Fabrizio Di Ernesto

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Il declino dell’impero statunitense e la rinascita di Mosca alla base dalle fine del mondo unipolare

Quindici o anche solo dieci anni fa una conferenza del generale sarebbe stata impossibile. Gli Usa erano la prima potenza mondiale a livello economico, militare, politico e per capacità di colonizzare gli altri paesi con il soft power; se però oggi nel 2015 siamo qui per parlare di multipolarismo sono sicuramente cambiate molte cose ed appare opportuno approfondirle per capire come si è arrivati alla situazione interna. Nel settembre 2013, quindi due anni fa, scrissi un articolo dal titolo provocatorio “Il secolo americano all’epilogo” che sembra anticipare molti temi di questo convegno e di cui vorrei riprendere alcuni stralci per poi analizzarne alcuni aspetti.

La storia è notoriamente fatta di corsi e ricorsi; uno dei più evidenti è che ogni impero prima o poi conosce il proprio declino ed ora sembra giunto l’inizio della fine per quello statunitense.

La vicenda siriana – eravamo nel 2013 ovvero in un periodo in cui gli Usa avevano più volte cercato di spingere l’Onu ad un intervento diretto scontrandosi sempre con l’opposizione russa e cinese – da questo punto di vista è stata emblematica. Il presidente statunitense Barack Obama, già Nobel per la Pace pur senza aver fatto nulla, avrebbe voluto scatenare una nuova guerra in Medio Oriente ma si è dovuto scontrare con la ferma opposizione della Russia di Vladimir Putin, ed in parte della Cina. A Washington ovviamente non hanno presero bene questa sconfitta diplomatica e hanno ribadito che la possibilità di una azione militare contro Damasco è rimasta sul tavolo per tutto questo tempo.

Ma perché la “grande democrazia” americana che di solito prima attacca e poi annuncia le nuove guerre in quell’occasione ha abbassato la testa?

Varie le ragioni, in primis la volontà di evitare un nuovo Vietnam, l’esercito siriano è tra i più preparati della regione, secondo solo a quello israeliano, e una volta terminati i bombardamenti aerei, arte in cui l’aviazione Usa eccelle, per i marines sarebbero iniziati i problemi anche per via del territorio impervio. Da considerare poi l’impossibilità di trincerarsi dietro l’ombrello dell’Onu per poter scatenare il nuovo conflitto. L’intervento americano avrebbe poi rischiato far esplodere il Medio Oriente, zona che da quando è stato creato artificiosamente lo stato sionista non ha conosciuto un solo giorno di pace.

Se alla fine Obama sì è tirato indietro è solo perché l’opposizione russa lo ha messo con le spalle al muro e costretto alla resa.

La vicenda, tenendo conto delle differenze, ricorda a parti invertite la crisi dei missili cubani del 1961.

All’epoca gli Usa erano lanciati alla conquista dello spazio e del mondo ed erano guidati dal presidente Kennedy, una sorta di Obama bianco per quanto seguito ha avuto in Europa ed è stato sempre preso a punto di riferimento da tutta l’intellighentia occidentale. L’Urss voleva installare i propri missili sull’isola di Cuba ma la ferma opposizione di Washington, che per giorni tenne tutti con il fiato sospeso per il timore dello scatenarsi della III Guerra mondiale, fece sì che Mosca tornasse sui propri passi segnando la supremazia della bandiera a stelle e strisce su quella rossa. Di lì a meno di 30 anni l’Urss si dissolse sconfitta politicamente ed economicamente dalla controparte, probabilmente guadagnando anche qualche anno grazie alle ingloriose presidenze Ford e Carter.

Oggi le posizioni si sono invertite e Obama che più che un nuovo Kennedy, che peraltro ha goduto di una pubblicistica fin troppo amica, appare come un maldestro emulo di Ford e Carter, sembra certificare l’inizio della fine di quello che è passato alla storia come il “secolo americano”.

Per carità la fine dell’impero è ancora lontana ma intanto il declino è iniziato.

La situazione attuale ricorda un po’ quella di fine anni 70. Gli Usa dopo la presidenza Nixon, per certi versi paragonabile a quella di George W. Bush per ciò che ne è stato tramandato ai posteri, ebbe le presidenze di Carter e Ford mentre il paese stava faticosamente uscendo dal pantano vietnamita; oggi un paese che cerca di tirarsi fuori dai pantani afgano e iracheno ha un presidente che sicuramente piace nel mondo rispetto al suo predecessore ma che nei fatti si sta dimostrando poco capace. La guerra in Vietnam aveva svuotato le casse statunitensi cosa che sta avvenendo anche oggi. La differenza però in questo momento la sta facendo la Russia. Alla fine degli anni 70 l’Urss si ritrovò quasi casualmente ad essere la principale potenza mondiale mentre oggi Putin, dopo aver ereditato da Eltsin un paese allo sbando ed in bancarotta con una saggia politica energetica ed economica l’ha riportata competere a tutto tondo con i rivali.

