Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: giugno 2017

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Russia e Turchia hanno definito accordo per fornitura missili S-400

Russia e Turchia hanno definito l’accordo inerente la fornitura da parte di Mosca dei sistemi missilistici anti-aerei S-400, anche se rimangono da limare gli ultimi dettagli economici, commerciali e politici.

Qualche settimana fa, il presidente russo Vladimir Putin, durante il forum economico internazionale di San Pietroburgo, aveva detto che Mosca era pronta a vendere il sistema S-400 alla Turchia, dop che la questione era già stata affrontata in precedenza con il capo dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan.

Sull’argomento il ministro della Difesa turco, Fikri Isik, aveva spiegato che le trattative tra le parti erano entrate nella fase finale, sottolineando che la Turchia non aveva alternativa poiché dai paesi della Nato erano giunte proposte soddisfacenti.

L’interesse da parte della Turchia per il sistema di difesa anti-missile russo era stato manifestato già lo scorso novembre 2016 dal ministro della Difesa Isik, il quale aveva rivelato l’esistenza di una trattativa con Mosca in merito, precisando tuttavia di stare valutando altri paesi per ottenere un sistema antimissilistico.
Dopo l’annullamento nel 2015 di una gara d’appalto del valore di 3,4 miliardi di dollari per l’acquisto di un sistema missilistico a lungo raggio, Ankara aveva annunciato di voler sviluppare un proprio sistema di difesa missilistica. In seguito, la Turchia ha abbandonato il programma T-Loramids per la produzione di un sistema di difesa antiaerea autoctono dopo una lunga controversia con la Nato riguardo alla scelta iniziale di optare per un progetto offerto dall’azienda cinese Cpmiec (China National Precision Machinery Import and Export Corporation). La gara per il progetto T-Loramids vedeva protagonisti, insieme alla Cpmiec, le statunitensi Raytheon e Lockheed Martin con i Patriot e il consorzio franco-italiano Eurosam con il Samp-T, armi che tra l’altro la Nato ha schierato in questi ultimi anni proprio in Turchia per difenderla da eventuali attacchi di missili balistici e da crociera siriani.

L’accordo tra Mosca e Ankara rischia ora di aprire difficili scenari geopolitici. La Turchia è infatti un paese Nato ed utilizza tecnologia militare atlantica che non può essere messa a disposizione di paesi non Nato, specialmente in favore di paesi come la Russia attualmente a rischio di scontro con l’Alleanza atlantica.

Di contro anche per la Russia potrebbe essere controproducente mettere a disposizione di un paese Nato la propria tecnologia militare. Va poi ricordato che da un anno a questa parte Erdogan è sempre più in viso ai paesi occidentali, sia per il modo in cui ha represso il tentato golpe dello scorso luglio sia per il referendum costituzionale che ha trasformato in senso presidenziale il sistema politico del paese.

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I misteri italiani: Ustica

La Repubblica italiana, ufficialmente fondata sul lavoro, si basa invece su vari misteri.

Uno di questi è sicuramente quello relativo al Dc-9 Itavia caduto nel mare di Ustica.

Le indagini su questa vicenda non sono mai mancate, anche se attualmente le uniche certezze derivano dal fatto che secondo i periti sui resti del velivolo ci sarebbero tracce di esplosivi in proporzioni compatibili anche con ordigni militari; secondo alcuni analisti inoltre i ritrovamenti sarebbero compatibili sia con l’ipotesi relativa ad un missile sia con quella di una bomba esplosa a bordo.

Se a Roma e dintorni quasi 30 anni si brancola ancora nel buio, a Tripoli sembravano saperla molto lunga, non a caso in più di una occasione Gheddafi ha accusato gli americani di aver buttato giù il Dc-9 scambiandolo con uno libico su cui erano sicuri si trovasse lui, che in quegli anni stava portando avanti una politica di avvicinamento al blocco sovietico. Queste accuse furono lanciate per la prima volta nel 1988, anche se a dire il vero il leader libico non ha mai fornito adeguate prove a supporto della sua argomentazione.

Per inquadrare meglio il clima di quegli anni, ma anche gli avvenimenti di quel periodo, va ricordato che tre settimane dopo la strage di Ustica, stando alla ricostruzione ufficiale, sulla Sila venne ritrovato un aereo, per la precisione un Mig23 libico, che, sempre secondo la ricostruzione ufficiale, era precipitato alcuni giorni prima e che “è elevata la probabilità che tale caduta sia correlata con l’incidente occorso al Dc9”.

