Fabrizio Di Ernesto

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Difesa: Russia offre a Turchia caccia Su-35

La Russia è disponibile a vendere alla Turchia i caccia militari Su-35 qualora Ankara fosse interessata all’acquisto.

A dirlo i vertici della holding russa Rostekh, che produce i velivoli, tramite il proprio AD Sergej Chemezov, confermando l’avvicinamento politico, diplomatico e militari tra i due paesi che già hanno ratificato la compravendita del sistema antimissilistico S-4000.

Stando a quanto riferito dai media turchi fino ad oggi sono 15 le spedizioni giunte finora presso la base aerea di Murted a pochi chilometri dalla capitale Ankara in poco più di una settimana, i primi componenti sono infatti arrivati lo scorso 12 luglio.

L’eventuale compravendita dei sukhoi potrebbe deteriorare ulteriormente i rapporti tra Ankara e Washington che non vede di buon occhio l’avvicinamento con la Russia, soprattutto in chiave Nato.

Nei giorni scorsi il presidente statunitense, Donald Trump, ha confermato con rammarico la decisione di non vendere gli aerei da combattimento F-35 alla Turchia, dopo che Ankara ha confermato l’acquisto del sistema di difesa missilistica S-400 dalla Russia.

L’inquilino della Casa Bianca ha spiegato che la decisione turca di acquistare un sistema missilistico russo impedisce la vendita dei 100 aerei statunitensi già concordata dalle parti.

A Trump ha replicato il plenipotenziario turco Recep Tayyip Erdogan che ha contestato la decisione di Washington di non far partecipare la Turchia al programma congiunto per i caccia F-35 sostenendo che questa “danneggerà irreparabilmente i rapporti”.

Il Pentagono sostiene che la presenza degli S-400 sul suolo turco sia incompatibile con quella di altri sistemi d’arma Nato, poiché la Russia potrebbe ottenere informazioni cruciali sulla vulnerabilità degli F-35. Al momento Washington non ha ancora risposto alla proposta di Ankara di istituire una commissione tecnica per risolvere la disputa. Lo scorso 6 giugno il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha riferito di aver dichiarato agli Stati Uniti che la Turchia era disposta ad acquistare il sistema Patriot, di produzione statunitense, dopo la consegna degli S-400 e in caso di un’offerta economica alla pari di quella di Mosca

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Morales in Russia per incontro con Putin

Il presidente della Bolivia Evo Morales è arrivato questa mattina a Mosca per incontrare l’omologo russo Vladimir Putin nell’ambito di una visita ufficiale.

In base al programma stilato i due capi di Stato discuteranno le questioni relative alle relazioni russo-boliviane e analizzeranno le questioni chiave in ambito internazionale e regionale, su tutti la crisi venezuelana con La Paz e Mosca al fianco del presidente Maduro contro il golpista Guaidò.

Oltre al primo mandatario la delegazione boliviana comprende ministro degli Esteri Diego Pary, e i ministri degli Idrocarburi, Luis Sanchez e quello dell’Energia, Rafael Alarcon.

L’agenda include anche il miglioramento delle attività commerciali tra le società russe e boliviane, in particolare, con le società energetiche Gazprom e Acron.

Morales e Putin puntano inoltre ad un maggiore scambio commerciale che include la possibilità di esportare carne boliviana in Russia. Il ministro degli Esteri boliviano Diego Pary, parlando nei giorni scorsi di questo appuntamento ha riferito che l’incontro Morales-Putin accelererà la firma del protocollo per la vendita di questo prodotto oltre ad analizzare la posizione della Bolivia come paese osservatore dell’Unione economica eurasiatica, che attualmente comprende Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan.

Salvo sorprese la visita si esaurirà nell’arco di poche ore e già questa sera Morales potrebbe rientrare nel palazzo presidenziale a La Paz.

Difesa, Usa punta ad ammodernare eserciti Europa centromeridionale

Torna a farsi sempre più reale la contrapposizione tra Washington e Mosca e il Pentagono mira apertamente ad ammodernare gli eserciti delle nazioni dell’Europa centromeridionali più vicine alle politiche atlantiche.

