Fabrizio Di Ernesto

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Bolivia: Mas annuncia i propri candidati per le elezioni di maggio

Saranno Luis Arce e David Choquehuanca i candidati del Mas, Movimento per il Socialismo, per le elezioni in Bolivia che si terranno il prossimo 3 maggio.

Al termine di una riunione tenutasi in Argentina il partito legato al presidente uscente, ma scalzato da un tentato golpe, Evo Morales ha deciso di puntare su questi due candidati scegliendoli tra quanti hanno sottoscritto un accordo scritto. Arce sarà il candidato alla presidenza mentre Choquehuanca sarà il suo vice.

Il tandem ha ovviamente ottenuto il benestare di Morales, attualmente in Messico.

Tra i due il più noto è sicuramente Arce, due volte ministro dell’Economia e delle Finanze della Bolivia; la prima volta tra il 2006 e il 2017 e la secondo dal 23 gennaio 2019 al 10 novembre 2019, durante il primo, il secondo e il terzo governo del presidente Morales.

Curriculum di tutto rispetto anche per Choquehuanca già ministro degli Esteri tra il 2016 ed il 2017, inoltre è stato Segretario generale dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli dell’America latina tra il 2017 ed il 2019.

Prima di veder formalizzata la loro candidatura i due hanno ribadito l’accordo di unità di intenti per difendere le lotte dei movimenti sociali per le trasformazioni politiche ed economiche in favore del popolo boliviano.

Morales critica decisione governo provvisorio boliviano di espellere diplomatici messicani e spagnoli

Il presidente boliviano Evo Morales, esautorato da un colpo di stato avvenuto dopo le elezioni di novembre, ha duramente criticato la decisione del governo provvisorio di La Paz si espellere i diplomatici di Messico e Spagna e di interrompere le relazioni diplomatiche con il Venezuela.

Per Morales l’espulsione di diplomatici del Messico e della Spagna da parte del governo de facto rappresenta “un atto di disprezzo per il diritto internazionale”.

Via Twitter Morales ha spiegato che: “Gli autori del colpo di stato cercano legittimità, ma esercitano solo violenza contro i paesi gemelli”.

Da parte la presidente ad interim Áñez ha giustificato l’espulsione dei funzionari delle ambasciate del Messico e della Spagna per aver “gravemente danneggiato la sovranità e la dignità del popolo boliviano con attività che violano la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”.

Sula vicenda la delegazione dell’Unione europea in Bolivia ha espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation della tensione tra Bolivia e Spagna, che ha portato alla dichiarazione di “persona spiacevole” a funzionari diplomatici di entrambi i paesi.

Il governo spagnolo ha dichiarato sgradevoli tre diplomatici boliviani accreditati a Madrid e ha chiesto che lasciassero il paese, in risposta a quello che Madrid definiva un “gesto ostile”.

Nel tentativo di alleviare la tensione, il ministro degli Esteri del governo de facto della Bolivia, Karen Longaric, ha affermato che i rapporti con la Spagna “non possono fermarsi” e ha persino chiesto di “rafforzarli”.

Bolivia ha espulso ambasciatore messicano e il personale diplomatico spagnolo

Le autorità boliviane hanno deciso l’espulsione dell’ambasciatore messicano e del personale diplomatico spagnolo. Lo ha annunciato Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia, che ha riferito anche che le persone colpite dal provvedimento di espulsione hanno ora 72 ore per lasciare il paese.

Una nota emessa dalla presidenza della Repubblica di La Paz ha definito “persona nel grata” l’ambasciatrice messicana María Teresa Mercado.

La decisione è stata presa per “danno alla sovranità dello stato boliviano”; tra il personale spagnolo invitato a lasciare il paese  anche il capo degli affari politici della Spagna, Cristina Borreguero; il console di Spagna in Bolivia, Álvaro Hernández, e i componenti della guardia di sicurezza del quartier generale diplomatico del paese europeo.

Pochi minuti dopo l’annuncio, il Ministero degli Esteri messicano ha invitato Mercado a tornare nel suo paese per motivi di “sicurezza”.