Opportuno poi tenere a mente la vicenda del maresciallo Mario Alberto Dettori, suicidatosi anche se il giudice Priore mette in dubbio le cause del decesso, all’epoca dei fatti controllore di Difesa a Poggio Ballone avrebbe confidato a chi gli era più vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra nei cieli italiani con la presenza di aerei libici.

A rendere la vicenda ancora più ingarbugliata poi una telefonata anonima che qualche anno fa andò in onda durante la trasmissione televisiva Telefono giallo, in cui un maresciallo, che preferì, per ovvie ragioni mantenere l’anonimato, affermò: “La tragedia di Ustica fu causata da una battaglia aerea fra due Tomcat americani e il Mig 23 libico precipitato sui monti della Sila. Non è forse tutta la verità, ma è certo la verità

Il quadro che emerge è sempre più inquietante e si fa ancora più ingarbugliato se si tiene presente quello che era il cielo italiano in quegli anni. La zona sud del Tirreno era infatti utilizzata per le esercitazioni della Nato, nonostante ciò però fu più volte accertata la presenza di aeri militari di Tripoli nel cielo italiano a causa della necessità dell’aeronautica libica di trasferire i vari aerei da combattimento da e per la Jugoslavia, ove veniva prestata la manutenzione ai Mig ed ai Sukhoi sovietici dell’aviazione di Gheddafi. Il governo italiano sapeva e taceva, i libici erano nel pacchetto azionario della Fiat e non si poteva certo opporre, anche se per non avere problemi con l’alleato a stelle e strisce doveva mascherare la presenza di questi aerei. Probabile però che alla fine Washington abbia scoperto il trucco e prese le contromisure.

Per carità, non siamo in presenze di prove ma scuramente su Ustica bisogna ancora scrivere molte pagine, così come sulla strage di Bologna che la seguì di poco.

Iran e Qatar verso rafforzamento cooperazione bilaterale

Iran e Qatar potrebbero rafforzare la cooperazione bilaterale cambiando gli equilibri geopolitici all’interno della regione del Golfo.

La volontà di rendere ancora più efficaci e proficue le relazioni tra Teheran e Doha sarebbe partita proprio dall’emiro del Qatar, lo sceicco Tamin bin Hamd al Thani, che ha già discusso gli sviluppi economici e politici delle relazioni diplomatiche con l’Iran ieri, domenica 25 giugno, durante una conversazione telefonica con il presidente iraniano Hassan Rohani.

Secondo quanto riferito dalla stampa araba al Thani e Rohani avrebbero discusso intensa in merito alla promozione di accordi economici e politici tra i due paesi. Particolare interesse sarebbe inoltre stato dedicato a possibili investimenti privati e alla tutela degli interessi del mondo islamico.

Nel corso del colloqui le parti avrebbero anche condannato le pressioni politiche e l’utilizzo di sanzioni da parte della comunità internazionale e di alcuni paesi della regione per colpire proprio i due paesi; l’avvicinamento di Doha a Teheran ha scatenato le ire saudite che hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar.

Alla decisione saudita si sono accodati Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto sospendendo a loro volta le relazioni diplomatiche con Doha imponendo la chiusura dei confini terrestri e marittimi e la chiusura dello spazio aereo, a cui si sono aggiunte sanzioni contro società ed individui legati a Doha accusati di sostegno al terrorismo internazionale.

Nel tentativo di riaprire il dialogo e di allontanare i due paesi nei giorni scorsi Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno provato a riprendere le relazioni diplomatiche ma Doha si è opposta mentre la Turchia, nonostante le distanze da Teheran, si è schierata con il Qatar.

Il presidente turco, Recep Tayyep Erdogan, ha infatti definito “contrarie alle norme del diritto internazionale” e “una violazione delle relazioni bilaterali tra i nostri paesi”, le richieste consegnate il 23 giugno dai mediatori kuwaitiani a Doha per porre fine alla crisi. Per questo la Turchia “sostiene il Qatar nel respingere queste richieste” e considera la richiesta di chiudere la base turca in Qatar “una mancanza di rispetto nei confronti del mio paese”.

Sahara, deserto di Mafie e Jihad. Intervista al coautore, Boccolini: Il traffico di esseri umani non potrebbe avvenire se non ci fossero legami con la criminalità

Sahara, deserto di Mafie e Jihad. Intervista al coautore, Boccolini: Il traffico di esseri umani non potrebbe avvenire se non ci fossero legami con la criminalità italiana.