Nello specifico gli Stati Uniti sono pronti ad offrire un sostegno di 190,7 milioni di dollari a Slovacchia, Bosnia, Albania, Macedonia del Nord, Croazia e Grecia. La “donazione” maggiore sarà quella a beneficio di Bratislava che ne riceverà 50, mentre gli altri circa 30, ad eccezione di Atene e Zagabria che ne avranno “appena” 25 a testa.

Nella decisione del Dipartimento di stato Usa si legge che Washington intende “finanziare parzialmente l’acquisto di mezzi da combattimento per gli eserciti della Croazia e della Macedonia del Nord ed elicotteri multiuso per gli eserciti della Bosnia e dell’Albania”.

I paesi interessati da questa misura sono fondamentali per la strategia atlantica.

Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia del Nord sono infatti fondamentali per accerchiare la Serbia, di fatto l’unico paese della ex Yugoslavia che è rimasta legata a Mosca ed inoltre l’unica in cui i mussulmani non sono la maggioranza della popolazione.

La Grecia invece potrebbe andare a sostituire la Turchia che si sta sempre più avvicinando politicamente e militarmente alla Russia.

Va detto che questa scelta potrebbe rivelarsi un boomerang sotto molti punti di vista considerando che la Bosnia viene da molti considerati la “porta d’ingresso” dell’islam in Europa.

Russia, Putin ha presentato documentazione per presidenziali 2018

Vladimir Putin correrrà ufficialmente per le presidenziali russe del prossimo anno. Lo “zar” ha infatti presentato oggi alla commissione elettorale centrale (Cec) i documenti necessari per la sua candidatura.

Ua decina di giorni fa, per la precisione lo scorso 18 dicembre, si è aperta ufficialmente la campagna elettorale russa in vista delle presidenziali del 18 marzo. In base alla legge russa i candidati, al momento 14 paritti e 15 aspiranti presidenti, hanno 90 giorni di tempo per presentare i documenti necessari alla Cec, raccogliere le firme, tenere comizi con i loro sostenitori e dibattiti con gli avversari.
Secondo un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi dall’agenzia di stampa “Sputnik” il 67 per cento dei cittadini russi sono pronti a sostenere il presidente in carica Putin. Stando all’indagine l’8 per cento dei votanti ha espresso il proprio sostegno al presidente del Partito liberaldemocratico Vladimir Zhirinovskij, mentre il 4 per cento si sono espressi a favore del leader del Partito comunista Gennadij Zyuganov. Secondo il sondaggio, l’80 per cento dei partecipanti si sono detti soddisfatti nei confronti del capo dello stato in carica. L’indagine è stata condotta il 9 e 10 dicembre su un campione di 3 mila elettori russi.

Energia: russa Rosneft acquista concessioni venezuelana Pdvsa

La Pdvsa, Petróleos de Venezuela, società energetica controllata dal goveno di Caracas, ha annunicato di aver chiuso un accordo con la compagnia russa Rosneft per lo sviluppo di due dei suoi giacimenti di gas offshore per 30 anni.

In base all’intesa siglata dalle due compagnie la compagnia controllata dal governo di Mosca avrà il diritto di vendere tutto il gas estratto dai giacimenti di Patao e Mejillones, anche sotto forma di Gnl. I due giacimenti, secondo un comunicato stampa di Rosneft, ripreso da Oilprice, contengono 180 miliardi di metri cubi di gas naturale, l’obiettivo annuale di produzione è di 6,5 miliardi di metri cubi di gas in 15 anni.