In questi anni al declino statunitense ha fatto da contraltare la crescita cinese e soprattutto la rinascita russa che grazie a Putin è tornata a primeggiare nel mondo sfidando Washington in tutti i campi. Opportuno però fare un passo indietro e ripercorrere a grandi linee il percorso di Mosca in questi ultimi anni.

Al mondo bastarono pochi giorni, i primi 100 del suo mandato, per farsi un’idea più precisa sul futuro che attendeva la Russia.

L’inflazione si era fermata al 31,5% mentre gli analisti prevedevano catastroficamente un tasso tra il 50 ed il 60%. La produzione industriale, dopo anni di crolli consecutivi, era aumentata del 7,5%. Tutti dati che avevano permesso piccoli miglioramenti alle condizioni delle imprese, un piccolo aumento della spesa sociale e che soprattutto avevano consentito una sensibile riduzione dei debiti statali nei confronti dei lavoratori e dei pensionati. Ovviamente tutti risultati arrivati principalmente grazie all’operato dei suoi predecessori, ma che Putin utilizzò subito per apparire come una sorta di uomo del miracolo e della rinascita nella mente dei russi. In pochi mesi la sua popolarità arrivò alle stelle, per la prima volta dopo molti anni i russi stavano tornando ad avere fiducia nel futuro.

Il primo banco di prova furono le presidenziali del dicembre ’99 quando, potendo contare sulla macchina propagandistica ereditata ed in parte ancora gestita da Eltsin, Putin riuscì ad ottenere senza problemi una vittoria più che scontata. Il rapporto di favore che legava i due fu confermato non appena “ringraziò” il suo predecessore emanando un decreto che dichiarava il vecchio presidente non perseguibile penalmente, una mossa questa che contribuì a creargli una pessima fama all’estero dove non solo era visto come un personaggio di scarso appeal, Putin chi? ironizzavano i politici del Vecchio continente, ma soprattutto era considerato una semplice operazione di facciata del clan Eltsin, anche se mai come in questo caso l’apparenza ingannava.

Dopo questo inizio non proprio esaltante, dettato anche dalla giovane età, dalla mancanza di carisma e da un atavico senso di rispetto verso i suoi superiori Putin riuscì in breve tempo a ritagliarsi uno spazio importante non solo nella storia del suo Paese ma anche in quella del XXI secolo. Ben presto infatti i russi iniziarono a vedere in lui una vera e propria incarnazione dello Stato con un disinteressato spirito di servizio.

Ovviamente non mancavano le critiche nei suoi confronti, specie in Occidente. A detta degli analisti statunitensi l’uomo del Cremlino aveva un programma politico confusionario e troppo abbozzato che prevedeva un impasto di centralismo, paternalismo e difesa della specificità russa, pur offrendo anche elementi di riformismo moderato e una sostanziale attenzione ed accettazione ai fondamentali valori democratico-liberali.

Conscio della debolezza del suo paese in quel momento e per puntellare la sua poltrona Putin si era subito affrettato a tranquillizzare gli Usa e l’Europa annunciando che le conquiste post-sovietiche fatte sotto Eltsin non sarebbero state abrogate, sottolineando che ogni tentativo di stravolgere le leggi o la Costituzione sarebbe stato stroncato senza esitazione.

Come anticipato poco sopra, era l’economia il campo in cui tutto i russi ed il mondo lo attendevano al varco per giudicare il suo operato.

La Russia che aveva ereditato da Eltsin aveva un’economia privatizzata per due terzi, anche se lo Stato deteneva partecipazioni azionarie in almeno tre quarti di queste imprese. Il suo obiettivo era quello di far tornare ad essere la sua nazione uno Stato industrializzato e non più “un grande magazzino dal quale rifornirsi di materie prime in cambio di surplus alimentari”.

Gli sforzi furono numerosi ma i risultati non tardarono ad arrivare. Fin dai primi anni del suo mandato il Cremlino arrivò ad avere degli istituti economici propri delle società capitalistiche occidentali; furono varate norme a garanzia del rispetto dei contratti e per la restituzione dei debiti bancari, fu introdotta la corporate governance nelle società per azioni, stabilite maggiori garanzie per la concorrenza sul mercato; fu regolamentato il sistema bancario, il mercato mobiliare e quello dei titoli fondiari. Venne inoltre realizzata una riforma del catasto, varato un sistema di sicurezza sociale, promulgato un nuovo Codice del lavoro ed uno agrario. Vennero poi semplificate le procedure per la concessione delle licenze e la registrazione delle nuove imprese.

Fece ciò che lui stesso tempo dopo definì “normalizzazione del capitalismo alla russa”.

