Fabrizio Di Ernesto

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Italia a Berlino con un occhio ai giacimenti Eni in Libia

Alla conferenza di Berlino sulla Libia che si terrà domenica l’Italia giocherà un ruolo di secondo piano rispetto a Russia, Usa o Turchia, ma è indubbio che debba cercare di fare il massimo per tutelare i nostri interessi nella nostra ex colonia, in primis quelli del gigante energetico Eni.

La diplomazia italiana da tempo sta lavorando per contribuire alla stabilizzazione della Libia, anche e soprattutto per permettere la normalizzazione e la ripresa delle istituzioni economico-finanziarie del paese nordafricano. Dopo la primavera araba del 2011, nonostante la deposizione e l’uccisione di Gheddafi, il paese vive una guerra civile che sembra non avere una soluzione, da una parte infatti c’è il governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al Sarraj e dall’altra le truppe del generale Haftar; una situazione che mette a rischio i nostri interessi economici nella “quarta sponda” e la sicurezza di chi vi opera.

Il governo italiano è ben conscio della situazione, tanto che il premier Conte ha osservato: “L’Italia deve fare bene i suoi calcoli, visto che gli interessi nazionali sono principalmente in Tripolitania, a partire dall’impianto Eni di Mellitah, e dalle commesse energetiche, che vengono cogestite con la Noc, autorità petrolifera nazionale che, come la Banca centrale, risponde a al Sarraj”.

Il “Cane a sei zampe” è presente in Libia da oltre 60 anni, per l’esattezza dal 1959, e svolge attività di ricerca e sfruttamento dei giacimenti sia nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli sia nel deserto libico per una superficie complessiva di 26.636 chilometri quadrati. Attualmente Eni svolge le sue attività grazie a diversi contratti che scadranno tra il 2038 ed il 2043, necessario quindi garantire la possibilità di operare senza problemi.

Nel dicembre 2018 il gruppo ha firmato un Memorandum of Understanding con la compagnia elettrica nazionale GECOL e la compagnia petrolifera di stato NOC che include l’avvio di un progetto di riabilitazione di alcune centrali elettriche a supporto dell’accesso all’energia per le comunità.

Tutelare l’Eni significa però tutelare il nostro approvvigionamento energetico attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam. Il gasdotto, composto da una linea di 520 chilometri, realizza l’attraversamento sottomarino del Mar Mediterraneo collegando l’impianto di trattamento di Mellitah sulla costa libica con Gela in Sicilia, punto di ingresso nella rete nazionale di gasdotti. La capacità del gasdotto ammonta a circa 8 miliardi di metri cubi/anno. La produzione di gas naturale in Libia nel 2018 è stata pari a 33,4 milioni di metri cubi al giorno, mentre l’approvvigionamento di gas naturale è stato pari a 4,55 miliardi di metri cubi.

Permettere all’Eni di operare in sicurezza significa anche salvaguardare i consumatori italiani visto che il nostro paese, energeticamente parlando, dipende dall’estero e problemi in Libia potrebbero causare non solo una difficoltà nel reperire gas e petrolio ma soprattutto doverlo fare a prezzi più alti con conseguenze sui consumi.

Il nostro è il paese europeo che maggiormente dipende dall’energia importata, il 78% proviene dall’estero e tradizionalmente la Libia è sempre stata il nostro primo fornitore; prima del 2011 copriva un quarto dei nostri consumi di energia tra gas, petrolio e prodotti petroliferi. Ora la quantità si è ridimensionata perché importiamo non più del 7% dell’energia che consumiamo sotto forma di petrolio greggio (6 milioni di tonnellate) e gas naturale.

Non solo interessi energetici però. L’instabilità della regione e della Libia ha come diretta conseguenza la mancanza di un freno all’immigrazione clandestina. Ai tempi di Gheddafi il raìs era solito utilizzare la questione migratoria per “ricattare” l’Europa permettendo o meno la partenza di navi dalle coste libiche; venuto meno il suo controllo con sempre più disperati che sfidano la sorte per attraversare il Mar Mediterraneo ed approdare in Italia.