Il gruppo russo non è nuovo ad investimenti nel paese indiolatino ed ha già in essere diverse collaborazioni con la Pdvsa su cinque progetti con riserve stimate in 20,5 miliardi di tonnellate di greggio, pari a 105,265 miliardi di barili. L’azienda russa è uno dei partner importanti del Venezuela e di Pdvsa che, tra l’altro, gli ha concesso i diritti di maggioranza nel suo business statunitense, Citgo, a garanzia di un prestito l’anno scorso. Secondo i dati Rosneft, i prestiti alla società venezuelana arrivano a 6 miliardi di dollari. Non solo la società ma anche il governo di Caracas ha debiti con Mosca, pari a a circa 140 miliardi di dollari, che ha accettato di ristrutturare quando è diventato chiaro che il Venezuela rischiava il default.

A breve la Russia fornirà alla Turchia il sistema difensivo missilistico S-400

La Russia fornirà a breve alla Turchia il sistema di difesa missilistico S-400. Nello specifico appena Ankara avrà finito di pagare quanto previsto dal contratto.

Nei giorni scorsi il ministro della Difesa turco, Nurettin Canikli, aveva annunicato che l’acquisto era stato completato pur precisando che le autorità turche stavano discutendo un accordo simile con un consorzio europeo per sviluppare un suo sistema di difesa missilistica. Da quanto si era appreso le autorità turche hanno siglato un accordo preliminare con il consorzio franco-italiano Eurosam per lo sviluppo di un sistema autoctono di difesa missilistica. Proprio una settimana fa Canikli ha siglato un accordo a Bruxelles con il consorzio Eurosam per “definire le priorità e le necessità” nella produzione congiunta di un sistema antimissili per Ankara.

L’accordo con Eurosam non contrasta con le trattative in corso con Mosca per l’acquisto del sistema antimissili S-400.

L’accordo tra Ankara e Mosca ha creato più di un disappunto in sede nato essendo la Nato un partner quanto mai strategico nell’ambito dell’Alleanza atlantica; secondo alcuni esperti inoltre il sistema russo non può essere intergrato in quello difensivo occidentale soprattutto per le possibili conseguenze sul piano politico e geostrategico e a problemi non trascurabili dal punto di vista tecnico. Ankara sarebbe infatti il primo paese della Nato ad acquisire un sistema strategico russo non integrabile nella rete di difesa missilistica dell’Alleanza e con l’acquisizione degli S-400 sarebbe costretta a mettere a disposizione dei tecnici russi codici e informazioni classificate che riguardano i missili statunitensi, oltre che gli altri sistemi Nato, come radar di scoperta, sistemi di trasmissione dati e quant’altro, coinvolti nella rete difensiva.

Russia e Turchia hanno definito accordo per fornitura missili S-400

Russia e Turchia hanno definito l’accordo inerente la fornitura da parte di Mosca dei sistemi missilistici anti-aerei S-400, anche se rimangono da limare gli ultimi dettagli economici, commerciali e politici.

Qualche settimana fa, il presidente russo Vladimir Putin, durante il forum economico internazionale di San Pietroburgo, aveva detto che Mosca era pronta a vendere il sistema S-400 alla Turchia, dop che la questione era già stata affrontata in precedenza con il capo dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan.

Sull’argomento il ministro della Difesa turco, Fikri Isik, aveva spiegato che le trattative tra le parti erano entrate nella fase finale, sottolineando che la Turchia non aveva alternativa poiché dai paesi della Nato erano giunte proposte soddisfacenti.

L’interesse da parte della Turchia per il sistema di difesa anti-missile russo era stato manifestato già lo scorso novembre 2016 dal ministro della Difesa Isik, il quale aveva rivelato l’esistenza di una trattativa con Mosca in merito, precisando tuttavia di stare valutando altri paesi per ottenere un sistema antimissilistico.
Dopo l’annullamento nel 2015 di una gara d’appalto del valore di 3,4 miliardi di dollari per l’acquisto di un sistema missilistico a lungo raggio, Ankara aveva annunciato di voler sviluppare un proprio sistema di difesa missilistica. In seguito, la Turchia ha abbandonato il programma T-Loramids per la produzione di un sistema di difesa antiaerea autoctono dopo una lunga controversia con la Nato riguardo alla scelta iniziale di optare per un progetto offerto dall’azienda cinese Cpmiec (China National Precision Machinery Import and Export Corporation). La gara per il progetto T-Loramids vedeva protagonisti, insieme alla Cpmiec, le statunitensi Raytheon e Lockheed Martin con i Patriot e il consorzio franco-italiano Eurosam con il Samp-T, armi che tra l’altro la Nato ha schierato in questi ultimi anni proprio in Turchia per difenderla da eventuali attacchi di missili balistici e da crociera siriani.

