Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: dicembre 2020

Argentina: Senato approva legge su interruzione di gravidanza

Il Senato argentino ha approvato la legalizzazione dell’interruzione della gravidanza con 38 voti favorevoli, 29 contrari e un astenuto.

La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ive), che depenalizza l’aborto, in precedenza aveva ottenuto anche il via libera della Camera bassa attende ora la firma del presidente per la sua promulgazione.

Nella stessa seduta il Senato anche approvato il disegno di legge per la cosiddetta salute globale delle gestanti: il Piano dei Mille giorni per coloro che desiderano avere in bambino che prevede diverse forme di assistenza economica in sostegno delle famiglie. La norma è stata approvata all’unanimità da tutti i senatori presenti in aula. Grande soddisfazione tra l’opinione pubblica locale per il via libera alla norma che depenalizza l’interruzione di gravidanza con la stampa argentina che parla di “storica affermazione del femminismo” nel paese indiolatino.

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Usa 2020: Biden attacca ancora Trump

A tre settimane dal suo insediamento il presidente eletto Joe Biden torna ad attaccare il suo predecessore Donald Trump ed annuncia come si muoverà durante il suo mandato.

Parlando da Wilmington, in Delaware l’esponente democratico ha duramente criticato l’amministrazione uscente definendo «irresponsabile» l’atteggiamento tenuto durante la transizione ed assicurando che con la sua guida: «Il ruolo degli Stati Uniti sul palcoscenico internazionale sarà rilanciato».

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Energia: Iran taglia forniture di gas a Baghdad

Baghdad e le altre città irachene rischiano di accusare gravi carenze energetiche dopo che l’Iraq ha deciso di tagliare le esportazioni di gas e le relative forniture al vicino.

A riferirlo il ministero dell’Elettricità di Baghdad secondo cui questa mossa potrebbe mettere ulteriore pressione al governo del premier Mustafa al-Kadhimi.

Un paio di settimane fa Teheran ha ridotto le esportazioni di gas in Iraq a cinque milioni di metri cubi, in precedenza erano 50, motivando tale scelta con i ritardi dei pagamenti; in base alle ultime indiscrezioni ora la fornitura potrebbe scendere a 3 milioni. In sole due settimane l’Iraq ha perso circa 6.550 megawatt di elettricità, secondo i dati riferiti dal portavoce del ministero Ahmed Moussa. Il consumo giornaliero dell’Iraq durante le ore di punta dell’inverno raggiunge circa 19mila megawatt mentre il paese ne genera circa 11mila, dovendo ricorrere alle importazioni per colmare questo divario.

Il ministro iraniano dell’Energia Reza Ardakanian sarà in visita a Baghdad martedì per discutere le forniture non pagate con la sua controparte irachena.

“Incoraggiamo fortemente il ministero delle finanze iracheno a risolvere i conti non pagati con l’Iran per evitare gravi carenze di approvvigionamento energetico a Baghdad e in altre città”, ha detto Moussa.

Washington da parte sua ha esteso di 90 o 120 giorni un’esenzione dalle sanzioni per consentire a Baghdad di importare energia iraniana, ma a novembre ha concesso solo una proroga di 45 giorni. Gli Stati Uniti insistono sul fatto che l’Iraq ricco di petrolio – è il secondo produttore dell’OPEC -si muova verso l’autosufficienza come condizione per superare la necessità di importare energia iraniana, ma fino ad oggi Baghdad ha faticato a farlo, anche a causa dei bassi prezzi del petrolio.

Cuba: allo studio nuove misure per aiutare la popolazione nel 2021

Il governo cubano è al lavoro per mettere a punto nuove misure sociali per aiutare i cittadini a superare le difficoltà causate dalla crisi generata dell’emergenza Covid-19.

Il ministro delle finanze e dei prezzi di Cuba, Meisi Bolaños, durante le sessioni dell’Assemblea nazionale del potere popolare, ha dichiarato che per il 2021 è stato progettato un bilancio statale “eminentemente sociale”.

Da quanto si apprende il bilancio dello Stato per il prossimo anno terrà conto del nuovo scenario che deriverà dal piano economico che scatterà il I gennaio e che che implica un riadattamento del sistema finanziario cubano, come sottolineato dal membro del governo cubano.

Bolaños ha spiegato che questo processo prevede, tra gli altri aspetti, la riforma salariale, l’aumento delle prestazioni e dei prezzi della sicurezza sociale, insieme alla svalutazione del peso cubano nel settore delle imprese.

Sempre il ministro ha spiegato ai membri dell’assemblea che il Paese manterrà la protezione dei programmi sociali e dei servizi di base. Per questo, 26.263 milioni di pesos saranno assegnati a questi sussidi, ha detto. Questi fondi copriranno le sovvenzioni per prodotti e servizi sensibili per la popolazione, come una parte dei medicinali, cibo per bambini, donne incinte e altri gruppi.