Grecia, Cipro e Israele hanno siglato il progetto per il gasdotto EastMed

Grecia, Cipro e Israele hanno ufficialmente siglato il progetto per la realizzazione del gasdotto EastMed. I rappresentati dei settori energetici dei 3 paesi hanno firmato l’accordo congiunto ad Atene.

Nello specifico questa infrastruttura trasporterà il gas dai depositi del Mediterraneo orientale nelle zone di sfruttamento cipriota e israeliano, alla Grecia ed altri paesi dell’Europa orientale e meridionale, tra questi l’Italia.

Il progetto prevede il coinvolgimento diretto anche del nostro paese che però per il momento non ha ancora ratificato l’accordo per la realizzazione del gasdotto EastMed che avrà una lunghezza di circa 1.900 chilometri, una profondità di tre ed una capacità di 10 miliardi di metri cubi all’anno.

Nonostante il ritardo italiano ora il progetto partirà dopo che i ministri Hatzidakis, Steinitz e Lakkotrypis, hanno dato il loro assenso.

Nelle intenzioni dei promotori questa infrastruttura dovrebbe garantire una forte indipendenza energetica dei paesi coinvolti e portare effetti benefici, anche se rischia di creare nuovi conflitti con la Turchia per via dei suoi interessi energetici. A tal proposito si è espresso il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis, che ha dichiarato: “Il gasdotto Eastmed non intende essere una minaccia per nessuno”; l’accordo siglato dai tre include disposizioni che garantiscono la sicurezza del gasdotto e un regime fiscale comune.

Nuove tensioni tra Russia e Ucraina

Torna la tensione tra Russia e Ucraina dopo che Kiev, tramite il ministro dell’Energia Aleksej Orzhel, si è detta pronta ad interrompere il transito del gas proveniente da Mosca.

Il rappresentante di Kiev ha spiegato che i volumi di gas negli impianti di stoccaggio sotterranei sono tali da consentire di superare la stagione invernale senza ulteriori approvvigionamenti, pur senza escludere la possibilità di siglare un nuovo accordo fra Naftogaz, la compagnia ucraina di distribuzione, e Gazprom, il colosso energetico russo che gestisce le attività di export attraverso i gasdotti diretti verso l’Europa in scadenza a fine 2019.

La presa di posizione ucraina arriva dopo che nei giorni scorsi il Cremlino aveva ribadito di non aver intenzione di sospendere il transito del gas anche se nel caso si rendessero disponibili percorsi alternativi.

Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, aveva anche sottolineato come da parte di Kiev non fosse emersa la chiara volontà di giungere ad un nuovo accordo perché “la Russia avrà ora l’opportunità di assicurare le forniture dai consumatori occidentali, grazie a rotte alternative. Ciò non vuol dire che se ne approfitterà”.

A novembre sono previsti nuovi colloqui tra i due paesi per definire un nuovo accordo che permettere al gas russo di transitare attraverso l’Ucraina per giungere in Europa occidentale ma le ultime tensioni potrebbero complicare il cammino e quindi penalizzare i paesi che si riforniscono da Mosca.

Energia: Opec manterrà tagli alla produzione di petrolio per tutto il 2019

Per tutto il 2019 rimarranno in vigore i già decisi tagli alla produzione petrolifera. Lo ha reso noto l’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, al termine dell’incontro che si è svolto ad Abu Dhabi.

Parlando in merito a questa decisione il ministro del Petrolio iracheno Thamer Ghadhban ha sottolineato come non sia trattato di una decisione presa all’unanimità dai paesi membri ma presa a maggioranza.

Già prima della riunione, convocata per una semplice revisione degli impegni, l’Iraq e la Nigeria avevano annunciato la volontà di ridurre la propria produzione petrolifera senza ulteriori spiegazioni mentre l’Arabia Saudita aveva annunciato la volontà di portare la produzione a 9,89 milioni di barili al giorno già nel mese di ottobre.

