Fabrizio Di Ernesto

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Tag Archives: Scuola

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Brasile: domani sciopero nazionale degli insegnanti

Previsto per domani, 15 maggio, in Brasile lo sciopero nazionale dell’educazione convocato dal Cnte, la Confederazione nazionale dei lavoratori dell’educazione, in segno di protesta contro il taglio di bilancio del 30% annunciato dal presidente Jair Bolsonaro.

Heleno Manoel Gomes de Araujo Filho, presidente della Cnte ha ribadito che lo sciopero includerà tutta l’intera rete educativa pubblica, sottolineando come diverse manifestazioni si svolgeranno in tutte le principali città del paese.

“Lo sciopero – ha dichiarato – serve a richiamare l’attenzione sulla distruzione della pensione e contro i tagli agli investimenti nell’istruzione in tutte le sfere e a tutti i livelli del nostro paese”.

I sindacati ricordano anche che queste nuove misure liberiste danneggiano alcune istituzioni scolastiche tanto che molte hanno dovuto sospendere le borse di studio di master e dottorati a causa della mancanza di risorse.

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Argentina: insegnanti rifiutano nuovo accordo salariale

Pochi giorni dopo l’inizio dell’anno scolastico in Argentina i docenti sono sul piede di guerra e contestano il nuovo accordo salariale che non permetterebbe di rimanere al passo con l’inflazione.

L’allarme è stato denunciato dai sindacati degli insegnanti di Buenos Aires che lamentano la perdita del potere d’acquisto degli stipendi.

Il Fronte dell’unità didattica, che raggruppa la maggior parte degli educatori nella provincia di Buenos Aires, ha respinto nuovamente una nuova offerta avanzata dal governo nell’ambito della contrattazione collettiva.

Lo scorso anno l’inflazione nel paese è notevolmente aumentata penalizzando tutti i lavoratori dipendenti ed ora gli insegnanti minacciano di indire un grande sciopero a breve.

Mirta Petrocini, leader della Federazione degli Educatori di Buenos Aires (Feb), ha detto che la proposta del governo provinciale è “inaccettabile” perché non risponde alle esigenze degli insegnanti che chiedevano di recuperare almeno quindici punti tra l’aumento unilaterale ricevuto nel 2018 e l’indice di inflazione consolidato. “L’aumento – ha detto – non copre le bollette del servizio e non raggiunge i pensionati”.

Roberto Baradel, segretario generale delle Unified, ha ammonito che la proposta del governo porta “un consolidamento della perdita di potere d’acquisto lo scorso anno”.

Le associazioni di categoria chiedono anche la restituzione al governo centrale della contrattazione collettiva a livello nazionale, eliminata dal presidente Mauricio Macri con decreto obbligando le province a chiudere accordi separatamente e generando una grande disparità tra le diverse remunerazioni.

