Fabrizio Di Ernesto

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Ucraina-Russia: Secondo scambio di prigionieri

Prove di disgelo tra Russia ed Ucraina, da circa cinque anni ai ferri corti per la vicenda legata all’indipendenza della Crimea. Le autorità di Kiev ed i rappresentanti dei separatisti filo-russi del Donbass hanno infatti deciso di procedere allo scambio di alcune decine di prigionieri.

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Iran prova a reagire alle sanzioni Usa

Colpito dalle nuove sanzioni Usa che mirano ad affamare i popoli per piegarli alla volontà di Washington il governo della Repubblica Islamica dell’Iran prova a reagire diminuendo la dipendenza economica dagli introiti petroliferi, e alleviare le condizioni delle persone più povere.

Nelle settimane scorse a Teheran si sono svolte alcune proteste, fortemente ingigantite nella portata e nella partecipazione dai media occidentali, contro la perdita di potere d’acquisto della moneta locale e l’aumento dell’inflazione; per fronteggiare la situazione è sceso in campo direttamente il presidente Hassan Rohani che si è presentato davanti al parlamento con una manovra economica da 39 miliardi di dollari, cinque dei quali frutto di un prestito concordato con la Russia che lui stesso ha definito “di resistenza”.

“Questo – ha detto il primo mandatario – è un bilancio per resistere alle sanzioni riducendo al minimo la dipendenza dal petrolio. Questo budget annuncia al mondo che, malgrado le sanzioni, possiamo governare questo Paese. Volgiamo lasciare senza speranze Stati Uniti e Israele che invece

vogliono affamare la Repubblica islamica”.

Per quanto riguarda i contenuti della manovra, i media locali parlano di alcuni aumenti delle tasse, dismissioni di immobili di proprietà dello Stato e di aumenti agli stipendi dei dipendenti pubblici.

Secondo le stime delle autorità iraniane la manovra dovrebbe garantire un miglioramento alle condizioni di chi percepisce redditi bassi colpiti da un’inflazione intorno al 35% e da un crollo delle entrate del comparto petrolifero di circa il 40% a causa delle sanzioni statunitensi e dal presso del greggio.

Difesa: Russia ha mostrato prime armi ipersoniche

Grandi progressi in campo militare per la Russia; Mosca infatti ha varato la sua nuovissima testata a planata ipersonica Avangard, destinata, nelle intenzioni del presidente Vladimir Putin, a dare al colosso euroasiatico un forte vantaggio strategico nella nuova corsa agli armamenti.

Per suggellare il vantaggio raggiunto le autorità russe hanno invitato alla presentazione di questo nuovo strumento bellico una delegazione statunitense.

L’invito agli osservatori di Washington è stato consegnato nell’ambito del trattato Start sulle armi strategiche. Nei mesi scorsi la Russia aveva più volte manifestato l’intenzione di rinnovare questo accordo per evitare che gli Usa si possano sfilare come fatto un paio di anni fa con quello Inf sugli euromissili.

Una  nota del ministero della Difesa moscovita riferisce che la visita è avvenuta tra il 24 ed il 26 novembre e che tra pochi giorni ci sarà la consegna dell’Avangard alle forze armate.

Nello specifico si tratta di una testata capace di planare ad una velocità superiore a quella del suono, cambiando contemporaneamente rotta alla bisogna.

Ovviamente non mancano dubbi su questo tipo di arma, ad esempio fa notare l’esperto militare Alexander Gold, l’Avangard è disegnato per essere montata sul razzo Sarmat, non ancora in produzione, e dunque al momento costretta ad affidarsi ai missili di design sovietico; situazione in cui già si trovano il siluro nucleare Poseidon, il missile ipersonico Kinzhal e il razzo a propulsione nucleare Burevestnik.

Sebbene molti ritengano che queste armi “basate su nuovi principi della fisica” siano propagandistiche o poco più appare evidente che nel dubbio sulla loro efficacia rappresentino comunque una forte pressione sugli Usa che nella nuova corsa alle armi rischiano di rimanere indietro, tornando magari ai tempi di Ford e Carter quando l’Urss era di fatto la prima potenza mondiale a livello militare.

Nuove tensioni tra Russia e Ucraina

Torna la tensione tra Russia e Ucraina dopo che Kiev, tramite il ministro dell’Energia Aleksej Orzhel, si è detta pronta ad interrompere il transito del gas proveniente da Mosca.