La tensione tra i due paesi è in forte aumento da oltre un mese e la settimana scorsa le autorità di Città del Messico hanno deciso di ricorre alla Cig, la Corte internazionale di Giustizia, per intimare alla Bolivia di rispettare la sede ed il personale diplomatico a La Paz in seguito ad alcune ingerenze contrarie alla Convenzione di Vienna. La notizia è stata data da Marcelo Ebrard, ministro degli Esteri del Messico.

Quando il governo di Città del Messico aveva deciso di concedere asilo politico a Morales dopo le elezioni dello scorso novembre che lo hanno visto  vincitore ma esautorato dalla Anez che si è autoproclamata presidente, le autorità boliviane avevano parlato di “tentativo di destabilizzare il paese”.

In Paraguay proteste per presenza segretario Osa Almagro

In Paraguay migliaia di giovani si sono mobilitati per impedire a Luis Almagro, segretario generale dell’Osa l’Organizzazione degli Stati Americani, di tenere un discorso su “Democrazia e sviluppo” all’università di Asuncion. I manifestanti hanno espresso la loro solidarietà al popolo della Bolivia ed al presidente eletto Evo Morales.

I giovani, sostenuti anche dalle parti sociali, hanno impedito ad Almagro di tenere la sua conferneza scandendo slogan quali “Almagro le tue mani sono insanguinate” e “Colpo di stato”, sventolando bandiere con l’effige di Ernesto “Che” Guevara e la whipala, ovvero la bandiera che rappresenta le diversità culturali in Bolivia.

Almagro, appena giunto in Paraguay ha sottolineato il ruolo del paese nella fuga di Evo Morales verso il Messico che poi gli ha garantito asilo politico.

Da parte sua il presidente paraguaiano Mario Abdo Benitez ha ringraziato Almagro per la visita ribadendo che l’incontro è servito a “ratificare l’impegno del sua paese per la difesa della democrazia e dei diritti umani”.

Bolivia: contadini contro colpo di Stato

I movimenti contadini della Bolivia hanno deciso di schierarsi al fianco di Evo Morales contro il colpo di Stato che ha portato al potere l’autoproclamata presidente Jeanine Anez.

Lo riferisce un comunicato diffuso dal Consiglio delle federazioni contadine dello Yungas e di La Paz (Cofecay), nel quale si invitano i dirigenti dei vari organismi presenti nel territorio a nord est di La Paz “”ad aderire al cento per cento alla grande mobilitazione indetta per questo lunedì”. Gli abitanti della regione andina nota come Yungas marceranno “a difesa dei diritti umani, per il rispetto della whipala (la tipica bandiera che rappresenta dei popoli nativi), il ripudio del colpo di stato e l’uso di armi letali da parte delle Forze armate contro il popolo boliviano”.

Il corte che si sta svolgendo nel pomeriggio italiano rivendica anche la richiesta dell’apertura di un tavolo di dialogo per far uscire il paese dalla crisi, appuntamento fissato per domani mattina alle ore 10,30 locali, le 16,30 in Italia.

Nel fine settimana il senatore del Movimento al Socialismo (Mas il partito di Morales), Efrain Chambi, aveva riferito di progressi nel dialogo fatto con il Partito democrata cristiano (Pcd) per un accordo sulla nascita di un nuovo tribunale supremo elettorale (Tse), anticipando dialoghi con esponenti di Unidad democratica (Ud), il partito dell’autoproclamata presidente ad interim Anez.

La crisi iniziata dopo le elezioni dello scorso 20 ottobre  ha provocato fino ad oggi 23 morti e 715 feriti secondo il bilancio ufficiale redatto dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) il bilancio degli scontri è ad oggi di 23 morti e 715 feriti.