L’accordo tra Mosca e Ankara rischia ora di aprire difficili scenari geopolitici. La Turchia è infatti un paese Nato ed utilizza tecnologia militare atlantica che non può essere messa a disposizione di paesi non Nato, specialmente in favore di paesi come la Russia attualmente a rischio di scontro con l’Alleanza atlantica.

Di contro anche per la Russia potrebbe essere controproducente mettere a disposizione di un paese Nato la propria tecnologia militare. Va poi ricordato che da un anno a questa parte Erdogan è sempre più in viso ai paesi occidentali, sia per il modo in cui ha represso il tentato golpe dello scorso luglio sia per il referendum costituzionale che ha trasformato in senso presidenziale il sistema politico del paese.

Per gli Usa da Mosca possibili aiuti ai talebani

Ad oltre 16 anni dall’invasione statunitense in Afghanistan l’ex paese dei talebani, ritenuti responsabili degli attentati dell’11 settembre, il paese medio orientale è tutt’altro che pacificato ed ora gli ambienti militari statunitensi provano ad incolpare la Russia che secondo loro potrebbe sostenere il gruppo islamico.

Il generale Curtis Scaparrotti, comandante supremo della Nato per l’Europa, sostiene infatti che i talebani potrebbero anche aver ricevuto supporto e materiale bellico dalla Russia, che implicherebbe anche un significativo maggiore coinvolgimento di Mosca in una guerra che di fatto gli Usa stanno combattendo a sud della stessa Russia.

Scaparotti ha detto: “Ho visto crescere l’influenza della Russia negli ultimi tempi, sia in termini di associazione con i talebani che di forniture”. Già nei giorni scorsi la Russia aveva precisato di aver avviato comunicazioni con il gruppo islamico che sta fronteggiando nel suo territorio il sedicente Stato islamico ma di non utilizzarlo in funzione antistatunitense.

Contatti tra i russi e i talebani sono stati denunciati anche dal generale John Nicholson, il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan. La campagna statunitense in Afghanistan negli ultimi tempi sta subendo diverse battute d’arresto. Ieri il centro del distretto di Sangin nella irrequieta provincia meridionale di Helmand è stata invasa dai talebani dopo mesi di aspri combattimenti con le forze regolari afghane sostenute da supporto aereo americano. Negli ultimi mesi, i talebani hanno costantemente aumentato il controllo su vaste aree del paese, portando Nicholson a chiedere rinforzi al Pentagono mettendo in guardia contro il rischio di “una situazione di stallo nel paese”.

Attualmente nel paese mediorientale sono presenti circa 5mila uomini nell’ambito della Nato ed 8.500 militari Usa che svolgono missioni di antiterrorismo contro la rete di gruppi armati ancora presenti nel paese.

Opportuno ricordare che i talebani sono di fatto stati creati ed equipaggiati dagli Usa alla fine degli anni ’70 in funzione antisovietica portando l’Urss ad impantanarsi in una guerra di logoramento che a lungo andare ha contribuito alla caduta del regime comunista. Secondo la vulgata popolare i talebani avrebbero poi organizzato e realizzato gli attentati dell’11 settembre 2001 in Usa portando Washington a varare l’operazione “enduring freedom” che ha permesso il riassetto in chiave filo statunitense del medi oriente. Ora però i talebani avrebbero compiuto il grande salto e si sarebbero alleati con il nemico di un tempo.

Russia e Nicaragua rafforzano la cooperazione militare

A margine delle celebrazioni per la vittoria sovietica durante la II Guerra mondiale la Russia e il Nicaragua hanno rafforzato la cooperazione in campo militare.

