governo”.

Parlando alla popolazione Maduro ha riferito che l’attacco è cominciato domenica notte con l’arrivo di due barche a motore a bordo delle quali si trovavano numerosi disertori venezuelani ex militari e membri della polizia, insieme a due cittadini americani (Luke Denman, 34 anni, e Airan Berry, di 41), di cui ha mostrato in televisione i passaporti. Secondo le autorità venezuelane nella vicenda sarebbe invischiato anche Jordan Goudreau, un ex berretto verde, veterano dell’Iraq e dell’Afghanistan, titolare di SilverCorp USA, un’agenzia di logistica della Florida che di fatto si propone come partner per “”la gestione della sicurezza in zone di rischio”.

Al riguardo il procuratore generale venezuelano Tarek William Saab ha sostenuto che Goudreau avrebbe firmato in marzo con Guaidò un accordo sulla realizzazione del progetto di attacco in Venezuela dal valore di 212 milioni di dollari, finanziato con denaro derivante dalla filiale Usa Citgo della compagnia petrolifera Pdvsa.

Venezuela: l’Onu chiede di evitare il riaccendersi della violenza

Torna la paura di scontri e guerra civile in Venezuela dopo che le autorità locali hanno denunciato un tentativo di invasione marittima che sarebbe avvenuto domenica 3 maggio. A tal proposito oggi il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha messo in guardia dal rischio del riaccendersi della violenza nella crisi venezuelana.

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Siria: esercito regolare respinge attacco israeliano a caserme di Aleppo

Dopo oltre 8 anni di guerra civile non c’è pace per la Siria, nemmeno dopo che l’esercito regolare, con il supporto di Russia, Iran ed Hezbollah ha sconfitto i tagliagole islamici sostenuti dagli Usa.

Nonostante l’emergenza globale scatenata dal Covid-19 infatti le forze di Damasco continuano ad essere oggetto di attacchi stranieri, in primi israeliani anche se Tel Aviv ovviamente nega ogni responsabilità nonostante da anni occupi le alture del Golan, che a livello internazionale appartengono alla Siria.

Fonti militari siriane hanno riferito che la difesa antiaerea dell’esercito ha risposto ai “razzi nemici” contro alcune postazioni militari nella provincia di Aleppo, nel nord-ovest del paese arabo. L’agenzia di stampa siriana precisa che i missili, presumibilmente di provenienza israeliana, sarebbero stati indirizzati verso le caserme nell’area di Al-Safira, nel sud-est di Aleppo.

Venerdì scorso, elicotteri israeliani hanno attaccato posizioni dell’esercito siriano nelle province di Al-Quneitra e Daraa, nel sud del paese arabo mentre il 27 aprile, aerei da guerra del regime israeliano hanno effettuato un attacco missilistico nelle vicinanze di Damasco.

Presidente serbo Vucic elogia ruolo difesa russa

Il presidente serbo Aleksandar Vucic nel corso della visita ad un’unità di difesa aerea nei pressi di Belgrado di recente equipaggiata con il sistema russo Pantsir-S1, progettato per difendere gli obiettivi a terra da missili da crociera, droni e aerei a bassa quota, ha elogiato i sistemi di difesa fabbricati in Russia aggiungendo: “grazie a Mosca le nostre forze armate sono 10 volte più forti rispetto a quando siamo stati bombardati dalla Nato nel 1999”.

“Questo – ha aggiunto – è un grande supporto per la difesa delle nostre città, la protezione delle nostre infrastrutture e il rafforzamento dei nostri militari. Non vogliamo attaccare nessuno, vogliamo proteggere il futuro dei nostri figli”.

La visita, avvenuta sabato 2 maggio, ha un alto valore simbolico dal momento che è avvenuta nel 21mo anniversario dell’abbattimento di un F-16 statunitense impegnato in azioni militari contro Belgrado tanto che il presidente serbo ha sottolineato: “Sono orgoglioso di visitare la brigata che ha abbattuto l’F-16”.

Il riarmo serbo, avvenuto grazie ai mezzi della Russia, ha spesso suscitato polemiche nella regione dei Balcani anche perché Belgrado è l’unico paese sorto dalla dissoluzione della Jugoslavia che non è finito nell’orbita militare e politica di Washington; inoltre pur avendo chiesto l’adesione all’Unione europea la Serbia ha stretto legami sempre più stretti con Mosca e Pechino. Inoltre, la Serbia ha sempre rifiutato di unirsi alle sanzioni occidentali contro la Russia nell’ambito della crisi ucraina.

Colombia, torna alta la tensione sociale

In Colombia torna a crescere la tensione sociale dopo che nelle ultime 24 ore sono stati uccisi 5 persone tra leader della società civile e attivisti dei diritti umani; la zona del paese più colpita è quella di Cauca, dove dall’inizio dell’anno sono stati assassinati 16 attivisti.