Abbiamo incontrato Massimiliano Boccolini coautore, insieme ad Alessio Postiglione, del libro “Sahara, deserto di Mafie e Jihad – Come narcos, separatisti e Califfi minacciano il Mediterraneo”, pubblicato dalla Castelvecchi. Con lui, esperto dell’area, abbiamo parlato della questione relativa alla criminalità che opera nella regione del Sahara, dei suoi riflessi sul notro paese e del Fronte Polisario, ancora poco conosciuto nel nostro paese ma che sta assumendo un ruolo sempre più importante.

Per continuare a leggere cliccare qui —> http://agenziastampaitalia.it/speciali-asi/speciale/34265-sahara-deserto-di-mafie-e-jihad-intervista-al-coautore-boccolini-il-traffico-di-esseri-umani-non-potrebbe-avvenire-se-non-ci-fossero-legami-con-la-criminalita?highlight=WyJib2Njb2xpbmkiXQ==

Ags di Sigonella, Leonardo fornirà logistica e servizi di supporto alla Nato

Sarà l’italiana Leonardo a fornire alla Nato i sistemi di supporto e la logistica al programma Alliance ground surveillance (Ags) di Sigonella. È la stessa società a riferirlo precisando di aver vinto una gara internazionale nell’ambito Nagsma (Nato ground support management agency) ottenendo il contratto per la realizzazione di una piattaforma integrata di logistica, che sarà utilizzata dalla Nato durante l’intero ciclo di vita del sistema, per la gestione dei servizi
operativi e di manutenzione a Sigonella, la principale base operativa del programma, oltre che nei siti dove verranno dispiegate le basi mobili e presso le organizzazioni di supporto logistico dell’Alleanza.

Nello specifico grazie alla Leonardo sarà possibile la pianificazione, il monitoraggio e la gestione della catena dei fornitori, le attività di riparazione e manutenzione e quelle di supporto sul campo, il controllo della contabilità e del magazzino, l’addestramento e l’impiego del personale. La piattaforma sarà utilizzata anche per la manutenzione degli apparati di base e della configurazione del sistema Ags, in conformità con le norme di sicurezza di volo.

Nell’ambito del programma Ags della Nato, Leonardo è anche responsabile del supporto alla missione (Mission operation support – Mos) e delle stazioni di terra trasportabili (Transportable general ground stations – Tggs). La funzione principale di queste due componenti è di acquisire dati e immagini dai droni per scopi di intelligence, elaborazione e analisi. Leonardo fornisce anche il Wide Band Data Link (Wbdl), sistema che assicura la comunicazione nella “linea di vista” tra il segmento di terra e i velivoli a pilotaggio remoto.

Il programma Ags è stato avviato nel 2012. Il sistema rappresenta il principale asset della Nato per gestire un’ampia gamma di missioni operative, che includono l’acquisizione ordinaria e straordinaria – in caso di potenziali minacce – di dati di intelligence, le operazioni di sorveglianza e ricognizione, la gestione delle emergenze, il supporto agli aiuti umanitari, la raccolta e l’analisi di informazioni per indirizzare gli interventi e la protezione delle truppe di terra. Ags è un sistema integrato che comprende tre segmenti: uno aereo, uno terrestre e uno di supporto.

La componente aerea è basata sulla versione Block 40 del velivolo a pilotaggio remoto statunitense RQ-4B Global Hawk, dotato di un’autonomia di volo elevata e in grado di operare a grandi altezze. Il drone sarà equipaggiato con un sensore radar di sorveglianza del suolo multi-piattaforma allo stato dell’arte e con un sofisticato sistema di trasmissione dati a larga banda con capacità di connessione entro e oltre la linea di vista.

In pratica questo sistema, denominato anche “occhio nel cielo”, funziona tramite una serie di radar altamente sofisticati posizionati sui veivoli utilizzati che pur volando ad alta quota riescono a monitorare il suolo sottostante trasmettendo le informazioni raccolte alle stazioni terrestri cui sono collegati.

A pieno regime grazie all’Ags si potrà arrivare ad identificare le truppe impegnate su ogni lembo di terreno perfino in luoghi impervi o teoricamente inaccessibili studiandone tutti i movimenti. Tra i veivoli scelti per questo compito i Global hawk, aerei privi di pilota capaci di operare ad oltre 20.000 metri d’altezza sia di giorno che di notte, in ogni condizione climatica con una autonomia di molte ore già ampiamente testati in Afghanistan.