Nelle previsioni dell’esecutivo il bilancio cubano per il prossimo anno stima spese per 374.846 milioni di pesos, di cui 243.788 destinati all’attività preventivata e al pagamento dei nuovi aumenti salariali.

Il responsabile delle finanze e dei prezzi ha aggiunto che il 24% di quei fondi sostiene l’attività educativa, universale e gratuita, mentre il 28% sarà dedicato alla sanità pubblica e alle spese di assistenza sociale.

Per quanto riguarda la sicurezza sociale, che tra le altre questioni consente il pagamento a più di 1,6 milioni di pensionati e richiede più di 33miliardi di pesos e aiuti, ha sottolineato che questi benefici saranno mantenuti.  “A Cuba non ci sarà terapia d’urto né sarà lasciato nessuno senza un tetto sulla testa”, ha ricordato Bolaños.

Il ministro ha aggiunto che le entrate previste ammontano a  poco più di 291 miliardi di pesos, il 39% dei quali proviene dalle tasse, mentre il deficit fiscale è calcolato in quasi 87 miliardi di pesos.

Nuovi scontri politici tra Usa e Turchia

Nuovo scontro politico tra Ankara e Washington dopo che gli Usa hanno deciso di varare sanzioni unilaterale contro la Turchia a causa della decisione del presidente Recep Tayyip Erdogan di acquistare il sistema di difesa antimissilistico russo S-400.

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Haiti: critiche alla nuova agenzia di intelligence creata dal presidente Moïse

Ad Haiti il presidente Jovenel Moïse ha istituito un’agenzia nazionale di intelligence che sta suscitando numerose polemiche nel paese ed anche all’estero.

Tutto nasce dal decreto voluto dal primo mandatario sul “rafforzamento della sicurezza pubblica”, e di un altro che crea l’Agenzia nazionale di intelligence (Ani) e che garantisce agli agenti di questa istituzione l’immunità quasi legale.

Per i critici l’adozione di tali decreti aprirebbe la possibilità di abusi, in quanto estende la qualifica di “atto terroristico” a determinati atti che non vi rientrano e prevede pene molto severe dai 30 ai 50 anni di reclusione.

Secondo il movimento Democratico e Popolare, una delle forze di opposizione al governo, i decreti firmati dal Capo dello Stato mirano a stabilire una dittatura nello stile di François e Jean Claude Duvalier, che governarono il paese dal 1957 al 1986 con il pugno di ferro.

Fernando Duclair, membro del partito, ha affermato che il decreto concede pieni poteri all’agenzia, inclusa la repressione, ed è un meccanismo che consentirà al presidente, Jovenel Moïse, di avere il controllo della nazione; inoltre, il decreto esonera gli agenti dal rispondere alla giustizia nell’esercizio delle loro funzioni e dall’operare in modo anonimo.

Sabato scorso, il Core Group composto da ambasciatori provenienti da Germania, Brasile, Canada, Spagna, Usa, Francia, Unione Europea, Rappresentante speciale dell’Organizzazione degli Stati americani e Rappresentante speciale della Segretario generale delle Nazioni Unite) ha espresso, in una dichiarazione, la sua preoccupazione per i controversi decreti.

Il gruppo di ambasciatori esteri indica nella sua dichiarazione che “questi due decreti presidenziali, adottati in settori che rientrano nella competenza di un parlamento, non sembrano conformi a determinati principi fondamentali della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti civili e politici dei cittadini”.

Difesa: Russia parteciperà a prossima esercitazione Nato

Dopo circa dieci anni i militari russi torneranno ad affiancare quelli dei paesi Nato nel corso di una esercitazione congiunta.

Per la precisione saranno i membri della marina russa che con le loro navi affiancheranno, tra le altre, quelle di Washington e di Londra a febbraio al largo delle coste pakistane; a riferirlo la stampa specializzata statunitense.

La marina russa non si esercita con quelle dei paesi Nato dal 2011 nel corso della manovra Bold Monarch svoltasi al largo della costa della Spagna meridionale. “L’esercitazione Aman-2021 unirà le navi delle marine pakistane e russe, la marina Usa, la marina reale britannica, la marina cinese, la forza di autodifesa marittima giapponese, le forze navali turche, la marina delle Filippine, la marina reale malese, la marina dello Sri Lanka e quella indonesiana”, riferisce la stampa.

A febbraio le marine di diversi paesi si incontreranno nelle acque di Karachi e la Russia sarà rappresentata da una fregata, un pattugliatore, un rimorchiatore di soccorso, un’unità del corpo dei marine, una squadra di sminamento e un elicottero.

La scelta di Mosca appare un tentativo di ricucire gli strappi con gli Usa degli ultimi anni ed un modo per ritornare allo spirito di Pratica di mare quando, sotto la regia dell’allora primo ministro italiano Silvio Berlusconi, la Russia e la Nato si avvicinarono e divennero quasi partner militari.