Il rappresentante di Kiev ha spiegato che i volumi di gas negli impianti di stoccaggio sotterranei sono tali da consentire di superare la stagione invernale senza ulteriori approvvigionamenti, pur senza escludere la possibilità di siglare un nuovo accordo fra Naftogaz, la compagnia ucraina di distribuzione, e Gazprom, il colosso energetico russo che gestisce le attività di export attraverso i gasdotti diretti verso l’Europa in scadenza a fine 2019.

La presa di posizione ucraina arriva dopo che nei giorni scorsi il Cremlino aveva ribadito di non aver intenzione di sospendere il transito del gas anche se nel caso si rendessero disponibili percorsi alternativi.

Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, aveva anche sottolineato come da parte di Kiev non fosse emersa la chiara volontà di giungere ad un nuovo accordo perché “la Russia avrà ora l’opportunità di assicurare le forniture dai consumatori occidentali, grazie a rotte alternative. Ciò non vuol dire che se ne approfitterà”.

A novembre sono previsti nuovi colloqui tra i due paesi per definire un nuovo accordo che permettere al gas russo di transitare attraverso l’Ucraina per giungere in Europa occidentale ma le ultime tensioni potrebbero complicare il cammino e quindi penalizzare i paesi che si riforniscono da Mosca.

Da Bielorussia no a possibile base russa

Le autorità di Minsk frenano sull’eventualità che la Russia possa realizzare una base militare all’interno dei propri confini.

A ribadire la contrarietà del paese è stato il ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei che in vista del bilaterale con l’omologo di Mosca, Sergej Lavrov ha sottolineato: “Non ha senso schierare una base militare russa sul territorio della Bielorussia. L’eventuale dispiegamento di una base aerea russa sul territorio bielorusso non ha alcun significato pratico, politico o militare”.

Per il governo bielorusso anche grazie alle nuove tecnologie militari che permettono ai missili di raggiungere in pochi minuti un altro continente, l’altra parte del nostro pianeta la Russia non ha bisogno di nuove basi fuori dal proprio territorio e al tempo stesso “se la Bielorussia dispiegasse alcune strutture militari aggiuntive sul suo territorio ciò non contribuirebbe a rafforzare la stabilità e la sicurezza nella nostra regione”.
A fronte del migliaio e più di installazioni statunitensi sparse per il mondo la Russia attualmente fuori dei propri confini ne gestisce solo 2 attive peraltro di modesta entità, anche se di notevole importanza: Tartus in Siria, uno dei motivi per cui Putin ha sempre evitato azioni militari Nato e statunitensi nel paese, e quella di Sebastopoli, in Crimea, sul Mar Nero.

Nell’ottica della rinascita russa il Cremlino sta ora valutando la possibilità di riaprire, o quanto meno utilizzare congiuntamente con i governi locali, gli ex presidi navali di Cam Ranhin Vietnam, Lourdes nell’isola di Cuba, chiuso nel 2001 dallo stesso Putin, e perfino una alle Seychelles, che nell’Oceano indiano rappresentano un vero e proprio avamposto russo visto che da anni è sotto l’influenza di Mosca; nel 1981 la Marina sovietica ha aiutato il governo ad evitare  un colpo militare e prima del crollo dell’Urss i russi vantavano una costante presenza nell’area.
All’inizio del suo primo mandato presidenziale Putin aveva disposto la dismissione delle basi ancora attive, sia per motivi economici sia per mostrare al suo omologo a stelle e strisce, all’epoca Bush jr., la volontà di chiudere una volta per tutte l’epoca della Guerra fredda. Washington però ha approfittato di quel momento di debolezza per aumentare le proprie servitù militari, soprattutto sulla frontiera orientale. In quest’ottica il vertice Nato svoltosi in Galles nel settembre 2014 ha ribadito la volontà di blindare ancora di più la frontiera con la Russia, con cinque nuove basi in Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, e Romania anche se, almeno stando a quanto dichiarato da Obama, queste nuove installazioni non saranno permanenti, pur avendo a disposizioni mezzi di aviazione, navali, depositi ed arsenali aggiornati con tutte le ultime novità in materia.
Nuove basi russe potrebbero sorgere in Sud America, ad esempio in Venezuela ed in Nicaragua, oltre che nella regione asiatica in paesi come l’Ossezia del sud, l’Abkazia, il Kirghizistan, dove già si trovano militari russi, ed il Tagikistan, altra nazione dove la presenza di militari dell’ex armata rossa è particolarmente numerosa. Alla fine del 2014 inoltre c’è stato il dispiegamento di un nuovo reggimento dell’aviazione in Bielorussia.