Il principe saudita Abdulaziz bin Salman, rappresentante di Riyad, ha dichiarato che il principale obiettivo strategico nella politica petrolifera del suo paese “è sempre stato quello di promuovere la stabilità del mercato”.

Bin Salman ha anche dichiarato che il suo Paese manterrà i tagli fino alla fine dell’anno, quando verrà effettuata una nuova revisione nella prossima riunione della commissione convocata per dicembre.

La sedicesima riunione del comitato Opec è stata presieduta dal ministro saudita e dal suo omologo russo, Alexander Novak. La misura mira a bilanciare il mercato e prevenire il calo dei prezzi del greggio in un momento di forte oscillazione sui mercati.

Iran pronto a rivedere sua adesione al trattato sul nucleare

L’Iran è pronto rivedere la propria adesione al trattato sul nucleare firmato nel luglio 2015 con il gruppo dei 5+1 (Usa, Francia, Cina, Russia, Gran Bretagna e Germania). È stato lo stesso ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif a ribadire che l’atteggiamento di Teheran è legato a quello dell’Europa.

In base a quanto riferito da Zarif l’Iran potrebbe smarcarsi da alcune clausole già giovedì prossimo, il 5 settembre. Il rappresentante dalla Repubblica islamica ha ribadito che: “I colloqui con i partner europei sono ancora in corso e Teheran è nella fase finale delle decisioni su questa nuova riduzione. La possibilità che l’Iran ritorni completamente all’accordo nucleare rimane se l’Europa adotta misure adeguate”.

Lo scorso 8 maggio, il presidente dell’Iran, Hasán Rohaní, ha annunciato che il suo paese avrebbe smesso di conformarsi a due punti del Piano d’azione comune globale (Jcpoa): non avrebbe venduto per un periodo di 60 giorni di uranio arricchito o acqua pesante Il presidente ha anche avvertito che due mesi dopo, Teheran avrebbe continuato a rivedere il proprio impegno nel rispetto dell’accordo nucleare se i membri rimanenti non avessero adempiuto alla propria parte durante quel periodo.

Successivamente, il 7 luglio, funzionari iraniani hanno dichiarato che Teheran avrebbe iniziato ad arricchire l’uranio al di sopra del 3,6 percento, il livello stabilito dall’accordo nucleare. Inoltre, hanno assicurato che la riduzione dei loro impegni nell’ambito del patto del 2015 sarebbe continuata ogni 60 giorni.

Nel maggio 2018 l’amministrazione statunitense aveva abbandonato l’accordo dopo che il presidente Donald Trump ha accusato l’Iran di violare i termini dell’accordo nucleare a causa del presunto arricchimento di uranio da parte di Teheran.

Il Regno Unito, la Cina, la Francia, la Russia, la Germania e l’Iran hanno condannato la decisione di Washington e sono rimasti fedeli al patto nucleare del 2015, sebbene Teheran ritenga che i paesi europei che hanno firmato il patto non abbiano fatto abbastanza per salvarlo.

Morales in Russia per incontro con Putin

Il presidente della Bolivia Evo Morales è arrivato questa mattina a Mosca per incontrare l’omologo russo Vladimir Putin nell’ambito di una visita ufficiale.

In base al programma stilato i due capi di Stato discuteranno le questioni relative alle relazioni russo-boliviane e analizzeranno le questioni chiave in ambito internazionale e regionale, su tutti la crisi venezuelana con La Paz e Mosca al fianco del presidente Maduro contro il golpista Guaidò.

Oltre al primo mandatario la delegazione boliviana comprende ministro degli Esteri Diego Pary, e i ministri degli Idrocarburi, Luis Sanchez e quello dell’Energia, Rafael Alarcon.

L’agenda include anche il miglioramento delle attività commerciali tra le società russe e boliviane, in particolare, con le società energetiche Gazprom e Acron.