Grazie a queste performance il debito pubblico diminuì, permettendo alla Russia di saldare i conti con l’Fmi, giovandosi in seguito di questo storico risultato che oggi consente a Mosca di essere una nazione pienamente sovrana, un obiettivo questo mai nascosto da Putin che fin dal giorno del suo insediamento aveva fatto sapere che la Russia non avrebbe più chiesto crediti all’estero, soprattutto per scongiurare un’eccessiva dipendenza politica della sua nazione dagli investitori internazionali.

Accelerò le trattative, avviate nel 94, per portare la Russia nel Wto, cosa che avvenne nel 2004, quindi diede il là ad una nuova vasta riforma intesa a rivalutare il prezzo dei servizi pubblici e sociali, a suo tempo erogati dallo Stato per cifre irrisorie anche sotto Eltsin, per ragioni meramente politiche.

In pochi anni aveva risollevato un paese in ginocchio e ridato alla Russia uno status di primo piano a livello mondiale.

Nel 2008 l’esplosione di una nuova crisi economica mondiale per alcuni mesi è sembrata mettere a rischio i conti russi. Putin, resosi conto che le principali aziende nazionali avevano debiti con l’estero valutati tra i 150 ed i 200 miliardi di dollari da restituire a breve, non fece altro che riportare sotto controllo statale alcuni asset azionari in mano agli oligarchi in difficoltà, l’epoca delle privatizzazioni era chiusa e si apriva quella delle nazionalizzazioni.

Sistemata l’industria il nuovo Zar dedicò le proprie attenzioni all’agricoltura, da sempre croce e delizia della Russia.

Nel campo della politica estera l’era Putin è stata caratterizzata da un tentativo di normalizzazione, pur nelle differenze, con gli Usa e la Nato, anche se i continui allargamenti verso est di quest’ultima hanno spesso causato frizioni. Proprio per superare le reciproche diffidenze e contribuire a mantenere la pace fin dal 2002 è stato creato il Consiglio Russia-Nato per aumentare la collaborazione e lo scambio di informazione tra le parti.

A livello internazionale Putin ha di fatto seguito le teorie di Primakov, esprimendo il proprio dissenso dalla politica estera statunitense ogni qualvolta questa fosse andata contro gli interessi nazionali russi, pur precisando che tali divergenze non rappresentavano un pregiudizio di diffidenza ed ostilità verso Washington.

Un forte avvicinamento agli Usa si è avuto dopo la strage delle Torri gemelle, 11 settembre 2001, con Putin che ha utilizzato in Cecenia i concetti di lotta al terrorismo internazionale enunciati da Bush.

Da alcuni anni a questa parte però le cose sono iniziate a cambiare profondamente, e non solo a causa delle frizioni sorte in seguito alla crisi siriana che in questi ultimi tempi si sono aggravate anche se il recente incontro privato avvenuto a margine del G20 turco sembra aver per il momento indotto i due a mettere da parte le differenze più evidenti in nome della lotta allo Stato islamico.

Volendo intervenire in Siria per sbarazzarsi di Assad, Washington ha cercato per un lungo periodo di coinvolgere la comunità internazionale in un’azione militare contro Damasco.

Le distanze tra le due parti sono aumentate ancora di più dopo lo scoppio della crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia. Il 16 marzo del 2014 Putin ha infatti deciso di dare seguito alla consultazione referendaria avvenuta nella ex regione ucraina con la quale oltre un milione di cittadini hanno scelto di tornare a far parte della famiglia moscovita abbandonando Kiev al proprio destino.

Già il giorno dopo il referendum il presidente russo, anche per evitare sorprese da parte degli Usa e dell’Europa e mettere il mondo davanti al fatto compiuto, ha firmato il decreto che riconosceva l’indipendenza della Crimea rendendola uno Stato sovrano, mentre da parte sua il Parlamento di Simferopoli ha via via ratificato i primi passi della nuova Repubblica, stabilendo la nazionalizzazione dei beni di Kiev, avocando a sé le basi militari e facendo del rublo la moneta ufficiale della neonata Repubblica.

La crescita politica e militare russa è coincisa anche con grandi sforzi da parte dell’amministrazione russa per sfruttare al meglio il soft power per attrarre alleati, anche se da questo punto di vista Mosca è nettamente in ritardo rispetto a Washington e a Pechino. In quest’ottica Mosca sta utilizzando per i propri scopi soprattutto gasdotti ed oleodotti facendo quindi leva sul potere economico o in alcuni casi limite, si veda la vicenda Ucraina, ad un vero e proprio ricorso al potenziale bellico, aspetto questo che però a lungo andare potrebbe risultare controproducente.