Bolivia: presidente Anez ha completato la squadra di governo

In una Bolivia sempre più nel caos e sempre più vicina ad una guerra civile, Jeanine Anez, che si è autoproclamata presidente in sostituzione del dimissionario, per molti non per sua volontà, Evo Morales, ha finito di nominare la propria squadra di governo, cercando di non scontentare nessuno e dando una poltrona ad almeno tutti i partiti di opposizione nonostante avesse annunciato la volontà di dar vita ad “gabinetto tecnico perché la missione principale è quella di ripristinare in maniera immediata i servizi degli enti pubblici”.

La crisi in Bolivia, iniziata dopo le controverse elezioni dello scorso 20 ottobre, ha visto un’accelerazione dopo le dimissioni di Morales, arrivate domenica su pressione delle forze armate; secondo le opposizioni il presidente aveva fatto questo passo dopo aver appreso di un rapporto dei tecnici dell’Osa, che denunciava “vizi” nelle procedure di voto e di scrutinio delle elezioni del 20 ottobre.

Dopo le dimissioni Morales ha lasciato il paese rifugiandosi a Città del Messico, dove è stato accolto dal ministro degli Esteri Marcelo Ebrard.

Dopo essersi autoproclamata presidente la Anez ha annunciato di “voler governare anche senza approvazione di Camera e Senato” di aver avviato una “indagine approfondita” sui quasi 14 anni di governo di Morales, di pensare ad una amnistia per gli oppositori all’estero, e di voler realizzare elezioni “al più presto”.

In Bolivia si è creato un pericoloso vuoto di potere

Non si placano le tensioni in Bolivia dopo le dimissioni del presidente Evo Morales e l’asilo concessogli dal Messico, con il primo mandatario statunitense Donald Trump che ha parlato di «momento significativo per la democrazia».

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La Bolivia tra golpe bianco e il nuovo oro bianco

Alla fine sotto la pressione della piazza e con la comunità internazionale che suggerimento degli Usa continuava a gridare al golpe invocando nuove elezioni, Evo Morales si è dimesso.

Rischia così di chiudersi una delle esperienze politiche più longeve e costruttive dell’America indiolatina.

Costituzione alla mano, varata dallo stesso Morales, il presidente uscente non avrebbe potuto correre per il quarto mandato, anche se l Supremo Tribunale Elettorale (Tse) della Bolivia aveva dato il via libera riconoscendo nella possibilità di candidarsi un diritto inviolabile degli uomini.

Nonostante gli attacchi delle opposizioni e di parte della comunità elettorale Morales aveva poi vinto le presidenziali al primo turno quando per poche migliaia di voti aveva ottenuto più del 10% dei voti del secondo arrivato. Da lì erano iniziate le proteste di piazza delle opposizioni cui nei giorni scrosi si sono uniti anche settori operanti nell’area privata di agricoltura e miniere ed infine i vertici delle

forze armate e della polizia, nonostante l’annuncio di Morales di nuove elezioni.

Morales ha spiegato, in una breve dichiarazione che la decisione di dimettersi deriva “dall’obbligo di operare per la pace. Mi fa molto male che ci si scontri fra boliviani e che alcuni comitati civici e partiti che hanno perso le elezioni abbiano scatenato violenze ed aggressioni. È per questa ed altre ragioni che sto rinunciando al mio incarico inviando la mia lettera al Parlamento plurinazionale”.

Come spesso capita però le ragioni degli attacchi internazionali a Morales partono da lontano e poco o nulla hanno a che vedere con la democrazia.

Nei tanti anni passati al potere, a differenza di altri leader regionali, Morales non è mai stato accusato di essere un dittatore o di affamare il proprio popolo, anzi aveva sempre operato una forte redistribuzione del reddito. Ad inizio anno aveva anche annunciato un nuovo ambizioso progetto: fare del suo paese il primo produttore mondiale di litio.

Col senno di poi questo annuncio potrebbe anche aver avuto un ruolo decisivo negli attacchi degli ultimi giorni.

La Bolivia infatti detiene la metà delle riserve al mondo di questo materiale, ed il maggior sfruttamento delle miniere di Pascoli e Uyuni, nella regione di Potosì, e in quella di Coipasa, nell’Oruro, dovrebbero permettere a La Paz di diventare il primo esportatore al mondo di questo metallo garantendo nei prossimi tre anni profitti per circa un miliardo di dollari.