Morales e Putin puntano inoltre ad un maggiore scambio commerciale che include la possibilità di esportare carne boliviana in Russia. Il ministro degli Esteri boliviano Diego Pary, parlando nei giorni scorsi di questo appuntamento ha riferito che l’incontro Morales-Putin accelererà la firma del protocollo per la vendita di questo prodotto oltre ad analizzare la posizione della Bolivia come paese osservatore dell’Unione economica eurasiatica, che attualmente comprende Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan.

Salvo sorprese la visita si esaurirà nell’arco di poche ore e già questa sera Morales potrebbe rientrare nel palazzo presidenziale a La Paz.

Iran riprenderà il programma nucleare

L’Iran è pronto a riprendere il programma nucleare che prevede l’arricchimento ad alto livello dell’uranio se il gruppo dei 5+1, ovvero Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina e Germania non manterranno gli impresi presi nell’accordo sottoscritto nel luglio 2015.

Lo ha annunciato oggi, in occasione del primo anniversario dell’uscita di Washington dall’accordo, il presidente iraniano Hassan Rohani nel corso  di un discorso trasmesso in diretta televisiva. Nel suo intervento il primo mandatario iraniano ha dichiarato che i rimanenti firmatari hanno avuto 60 giorni per attuare le loro promesse di proteggere il petrolio e il settore bancario iraniano dalle sanzioni statunitensi. Rohani ha sottolineato che il paese reagirà in l’accordo sul nucleare venga nuovamente rinviato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma ha affermato tuttavia che “Teheran è pronto per i negoziati sul suo programma nucleare”. Rohani ha inoltre aggiunto che il paese non venderà più uranio arricchito e acqua pesante ad altre nazioni.

La Francia ha già avvertito Teheran che, in caso di violazioni, la ripresa delle sanzioni è dietro l’angolo, inoltre non sono da escludere possibili nuove sanzioni contro la Repubblica islamica da parte di Donald Trump.

La decisione rientra nel quadro degli articoli 26 e 36 dell’accordo: il primo, in particolare, prevede che l’Iran possa riprendere totalmente o parzialmente le sue attività nucleari se una delle altre parti non rispetta i suoi obblighi.

Iran: settore petrolifero sempre più penalizzato da sanzioni statunitensi

Le sanzioni statunitensi tornano a penalizzare il settore petrolifero iraniano. Il dipartimento di Stato Usa ha infatti riferito che tre degli otto paesi, Giappone, Cina, India, Corea del Sud, Italia, Grecia, Turchia e Taiwan, esentati dall’applicazione delle sanzioni varate nel novembre scorso hanno ugualmente azzerato le importazioni di greggio. Non sono stati resi noti i tre paesi ma considerando l’attuale situazione geopolitica si può ipotizzare che questi siano Giappone, Corea del Sud e Taiwan; con loro sale così a 23 il numero dei paesi che hanno scelto di azzerare le importazioni di petrolio iraniano, secondo Brian Hook, rappresentante speciale statunitense per l’Iran.

“Grazie ai nostri sforzi, il regime (iraniano) ora dispone di minori risorse economiche da destinare al sostegno al terrorismo, alla proliferazione balistica, e alla sua lunga lista di forze interposte”, ha dichiarato Hook. “Con i prezzi del petrolio inferiori a quando abbiamo annunciato le sanzioni, e la produzione globale di petrolio stabile, siamo in corsa verso l’azzeramento di tutti gli acquisti (internazionali) di petrolio greggio iraniano”, ha aggiunto il funzionario Usa.

Fra un mese, il 2 maggio, scadranno queste sanzioni ma gli Usa ancora non hanno fatto sapere se saranno prorogate o meno, anche se secondo alcune indiscrezioni Trump potrebbe rinnovarle sia per penalizzare Cina e India che sono i principali acquirenti del greggio iraniano sia per contenere l’aumento dei prezzi internazionali del petrolio.

Bolivia pronta ad investire un miliardo nel settore energetico

La Bolivia è pronta ad investire un miliardo di dollari nel settore energetico, sia per rafforzare quella legata all’elettricità, sia per l’industrializzazione delle risorse evaporiche (litio) e per i programmi di ricerca e medicina nucleare, come annunciato dal ministro dell’Energia Rafael Alarcón.