Tra gli ultimi a pagare con la vita il loro impegno sociale Uenseslao Guerrero de La Cruz, ex presidente del Community Action Board e leader della comunità nel distretto di Curacas, ucciso da due fuggitivi motorizzati che sono fuggiti nel comune di Mercaderes, situato a sud del dipartimento di Cauca.

La notizia è stata data dal sindaco di Mercaderes, Fernando Díaz Salamanca, che ha invitato le autorità dipartimentali e nazionali a coordinare gli sforzi “sia per gli investimenti in ambito sociale sia per la protezione dei leader sociali e dei diritti umani”.

La morte di Uenseslao, si è andata ad aggiungere alle quattro vittime dello scorso 29 aprile, che sono morte in un massacro nel villaggio di El Vado, comune di Mojarras, nello stesso comune di Mercaderes, dove l’attuale presidente del Community Action Board, Álvaro Narváez Daza ha perso la vita.

Narváez Daza è stato assassinato insieme a sua moglie, uno dei suoi figli e sua nipote, dopo aver ricevuto diverse ferite da proiettile da un gruppo armato non identificato.

L’ex governatore del dipartimento di Cauca, ora senatore, Temístocles Ortega, ha denunciato il fatto attraverso il social network Twitter.

A questi assassinii mirati si aggiungono varie azioni violente che hanno seminato la paura e la preoccupazione delle comunità, che denunciano anche le aggressioni subite dalla pubblica sicurezza.

USA 2020: sarà corsa a tre?

Justin Amash, 40 anni, ex deputato repubblicano del Michigan ha annunciato la decisione di creare un comitato esplorativo per la presidenza come candidato del partito libertario, che terrà la sua convention a fine maggio in Texas.

In corso per la Casa Bianca ci sono già il presidente uscente Donald Trump, portabandiera dei Repubblicani nonostante un passato tra i Democratici, e Joe Biden che ha vinto per abbandono le primarie del partito dell’Asinello e che oggi ha annuniciato che se dovessere vincere lascerebbe l’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme.

Amash ha abbandonato il partito dell’Elefante la scorsa estate dopo essere stato il primo esponente del suo partito a chiedere l’impeachment del tycoon per il Russiagate, votando poi – unico tra i non democratici – quello per l’Ucrainagate.

Annunciando la decisione di correre per la principale elettiva statunitense ha twittato: “Gli americani sono pronti per una presidenza che ripristini il rispetto per la nostra costituzione e unisca la gente”, ha twittato.

Figlio di immigrati arabi cristiani (padre palestinese, madre siriana), laureato in legge, sposato e con tre figli, Amash entra nel 2008 al parlamento del Michigan sull’onda del Tea party. Due anni dopo sbarca a Capitol Hill, dove diventa uno degli esponenti più libertari della Camera, anche come fondatore del Freedom Caucus, e uno dei repubblicani più critici di Trump.

Il suo programma politico prevede uno Stato leggero, il taglio della spesa federale e della tasse, una riduzione dei poteri governativi di sorveglianza e dell’intervento americano all’estero; è contro l’aborto, l’Obamacare, l’accordo di Parigi sul clima, la pena di morte federale ma a favore delle nozze

gay.

Il sistema elettorale statunitense è molto complesso ed è difficile per un candidato terzo riuscire ad imporsi, inoltre ogni Stato ha una propria legge per l’elezione dei grandi elettori che concorrono alla nomina del presidente ed in alcuni di questi il vincitore prende tutti i delegati. Amash intercettando il voto di protesta contro Trump potrebbe finire per indebolire il presidente uscente, da ricordare che dal 1980 ad oggi sono Bush senior non ha ottenuto la rielezione.

Trump sta vivendo un periodo, politicamente parlando, complesso ed oggi è tornato ad attaccare la Cina per la pandemia del Covid-19 minacciando Pechino di chiedere i danni avendo le prove di un coinvolgimento del gigante asiatico.

Se Trump piange Biden non ride però visto che appare sempre più incalzato dall’ombra delle accuse

di aggressione sessuale della sua ex assistente Tara Reade quasi 30 anni fa ma ha ottenuto l’endorsment a suo favore dell’ex first lady Hillary Clinton, sonoramente sconfitta da Trump quattro anni fa e che si è più volte vantata di aver convinto il marito Bill, presidente tra il 1992 ed il 2000, ad intervenire militarmente nella ex Jugoslavia ai danni della Serbia e Barack Obama, di cui è stata Segretaria di Stato (ministro degli Esteri ndr) ad intervenire militarmente contro Gheddafi in Libia.

Si riaccende la miccia in Libia

Dopo quasi nove anni di guerra civile ora la Libia rischia di esplodere definitivamente, con il rischio concreto di gettare nel caos non solo la regione nord africana ma di fatto tutto il Mediterraneo.

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