Brexit: ancora pochi giorni per giungere ad un accordo

Il 31 dicembre è ormai vicino e ancora non c’è intesa tra l’Unione Europea e il Regno Unito sulle modalità della Brexit. Sugli ultimi nodi ancora da sciogliere le parti parlano di «accordo molto difficile, appeso al filo del buonsenso».

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Venezuela: Maduro vince ma Usa e Ue non riconoscono il voto

Vittoria, prevedibile, del blocco chavista e progressista nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Caracas anche se la forte astensione, ai seggi meno di un venezuelano su tre, e la posizione di Washington e Bruxelles che non riconoscono l’esito del voto rendono il successo di Nicolas Maduro non sufficiente a superare la crisi politica nel paese.

L’erede di Chavez parla di “vittoria del popolo”, visto che il suo partito “Grande Popolo patriottico” ha conquistato i due terzi dell’assemblea nazionale mentre il golpista Juan Guaidò, ormai abbandonato anche dai suoi sostenitori interni, parla di una “truffa” con l’occidente antichavista che prende le distanze dal risultato.

L’Ue che ha fatto sapere di non ritenere “credibile” l’esito delle urne che “non hanno rispettato gli standard internazionali”, mentre il segretario di stato americano, Mike Pence contro ogni logica ha sottolineato: “Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere Guaidò come presidente. La comunità internazionale non può permettere a Maduro di rubare una seconda elezione dopo quella del 2018”.

Plaude alla vittoria degli uomini di Maduro Mosca, da ani vicina al Venezuela ed alle sue politiche di stampo filosocialiste, con la diplomazione russa che parla di “un processo più responsabile e trasparente di quello di certi Paesi che hanno l’abitudine di presentarsi come un esempio di democrazia”.  

Secondo quanto riferito da Indira Alfonzo, presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne) il Gran Polo Patriottico ha ottenuto il 67,6%, l’Alleanza Democratica di opposizione (Ad, Copei, Cmc, Avanzada Progresista e El cambio), è stata votata dal 17,95% degli elettori, mentre altre forze politiche, fra cui il Partito comunista del Venezuela, si sono aggiudicate il 13%.   

Fra meno di un meso, per la precisione il 5 gennaio, i nuovi deputati prenderanno il loro posto nell’Assemblea riportando Maduro a controllare l’aula mentre quel giorno Guaidò perderà il suo seggio e, molto probabilmente, ogni visibilità a meno che l’amministrazione Trump non decida di lasciare la Casa Bianca infiammando ancora di più Caracas oppure Joe Biden decida di presentarsi al mondo confermando l’idea di democrazia che da sempre guida la politica estera degli Usa.

Guatemala: ancora proteste contro il presidente Giammattei

Continuano in Guatemala le proteste contro il presidente Giammattei.

Sono ormai tre settimane che nel piccolo paese centroamericano vanno avanti le manifestazioni contro l’Esecutivo a causa della profonda crisi politica che ha colpito la nazione.

Circa mille guatemaltechi hanno manifestato questo sabato per il terzo fine settimana consecutivo per chiedere le dimissioni del presidente, Alejandro Giammattei, e dei deputati del Congresso. Le principali protagoniste della protesta sono state studentesse universitarie e gruppi femministi che hanno lanciato slogan contro Giammattei, il cui governo dal 20 novembre è in crisi politica.

La segretaria generale dell’Associazione degli studenti universitari (Aeu) dell’Università di San Carlos, Laura Aguiar, ha dichiarato: “Chiediamo alla popolazione di unirsi alle nostre azioni”; alle proteste si sono aggiunti anche studenti provenienti da alcune università private che hanno sottolineato la necessità di cambiamenti strutturali per migliorare le condizioni del Paese, uno dei più poveri e corrotti dell’America Latina secondo le stime e i rapporti delle organizzazioni internazionali.

Le manifestazioni contro Giammattei, davanti al Palazzo Nazionale della Cultura (sede del Governo), sono iniziate sabato 21 novembre e si ripetono da tre settimane consecutive; le proteste sono iniziate dopo che il Congresso, dove Giammattei ha la maggioranza per via delle alleanze, ha approvato il 18 novembre un progetto di bilancio dello Stato per il 2021 con tagli importanti in ambito sociale. A ciò si è aggiunta la richiesta del vicepresidente guatemalteco, Guillermo Castillo, che il 20 novembre ha esortato Giammattei a dimettersi insieme.

I leader studenteschi hanno parlato per diversi minuti davanti alla folla e hanno avvertito che “il problema non è il budget, ma il sistema esclusivo, razzista e patriarcale” in cui vivono i 16 milioni di guatemaltechi, con il 59% della popolazione sotto la soglia di povertà. “La gente, presente, non ha un presidente” era uno degli slogan scanditi dagli studenti, mentre un altro gruppo di manifestanti scriveva a lettere giganti davanti alla sede del governo “Guate senza paura”.