Russia-Ucraina: Zelensky apre a nuovo scambio di prigionieri e ritiro truppe in Donbass

Russia e Ucraina potrebbero scambiarsi tutti i prigionieri e ritirare le truppe in Donbass. Lo auspica il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che spera anche in elezioni nelle aree di Donetsk e Luhansk.

Parlando con i media ucraini l’ex comico ha spiegato che questi importanti risultati potrebbe giungere già nel prossimo incontro dei leader del “Formato Normandia” che comprende Francia, Germania, Russia e Ucraina. “I passi principali – ha detto – devono essere fatti per risolvere la questione dello scambio dei prigionieri, nella formula tutti per tutti. La seconda decisione da prendere, a livello definitivo e con scadenze chiare, è quella sul disimpegno delle truppe, da Zolotye e Petrovskoye, sull’intera linea di contatto”. Il primo mandatario ucraino ha anche aperto alla possibilità di discutere la possibile organizzazione di elezioni locali nei territori attualmente controllati da Kiev.

Dall’aprile del 2014 l’Ucraina orientale vive una situazione di profonda instabilità e incertezza in seguito all’azione militare lanciata dalle autorità di Kiev per riprendere il controllo della regione dalle milizie delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk che sostengono l’indipendenza del Donbass. Gli accordi raggiunti a Minsk dal Gruppo di contatto trilaterale dell’Osce (Russia, Ucraina e le due autoproclamate repubbliche) prevedono un completo cessate il fuoco; il ritiro degli armamenti dalla linea di contatto nell’Ucraina orientale; lo scambio reciproco di tutti i prigionieri detenuti da entrambe le parti; delle riforme costituzionali che conferiscano uno statuto speciale alle autoproclamate repubbliche.

Difesa: progressi significativi tra Russia e Venezuela

Russia e Venezuela stanno facendo registrare “progressi significativi” nell’ambito della cooperazione militare.

Lo riferisce Vladimir Padrino Lopez, ministro venezuelano della Difesa parlando nell’ambito dell’International Army Games di Mosca. “Abbiamo avuto una conversazione privata con il ministro della Difesa russo, Serghej Shoigu, sul livello della cooperazione tecnico-militare, che sta facendo segnare progressi significativi”, ha sottolineato l’esponente del paese bolivariano che ha anche ringraziato il Cremlino per il supporto fornito a Caracas a fronte delle sanzioni comminate dal governo degli Stati Uniti.

Padrino Lopez ha poi concluso il suo intervento dichiarando: “La Federazione Russa ha mostrato la sua solidarietà, visibile, nel caso del Venezuela, paese che viene aggredito in maniera perversa dall’impero nordamericano”.

Mosca e Caracas si sono avvicinati quando, quasi in contemporanea, Valdimir Putin e Hugo Chavez sono saliti al potere; nel corso degli anni hanno poi rafforzato la cooperazione in vari ambiti; quello relativo alla difesa si è rivelato fondamentale negli ultimi mesi visto che anche grazie alla presenza di militari russi in territorio venezuelano gli Usa non hanno potuto raccogliere l’invito del golpista Juan Guaidò ad invadere il paese.

Difesa: Russia offre a Turchia caccia Su-35

La Russia è disponibile a vendere alla Turchia i caccia militari Su-35 qualora Ankara fosse interessata all’acquisto.

A dirlo i vertici della holding russa Rostekh, che produce i velivoli, tramite il proprio AD Sergej Chemezov, confermando l’avvicinamento politico, diplomatico e militari tra i due paesi che già hanno ratificato la compravendita del sistema antimissilistico S-4000.

Stando a quanto riferito dai media turchi fino ad oggi sono 15 le spedizioni giunte finora presso la base aerea di Murted a pochi chilometri dalla capitale Ankara in poco più di una settimana, i primi componenti sono infatti arrivati lo scorso 12 luglio.

L’eventuale compravendita dei sukhoi potrebbe deteriorare ulteriormente i rapporti tra Ankara e Washington che non vede di buon occhio l’avvicinamento con la Russia, soprattutto in chiave Nato.