A rendere il cammino russo più difficoltoso la necessità, a venticinque anni dalla fine del comunismo e dal crollo dell’Urss, di riscrive la propria identità politica post-sovietica. Finché non avrà compiuto questa revisione storica e sociale avrà difficoltà a condizionare con il soft power i suoi alleati, facendo così il gioco dei nemici che puntano sulla presunta mancanza di libertà e diritti civili nel paese per farne un facile bersaglio per le critiche dei lib-lab filo atlantici per i quali la civiltà si trova solo a Washington e nei paesi politicamente vicini alla Casa Bianca.

Va poi considerato che la Russia, più di chiunque altro, appare interessata a mantenere l’attuale status quo mondiale in cui ha ampi margini di manovra, quindi più che sviluppare una propria forma di soft power, Mosca punta apertamente a boicottare quelli altrui, si vedano ad esempio tutte le polemiche con la comunità gay per la difesa delle tradizioni russe contro la nuova moda arcobaleno.

In virtù della sua fiera tradizione politica la Russia non vuole integrarsi in nessuna grande struttura come membro subordinato e con un ruolo secondario anche se oggi manca ancora dei principali strumenti per attuare un proprio soft power, in primis una lingua parlata da miliardi di persone ed una macchina propagandistica, film e musica, capace di fare presa fuori dai propri confini, ma in fondo anche la Cina fino a 15/20 anni fa viveva una situazione simile mentre oggi fa scuola con il suo soft power.

Nell’ambito del soft power la Russia ha anche favorito la nascita del Brics che nato dalla trilaterale Russia-Cina-India rappresenta oggi un gruppo compatto con il quale i Paesi emergenti stanno cercando di cambiare il mondo secondo le proprie esigenze, accrescendo il loro peso specifico nelle relative aree di influenza.

All’interno di questo club la Russia gioca ovviamente un ruolo di spicco, secondo gli strateghi del Cremlino il suo ruolo designato è quello di fungere da garante per la sicurezza energetica del gruppo. Proprio grazie alla sua enorme disponibilità energetica infatti Mosca può rispondere in modo stabile alle esigenze di questi suoi partner.

Nell’ambito di un mondo sempre più multipolare gli Usa hanno replicato ai Brics favorendo e sostenendo la nascita del Mikta che vede coinvolti Messico, Indonesia, Sud Corea, Turchia ed Australia; Mikta è l’acronimo utilizzato a livello internazionale per indicare la piattaforma informale di cooperazione instauratasi tra Città del Messico, Giacarta, Seul, Ankara e Canberra, tutti paesi stabilmente inseriti nel G20, con un Pil che oscilla dai 794miliardi e mezzo di dollari di Ankara ai 1.543 dell’Australia, e che proprio a margine delle riunioni di questo organismo hanno deciso di associarsi per fare fronte comune ad alcune questioni internazionali e confrontarsi su temi economici nel tentativo di trovare le soluzioni più vantaggiose per i loro interessi.

Oggi quindi il mondo è sempre più multipolare e a tre grandi potenze, Usa, Russia e Cina, fanno da contorno tante medie potenze che unite tra loro possono ottenere grandi risultati e se non influenzare quanto meno condizionare in parte gli atteggiamenti delle prime.

(testo del mio intervento alla conferenza Mondo multipolare di Milano)

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Argentina e Cina firmano accordo per realizzare due centrali nucleari

Argentina e Cina hanno firmato ieri gli accordi per la realizzazione di due nuove centrali nucleari, per la cronaca la quarta e la quinta, nel paese indio-latino. Lo ha annunciato il ministro dell’Economia argentino Alex Kicillof che ha anche aggiunto che questa intesa garantisce l’approvvigionamento energetico all’Argentina. Da quanto si apprende l’intesa si aggira intorno ai 15 miliardi di dollari. Il finanziamento avrà una durata di 18 anni e coprirà l’85 per cento del totale del progetto. Kicillof ha spiegato che “si tratta di due impianti che avranno una forte componente nazionale e aiuterà il paese a compiere grandi progressi in termini di energia nucleare”.

L’Agenzia nucleare argentina (Nasa) sarà responsabile della progettazione, della costruzione e della gestione dell’impianto. Durante il mandate presidenziale di Cristina Fernandez il due paesi hanno firmato tutta una serie di accordi per gli investimenti nelle infrastrutture energetiche tra cui la costruzione di centrali nucleari e dighe idroelettriche.

Lo scorso febbraio il presidente Fernandez e l’omologo cinese, Xi Jinping hanno firmato 15 nuovi accordi campo dell’economia, del commercio e delle costruzioni, in un incontro privato avvenuto presso la Grande Sala del Popolo a Pechino. Nel corso di quell’incontro era stata ventilata la possibilità di realizzare due nuove centrali nucleari in argentina; gli altri accordi riguardavano l’estrazione mineraria e il settore aerospaziale e delle telecomunicazioni.