E perché la volontà di intensificare lo sfruttamento di questi giacimenti avrebbe comportato la caduta di Morales, da sempre considerato vicino alla Russia e ostile agli Usa? il litio è il più leggero degli elementi solidi, molto diffuso in natura sotto forma di composti; è usato in piccole quantità per la preparazione di leghe speciali, e in medicina, sotto forma di sali, nella cura della gotta e di altri disturbi, anche di tipo neuro-psichiatrico; il litio però è soprattutto indispensabile materia prima nella produzione di batterie per quei veicoli elettrici che entro dieci anni saranno un terzo del parco automobilistico mondiale, il litio è infatti chiamato “oro bianco” ed andrà a sostituire quindi il ben più noto “oro nero”.

Bolivia: Tribunale elettorale ribadisce trasparenza voto

Il voto per le presidenziali in Bolivia si è svolto in assoluta trasparenza e legalità e le organizzazioni politiche devono rispettare l’esito delle volontà popolare. Lo ribadisce il Supremo tribunale elettorale della Bolivia (Tse) attraverso un dettagliato rapporto in cui vengono confermati i risultati che hanno visto la vittoria di Evo Morales.

Nel documento si legge come sia infondata l’accusa che il Movimento al socialismo, il partito di Morales, abbia ottenuto in alcuni zone più vote dei votanti registrati anche perché non esiste alcuna prova a supporto di tali tesi.

La corte ha ribadito anche che, secondo il sistema di trasmissione dei risultati elettorali preliminari (Trep), i voti sono registrati come indicato nel verbale e che questi vengono controllati anche da osservatori internazionali; molte polemiche erano sorte perché i primi risultati diffusi non sembravano anticipare la successiva vittoria di Morales.

Come anticipato sopra, i funzionari del Tse hanno ribadito la completa trasparenza elettorale e hanno esortato le organizzazioni politiche a rispettare il lavoro e la volontà della popolazione, “il voto e i risultati sono sacri, perché rappresentano la sacra volontà popolare”.

Inoltre, i membri del Tse hanno anche espresso la loro disponibilità a svolgere audizioni con organizzazioni internazionali perché “non abbiamo problemi, non abbiamo nulla da nascondere”.

Bolivia: Morales denuncia colpo di stato

Le proteste in corso in Bolivia rappresentano un colpo di stato. Questa la dura accusa lanciata ieri dal presidente boliviano Evo Morales che ha duramente stigmatizzato quanti parlano di brogli nelle elezioni che dovrebbero avergli conferito il quarto mandato presidenziale.

Il primo mandatario di La Paz si è anche rivolto alla popolazione dicendo: “Siamo in uno stato di emergenza” invitando i movimenti sociali ad una mobilitazione pacifica e costituzionale per difendere la democrazia. Finora abbiamo sopportato e sopportato con pazienza evitando il ricorso alla violenza”.

Il clima si è fatto incandescente poiché i risultati elettorali definitivi tardano ad arrivare.

Gli ultimi aggiornamenti parlano di uno scrutinio fermo al 98% con il Supremo tribunale elettorale boliviano (Tse) che accredita Morales del 46,77 ed il suo principale sfidante Carlos Mesa del 36,75% ovvero appena un’inezia sopra quel distacco del 10 percento che esclude il ricorso al ballottaggio tra i due.

Tutto però è fermo a causa della lentezza con cui si sta svolgendo il voto nel dipartimento di Chuquisaca che anche se di pochissimo potrebbe modificare il voto e obbligare i due contendenti ad un secondo turno.

A Santa Cruz de la Sierra intanto è in corso uno sciopero in segno di protesta per ciò che l’opposizione considera una “frode scandalosa”,

Carlos Mesa da parte sua ha intanto chiesto alla comunità internazionale di vigilare per evitare che Morales trasformi la Bolivia in una dittatura.