Si è iniziato a parlare di questo progetto durante il vertice Nato di Praga del 2002;
tre anni più tardi a Bruxelles l’Alleanza atlantica sottoscrisse un contratto, del valore di 23 milioni di euro, con il consorzio Tips, formato da sei società: Eads, Galileo Avionica, General dynamics Canada, Indra, Northrop grumman e Thales, per sviluppare un progetto di sorveglianza terrestre.

A quel punto iniziò il dibattito relativo alla sede che avrebbe ospitato questo sistema, in pole era la base spagnola di Rota, nei pressi di Cadice poco prima scelta dagli Usa per farne un avamposto delle unità speciali per la lotta al terrorismo.

Le istituzioni italiane a quel punto si sono attivate e nel giugno 2008 l’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, al termine di un incontro bilaterale con l’ex segretario alla Difesa Usa Robert Gates, sollecitava un adeguato sostegno da parte dell’amministrazione americana affinché fosse scelta la base di Sigonella per ospitare il nuovo sistema.

Il 20 gennaio 2009 la scelta diventava effettiva: il sistema Ags avrebbe trovato posto nella base siciliana di Piccola Saigon, come i militari Usa chiamano la località. Ciò ha determinato l’arrivo nel presidio di quattro veivoli Global hawk ed uno Sigint destinato al rilevamento delle onde elettromagnetiche, comprese quelle telefoniche. Le spese per l’acquisto dei droni sono a carico dell’Italia e degli altri paesi interessati, mentre la Nato si occuperà del loro mantenimento e della loro operatività per conto dei 28 alleati, da tenere presente però che ogni singolo stato, anche il nostro quindi, partecipa al bilancio dell’alleanza.

Cybercrime, continua l’opera di prevenzione della Polizia postale. Aumentano i siti monitorati ma calano le persone denunciate.

Continua l’opera di prevenzione del cybercrime da parte della Polizia postale anche se i numeri del rapporto 2016 mostrano un andamento altalenante rispetto a quelli del 2015.

In base al rapporto diffuso dalla Polizia postale, infatti, si legge come nonostante uno scenario nel quale la continua evoluzione tecnologica influenzi praticamente ogni azione del nostro vivere quotidiano, e di conseguenza anche quella delle nuove forme di criminalità, cyberterrorismo pedopornografa e financial cybercrime su tutti, i numeri siano spesso inferiori a quelli dei 12 mesi precedenti quasi a sottolineare un arretramento di questi reati che agli occhi degli utenti della rete non sembra esserci stato.

Per continuare a leggere cliccare qui —> https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/cybercrime-continua-lopera-prevenzione-della-polizia-postale-aumentano-siti-monitorati-calano-le-persone-denunciate/

Argentina, nuova mobilitazione per salari più alti

Fra una settimana, il prossimo 27 giugno, gli argentini torneranno in piazza per protestare contro il presidente Mauricio Macri e per chiedere salari più alti; dando così seguito alle manifestazioni che si susseguono con una certa frequenza dallo scorso marzo.

L’annuncio della nuova manifestazione è stato dato da Ricardo Peitro, vicesegretario della Confederazione dei lavoratori argentini (Cta) annunciando che lo scopo di questa ennesima protesta è quello di ottenere miglioramenti salariali per combattere la povertà sempre più diffusa nel paese e per avviare la battaglia sul salario minimo.

Secondo le ultime statistiche dell’Istituto nazionale di statistica e censimenti (Indec) gli argentini che vivono sotto la soglia di povertà sono ormai il 30% della popolazione e di conseguenza i lavoratori chiedono un salario minimo in linea con i dati dell’Indec per migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Nel 2016, a causa delle politiche neoliberiste di Macri, quasi 130 mila argentini hanno perso il lavoro; secondo un rapporto pubblicato a gennaio dall’Istituto nazionale di statistica e censimenti da quando Macri si è insediato il tasso di occupazione è diminuito di circa il 2 per cento.
Ieri, mentre gli argentini erano in piazza, il governo stava valutando l’ipotesi di un nuovo aumento del 23 per cento per l’acqua, un aumento che si andrebbe ad aggiungere a quello del 350 per cento già varato lo scorso anno.

Continuano gli eventi Nato in Italia per la sensibilizzazione sui rischi cyber e sulle nuove forme di terrorismo

Si è svolto il 15 giugno, alla Camera presso la Nuova aula dei Gruppi parlamentari, la conferenza “Il pericolo corre in rete. La nuova frontiera della minaccia cibernetica”, evento promosso dalla Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato, in collaborazione con il Centro studi americani. Alla conferenza hanno partecipato circa 500 persone rappresentative del mondo cyber italiano.