Il Comandante in Capo dell’esercito nicaraguense, il generale Julio Cesar Aviles, ne ha dato notizia tramite una dichiarazione ufficiale diffusa dalle autorità militari del paese caraibico. Urante la sua permanenza a Mosca, Aviles ha incontrato il ministro russo della Difesa, il generale Sergei Shoigu, e il primo vice ministro della difesa e capo di stato maggiore, il generale Valery Gerasimov. Secondo quanto trapelato nell’incontro sono state discusse questioni di interesse reciproco e rapporti di amicizia e di cooperazione tra le forze armate della Federazione russa e l’Esercito del Nicaragua. Nel suo viaggio il rappresentante di Managua ha incontrato anche i vertici dell’agenzia russa per il contrasto del narcotraffico per parlare degli sforzi comuni per contrastare questa piaga e la criminalità organizzata; in base agli accordi raggiungi la Russia costruirà alla periferia della capitale nicaraguense un centro di formazione per preparare il personale antidroga in tutta l’America Centrale. L’intesa tra le due nazioni in campo militare si è rafforzata dopo il ritorno al potere di Daniel Ortega, nel 2007, con Mosca che rappresenta uno dei principali alleati del paese caraibico fin dagli inizi dell’epopea sandinista, nel 1979, ed ha sempre fornito armi al paese caraibico.

Putin e il neozarismo

In questo momento, complice anche la crisi ucraina, si moltiplicano le pubblicazioni sulla Russia e su Putin. Tra le tante edite di recente una delle più accurate appare sicuramente quella scritta da Sergio Canciani, storico corrispondente moscovita del Tg1, intitolato “Putin e il neozarismo” per i tipi della Castelvecchi.

L’annessione della Crimea da parte del governo russo e tutta l’analisi che ne segue è però solo l’espediente usato dal giornalista per raccontare i suoi venti anni passati a Mosca, più o meno vicino alla corte di Zar Vladimir, l’uomo che ha risollevato le sorti russe dopo la presidenza Eltsin che ha portato il gigante dell’est europeo ad uno dei punti più bassi della sua storia. E proprio questo rende questo libro diverso dagli altri ovvero i tanti aneddoti raccontati in prima persona che svelano momenti poco noti della recente storia del gigante euroasiatico e dell’uomo che da circa 15 anni ne incarna la potenza e le umane debolezze.

“Quando perde l’Ucraina, la Russia perde la testa”, parole questa pronunciate quasi un secolo fa da Lenin sono lo spunto che il giornalista utilizza per mettere subito in chiaro l’importanza strategica e geopolitica di Kiev e dintorni, non solo da un punto di vista energetico come spesso troppo semplicisticamente viene scritto sui media nostrani.

È indubbio che dal 2000 ad oggi Putin stia lavorando, più o meno sottotraccia, per riportare il suo paese alla potenza passata secondo un percorso non sempre omogeneo ma comunque sempre ispirato alla voglia di rivalsa, ma soprattutto dalla necessità di non essere accerchiato militarmente dagli Usa e recitare un ruolo di primo piano nello scacchiere mondiale, non solo in Eurasia.

Il testo, particolarmente interessante, da un punto di vista storico-culturale, offre una interessante panoramica anche per quanto attiene le ricchezze energetiche del paese e quelle, particolarmente ambite del polo nord, sui quali molti stati rivendicano la proprietà ma con la Russia che non è minimante intenzionata ad arretrare di un passo. Pregevole anche la parte legata all’Ucraina ed alla sua analisi con l’autore che riesce bene a descrivere la storia recente di questa terra e le vicissitudini che l’hanno condizionata negli ultimi dieci anni e che non potevano non avere ripercussioni sull’attualità.

Volume agile e ben scritto appare indispensabile per tutti gli interessati alla crisi legata all’Ucraina senza preconcetti o pregiudizi ideologici.

Canciani “Putin e il neozarismo – dal crollo dell’Urss alla conquista della Crimea”, Castelvecchi, pagg. 194 17,50 euro.