Venti anni di riforme e controriforme

Riforme. È probabilmente questa la parola più pronunciata negli ultimi anni dalla nostra classe dirigente. Dal 1994 ad oggi infatti tutte le parti politiche, anche quelle più conservatrici, si sono scoperte riformiste invocando rivoluzioni in tutti i campi della vita politica economia e sociale; una voglia di cambiamento che ancora non si è arrestata tanto che da più parti continuano ad essere invocate riforme, nelle ultime settimane si è perfino ventilata la possibilità di aprire una Convenzione in tal senso, segno che la lezione della fallimentare bicamerale della fine degli anni ’90 presieduta da Massimo D’Alema non è stata imparata dai nostri politici. Molte le riforme annunciate in questi due decenni, molte quelle realizzate anche se dopo ogni cambio di maggioranza abbiamo spesso abbiamo assistito alla controriforma, e non poche quelle proposte ma poi naufragate. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di ricordare le principali tra le circa 50 riforme varate in appena 5 legislature, di cui due durate un paio d’anni ciascuna. Molte le riforme promesse da Berlusconi e dal suo primo governo anche se alla fine il bilancio è stato quanto misero: abolizione degli esami di riparazione per volontà dell’allora ministro D’Onofrio e Riforma delle pensioni, il cui iter iniziò durante il governo del Cavaliere ma fu portata a termine dal successivo governo Dini; con la nuova norma venivano stabiliti nuovi requisiti d’età e di anzianità. Nella legislatura successiva, quella che vide al potere la sinistra con quattro diversi governi in cinque anni, varie le riforme da citare in diversi settori. La scuola fu al centro dell’attenzione in ogni ordine e grado per mano del ministro Berlinguer che operò con un paio di norme con finalità differenti: la prima stabilì l’innalzamento dell’obbligo scolastico, cambiò l’esame di maturità, che si svolgeva in modalità sperimentale dal 1968, ed introdusse il concetto di autonomia scolastica, una delle norme per cui oggi molti istituti non hanno a disposizione fondi per pagare i supplenti. Venne varata anche una complessa riforma dei cicli scolastici che venne però cancellata nella successiva legislatura dalla nuova maggioranza di centrodestra. Sempre l’ex rettore dell’Università di Siena riformo poi l’università applicando il sistema europeo basato sul cosiddetto 3+2, con una laurea di primo livello che si consegue dopo 3 anni ed una magistrale al termine di un successivo biennio. Sempre in quegli anni arrivò una prima riforma della giustizia che introdusse piccole novità tra cui la possibilità per gli avvocati di svolgere indagini, alcune norme che nelle intenzioni dovevano sveltire i procedimenti e soprattutto rese il primato del contraddittorio, la terzietà del giudice e la ragionevole durata del processo principi costituzionali. Sempre in quegli anni arrivano le prime, ancora timide, liberalizzazioni di Bersani che in seguito diventerà famoso per le sue lenzuolate durante il II governo Prodi; una prima timida riforma del mondo del lavoro con il pacchetto Treu che diede la prima regolamentazione ufficiale al lavoro interinale in Italia; più o meno in contemporanea venne varata la legge Draghi sulle Opa e la scalata alle società quotate in borsa. La più complessa e importante riforma varata dal centrosinistra in quegli anni è però sicuramente quella relativa al Titolo V della Costituzione che di fatto introdusse il federalismo sottraendo competenze esclusive allo Stato centrale ed affidandole alle Regioni; successivamente il centrodestra provò a fare una propria legge sul tema per cambiare la normativa ma gli italiani in un referendum del 2006 bocciarono le proposte di Lega e Casa delle libertà mantenendo in vigore il testo varato durante il II governo Amato. Il riformismo all’italiana ha probabilmente avuto il suo periodo più fecondo tra il 2001 ed il 2006 sotto la maggioranza di centrodestra. Famosa è la legge Biagi in merito al mondo del lavoro che offre una forte flessibilità in entrata e non molte tutele in uscita, che prende il nome dal giuslavorista che lavorò alla testo ma venne ucciso dai brigatisti prima dell’approvazione di questo pacchetto. Venne modificato il fisco tramite una riduzione delle aliquote, vennero abolite le tasse di successione e donazione. Come accennato nel comparto scolastico venne abolita in parte la norma voluta da Berlinguer con la nuova riforma Moratti che agì prevalentemente sulle materie di studio e che nelle superiori introdusse, quanto meno negli istituti professionali, periodi di apprendistato da affiancare a quelli passati in aula, oltre ad una rivisitazione complessiva dell’ultimo ciclo scolastico. Con la legge Bossi-Fini venne rivista la norma in materia di immigrazione, tra le altre riforme principali va sicuramente ricordata quella relativa alla legge elettorale che introdusse il Porcellum attualmente in uso e concesse il diritto di voto agli italiani all’estero. Tra le altre riforme degne di menzione quelle relative al Diritto fallimentare, a quello societario e per gli enti di ricerca. Capitolo a parte invece quello della riforma dell’ordinamento giudiziario fortemente voluto dall’allora guardasigilli Roberto Castelli; questa prevedeva la separazione delle funzioni, una nuova disciplina per la formazione e la selezione dei magistrati, una nuova disciplina, più meritocratica, per l’avanzamento di carriera, una nuova organizzazione delle procure ed un forte decentramento funzionale. Nel 2005 il governo approvò la nuova disciplina ma nel 2006 la maggioranza di centrosinistra abolì la riforma varando quella del nuovo ministro di Giustizia Clemente Mastella, che in pratica riportava la situazione al 2004. Altra riforma tentata fu quella delle pensioni che sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2008 ma che un anno prima fu stoppata da una norma voluta da Prodi e dal ministro del Lavoro Damiano che sostanzialmente lasciò la situazione che si era creata con la norma Dini. Nella XV legislatura, durata appena due anni, detto della controriforma Mastella e di quella pensionistica una sola la riforma degna di nota: quella di Bersani sulle liberalizzazioni. Le famose lenzuolate dell’ex segretario Pd stabilirono, tra l’altro, l’abolizione del tariffario per gli ordini professionali, una forte tracciabilità dei pagamenti, e la portabilità gratuità del mutuo da un istituto di credito ad un altro. Per quanto riguarda la scorsa legislatura da menzionare la riforma Brunetta sul Pubblico impiego, l’introduzione del federalismo fiscale, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e una tentata riforma energetica che prevedeva il ritorno al nucleare per fini civili, norma abrogata dagli italiani tramite referendum. Tutte misure nate sotto il IV governo Berlusconi. La più famosa e importante riforma dell’ultimo lustro si è però compiuta sotto il governo Monti per volontà dell’ex ministra Elsa Fornero che accelera il passaggio ad un sistema contributivo pro-rata per tutti i lavoratori, innalzando i requisiti necessari al pensionamento Vent’anni di riforme e controriforme che sembrano non essere abbastanza visto che anche il governo Letta continua ad invocarle.