Per continuare a leggere cliccare qui —> https://www.ictsecuritymagazine.com/notizie/continuano-gli-eventi-nato-italia-la-sensibilizzazione-sui-rischi-cyber-sulle-nuove-forme-terrorismo/

Difesa, da domenica esercitazione congiunta marina Cina e Iran

Domenica 18 giugno si apriranno una serie di esercitazioni delle marine di Cina e Iran nello stretto di Hormuz e nel Mare dell’Oman. L’annuncio è stato dato dalla Difesa iraniana nella persona dell’ammiraglio Hossein Azad, comandante della Prima base militare iraniana, in una conferenza stampa congiunta con il comandante della 150ma flottiglia della Marina cinese, l’ammiraglio Shen Hao, organizzata nel porto di Bandar Abbas.

In base a quanto riferito nel corso della conferenza stampa le esercitazioni si svolgeranno nella parte orientale dello Stretto di Hormuz e nell’area settentrionale dell’Oceano indiano. Sia Teheran che Pechino hanno specificato che questa manovre sono state pensate con

l’obiettivo di unire l’esperienza delle due Marine nel campo della lotta contro la pirateria, la difesa delle flotte commerciali, operazioni di salvataggio in mare e lo scambio di informazioni.

Nel suo intervento l’ammiraglio Shen Hao ha sottolineato che le esercitazioni fanno parte di un programma già avviato di cooperazione tra le due Marine militari e rafforzano “l’amicizia e la fiducia” tra Iran e Cina in campo navale. Per l’ammiraglio cinese, Iran e Cina condividono antiche tradizioni e hanno una lunga storia di amicizia e queste esercitazioni dimostrano che la cooperazione a livello di Marine militari è entrata in una nuova fase.

In attesa del via ufficiale la flotta cinese è già giunta nel Bandar Abbas e si compone, tra gli altri mezzi, del cacciatorpediniere lanciamissili Chang Chun (DDG-150), della fregata lanciamissili Jin Zhou (FFG-532) e della nave da rifornimento Chao Hu.

I due paesi hanno intensificato la cooperazione militare negli ultimi anni.Nel settembre 2014, una flottiglia di navi da guerra cinese ha fatto tappa a Bandar Abbas e ha tenuto un’esercitazione navale congiunta con navi della Marina militare iraniana. Nel mese di ottobre dello stesso anno il comandante della Marina militare iraniana, l’ammiraglio Habibollah Sayyari ha visitato il grande porto cinese di Qingdao, sulla costa orientale del paese asiatico, alla guida di una delegazione di alto livello. Nel dicembre 2015, i membri di una delegazione navale di alto rango proveniente dalla Cina hanno visitato l’Iran per colloqui con le autorità militari di Teheran.

Difesa, gli Usa vendono armi anche al Qatar

Continuano gli affari d’oro della Difesa Usa e delle aziende legate a questa. È infatti di oggi la notizia di un accordo di 12 miliardi di dollari per la fornitura di 36 caccia F-15 americani al Qatar.

Secondo quanto riferisce la stampa statunitense l’accordo è stato siglato dal segretario alla difesa Usa, James Norman Mattis, ed il ministro della difesa del Qatar, Khalid al Attiyah, al termine di un apposito incontro.

La notizia dell’accordo è giunta abbastanza inaspettata dopo che nei giorni scorsi il presidente statunitense Donald Trump, seguendo l’esempio saudita, aveva accusato il piccolo emirato di finanziare il terrorismo.

In base a quanto trapelato grazie a questa intesa Washington fornirà al Qatar “lo stato dell’arte sulla capacità e cooperazione sulla sicurezza e inter operatività tra i due paesi”. La decisione, che ha posto in essere l’accordo tra i due paesi, ha avuto luogo lo scorso anno quando il Congresso aveva decretato l’approvazione per la una vendita di 72 F-15E Strike Eagle a Doha, avallando così la collaborazione raggiunta ieri.

Intanto, il segretario alla Difesa Mattis, ha affermato che il tycoon ha delegato il Pentagono di stabilire il numero dei soldati necessari nelle operazioni militari in Afghanistan. Il segretario ha precisato che questo non significa un aumento dei militari, nel breve periodo, ma, sarà di ausilio alla gestione delle missioni americane contro i talebani.

L’accordo tra Washington e Doha arriva pochi dopo l’accordo raggiunto da Trump a Riyadh per oltre 500 milioni di dollari e soprattutto dopo che l’Arabia Saudita ha rotto unilateralmente i rapporti con il Qatar accusato di finanziare il terrorismo legato all’Iran.