Nello specifico 651 milioni saranno destinati al “Programa de Electricidad para Vivir con Dignidad” mentre altri 373 milioni saranno investiti tra depositi di litio e l’Agenzia per l’energia nucleare.

Gli investimenti, per il momento, riguardano solamente il 2019 e non prevedono stanziamenti per gli anni successivi.

I fondi stanziati provengono da fondi interni alle imprese, da finanziamenti della Banca centrale della Bolivia (BCB), dai crediti esterni delle istituzioni finanziarie e dal Tesoro generale della nazione (TGN).

Attualmente il paese possiede un potenziale in grado di produrre 45mila megawatt (MW) di energia attraverso gli impianti idroelettrici e l’obiettivo è quello di implementare notevolmente questa produzione. L’energia sarà fornita attraverso tre progetti a ciclo combinato, la cui costruzione è realizzata in impianti termoelettrici situati nelle regioni di Warnes, Entre Ríos e Tarija.

I nuovi fondi stanziati serviranno anche a costruire 41 impianti evaporitici (litio) nel paese. La Bolivia è il più grande possessore di questo minerale al mondo con 21 milioni di tonnellate a Uyuni. A settembre, il governo di Evo Morales prevede di avviare le operazioni del Centro per la ricerca e lo sviluppo della tecnologia nucleare (CIDTN) situato nella città di El Alto.

Con l’obiettivo di diventare una potenza energetica nella regione, la Bolivia ha anche annunciato la firma di un accordo con l’India per sviluppare progetti relativi all’industrializzazione del litio e la possibile adesione della nazione all’International Solar Alliance, un gruppo composto da più di 100 paesi che realizzano iniziative di sviluppo nel campo de fotovoltaico.

Iran punta a ruolo strategico nel mercato energetico iracheno

L’Iran vuole recitare un ruolo strategico nel mercato energetico iracheno, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione delle infrastrutture elettriche in Iraq.

Ad annunciarlo è stato Reza Ardakanian, ministro dell’Energia di Teheran spiegando: “In questo momento, stiamo progettando di svolgere un ruolo importante nella ricostruzione del settore elettrico dell’Iraq”, citando il memorandum d’intesa firmato lo scorso dicembre insieme al collega iracheno, Luai al Khatib, che prevede la prosecuzione per un anno delle forniture elettriche iraniane all’Iraq. Ardakanian ha citato la cronica carenza di energia in Iraq, citando la mancanza di servizi e i continui blackout che dal 2003 colpiscono su base giornaliera gran parte delle provincie del paese, comprese quelle industriali. La vicinanza dei principali terminal petrolifere iracheni al confine iraniano ha reso le forniture elettriche iraniane indispensabili per l’economia irachena.

La carenza di energia elettrica ha creato numerosi problemi nel sud del paese dove proprio per questo motivo si sono verificati frequenti scontri con le forze di sicurezza costati diverse decine di morti nella provincia di Bassora.
Secondo Ardakanian, l’Iran resta l’opzione migliore per i paesi limitrofi che soffrono di carenza di energia elettrica. “Negli ultimi anni abbiamo esportato oltre 6 miliardi di dollari di elettricità in Iraq”. L’Iraq importa da 900-1.300 megawatt di elettricità all’anno dall’Iran, secondo l’Agenzia statunitense per l’informazione sull’energia (Eia). Inoltre a differenza di altri Stati del Golfo produttori di petrolio che negli anni hanno ridotto il fenomeno detto del “flaring”, l’Iraq brucia più del 60 percento del gas associato, equivalente a 196.000 barili di petrolio equivalenti. Per far fronte ai ricorrenti blackout, a partire dal 2005 Baghdad ha fatto affidamento, oltre che sulle forniture elettriche, anche sul su gas importato dall’Iran per poter alimentare le proprie centrali elettriche.