Nei giorni scorsi il presidente statunitense, Donald Trump, ha confermato con rammarico la decisione di non vendere gli aerei da combattimento F-35 alla Turchia, dopo che Ankara ha confermato l’acquisto del sistema di difesa missilistica S-400 dalla Russia.

L’inquilino della Casa Bianca ha spiegato che la decisione turca di acquistare un sistema missilistico russo impedisce la vendita dei 100 aerei statunitensi già concordata dalle parti.

A Trump ha replicato il plenipotenziario turco Recep Tayyip Erdogan che ha contestato la decisione di Washington di non far partecipare la Turchia al programma congiunto per i caccia F-35 sostenendo che questa “danneggerà irreparabilmente i rapporti”.

Il Pentagono sostiene che la presenza degli S-400 sul suolo turco sia incompatibile con quella di altri sistemi d’arma Nato, poiché la Russia potrebbe ottenere informazioni cruciali sulla vulnerabilità degli F-35. Al momento Washington non ha ancora risposto alla proposta di Ankara di istituire una commissione tecnica per risolvere la disputa. Lo scorso 6 giugno il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha riferito di aver dichiarato agli Stati Uniti che la Turchia era disposta ad acquistare il sistema Patriot, di produzione statunitense, dopo la consegna degli S-400 e in caso di un’offerta economica alla pari di quella di Mosca

Morales in Russia per incontro con Putin

Il presidente della Bolivia Evo Morales è arrivato questa mattina a Mosca per incontrare l’omologo russo Vladimir Putin nell’ambito di una visita ufficiale.

In base al programma stilato i due capi di Stato discuteranno le questioni relative alle relazioni russo-boliviane e analizzeranno le questioni chiave in ambito internazionale e regionale, su tutti la crisi venezuelana con La Paz e Mosca al fianco del presidente Maduro contro il golpista Guaidò.

Oltre al primo mandatario la delegazione boliviana comprende ministro degli Esteri Diego Pary, e i ministri degli Idrocarburi, Luis Sanchez e quello dell’Energia, Rafael Alarcon.

L’agenda include anche il miglioramento delle attività commerciali tra le società russe e boliviane, in particolare, con le società energetiche Gazprom e Acron.

Morales e Putin puntano inoltre ad un maggiore scambio commerciale che include la possibilità di esportare carne boliviana in Russia. Il ministro degli Esteri boliviano Diego Pary, parlando nei giorni scorsi di questo appuntamento ha riferito che l’incontro Morales-Putin accelererà la firma del protocollo per la vendita di questo prodotto oltre ad analizzare la posizione della Bolivia come paese osservatore dell’Unione economica eurasiatica, che attualmente comprende Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan.

Salvo sorprese la visita si esaurirà nell’arco di poche ore e già questa sera Morales potrebbe rientrare nel palazzo presidenziale a La Paz.

Difesa, Usa punta ad ammodernare eserciti Europa centromeridionale

Torna a farsi sempre più reale la contrapposizione tra Washington e Mosca e il Pentagono mira apertamente ad ammodernare gli eserciti delle nazioni dell’Europa centromeridionali più vicine alle politiche atlantiche.

Nello specifico gli Stati Uniti sono pronti ad offrire un sostegno di 190,7 milioni di dollari a Slovacchia, Bosnia, Albania, Macedonia del Nord, Croazia e Grecia. La “donazione” maggiore sarà quella a beneficio di Bratislava che ne riceverà 50, mentre gli altri circa 30, ad eccezione di Atene e Zagabria che ne avranno “appena” 25 a testa.

Nella decisione del Dipartimento di stato Usa si legge che Washington intende “finanziare parzialmente l’acquisto di mezzi da combattimento per gli eserciti della Croazia e della Macedonia del Nord ed elicotteri multiuso per gli eserciti della Bosnia e dell’Albania”.

I paesi interessati da questa misura sono fondamentali per la strategia atlantica.

Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia del Nord sono infatti fondamentali per accerchiare la Serbia, di fatto l’unico paese della ex Yugoslavia che è rimasta legata a Mosca ed inoltre l’unica in cui i mussulmani non sono la maggioranza della popolazione.

La Grecia invece potrebbe andare a sostituire la Turchia che si sta sempre più avvicinando politicamente e militarmente alla Russia.

Va detto che questa scelta potrebbe rivelarsi un boomerang sotto molti punti di vista considerando che la Bosnia viene da molti considerati la “porta d’ingresso” dell’islam in Europa.