Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: marzo 2017

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Siria, domani in Kazakistan nuovi colloqui con l’opposizione

Si terranno domani, mercoledì 16 marzo, i nuovi colloqui di pace tra l’opposizione siriana ei rappresentanti di Russia Iran e Turchia, ovvero i paesi che fanno da garanti al cessate il fuoco nel paese di Bashar al Assad, lo riferisce il ministero degli Esteri di Astana.

Da ieri è in corso un nuovo round nei colloqui di pace nella capitale kazaka anche se senza la presenza dei ribelli, nonostante ciò Kairat Abdrakhmanov, ministro degli Esteri kazako, aveva aperto ai ribelli ventilando la possibilità di prolungare i colloqui proprio in attesa della controparte. Parlando con i media Abdrakhmanov aveva detto: “Non mi dilungherò sulla partecipazione dell’opposizione armata siriana. L’importante è che tutte le parti in causa siano coinvolte nella discussione dei documenti. Sono loro a dover raggiungere un accordo su quei documenti, perché sono i garanti della cessazione delle ostilità”.

I colloqui di pace che si sono aperti ieri prevedono una serie di consultazioni sia bilaterali sia multilaterali. Oggi intanto è prevista una riunione plenaria con tutte le parti già arrivate ad Astana. Un mese fa i precedenti colloqui di pace, tenutisi sempre ad Astana, hanno concordato la creazione di un gruppo di monitoraggio della tregua in Siria con la partecipazione di Iran, Russia e Turchia.

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Argentina, continua lo scontro tra governo e sindacati

Sempre teso il clima in Argentina tra governo e sindacati. La scorsa settimana migliaia di lavoratori hanno marciato per le strade di Buenos aires per protestare contro gli ennesimi licenziamenti avvenuti nel settore privato e per chiedere aumenti salariali in linea con l’inflazione. Il ministro dell’Interno argentino Rogelio Frigerio tornando sull’argomento ha però respinto le richieste dei sindacati e rimandando ogni discorso a dopo le elezioni legislative previste per il prossimo ottobre.

“È stato un anno difficile – ha detto Frigerio – ed abbiamo incontrato più volte i sindacati. Ora non si capisce perché chi prima ci ha sostenuto ora stia invece organizzando scioperi e manifestazioni. Viene da pensare che sia tutto collegato alle scadenze elettorali. Ci sono esponenti politici che non vogliono che il governo Macri esaurisca il suo mandato”.

Nel suo intervento il ministro ha poi aggiunto che diversi investitori stranieri sostengono il presidente Mauricio Macri e non nutrono dubbio sulle sue capacità di realizzare le riforme economiche annunciate. “In passato – ha spiegato – gli investitori hanno avuto molte delusioni in Argentina ed ora guardano con molta attenzione al nuovo corso”

I sindacati intanto hanno annunciato una nuova manifestazione di piazza contro il governo per i primi di aprile.

Secondo gli analisti locali le elezioni di ottobre saranno fondamentali per il destino del presidente Macri. Se il suo partito infatti dovesse essere sconfitto difficilmente potrebbe aspirare ad ottenere un nuovo mandato presidenziale nel 2019.

Maduro, Venezuela sta costruendo nuovo socialismo

Il Venezuela sta costruendo un nuovo socialismo. Lo ha detto il presidente venezuelano Nicolas Maduro parlando nel corso della sua consueta trasmissione domenicale.

Il primo mandatario di Caracas ha poi parlato dell’espansione dei Clap, i comitati locali di approvvigionamento e produzione che da adesso in poi avranno anche il compito di fornire alla popolazione i prodotti per l’igiene personale. Il presidente ha definito i Clap “la pietra angolare del nuovo modello di produzione e ricerca nel paese” che faciliteranno la creazione di un nuovo socialismo.

“Il Venezuela – ha detto Maduro – sta scrivendo una nuova pagina nella lotta per il socialismo, che potrà essere d’esempio a tutto il continente. A questo scopo ora i Clap aumenteranno la loro qualità e la loro presenza”.

Parlando dallo stato di Yaracuy, nel nord del paese ha poi ribadito che il capitalismo non ha possibilità di salvezza. “Le Clap – ha spiegato ancora – devono posizionarsi come una forza basilare per sostenere il paese verso una nuova struttura economica. Devono avere un grande impatto morale, politico, economico, sociale e produttivo oltre che garantire il cibo a tutti i cittadini come fatto fino ad oggi”.

Maduro, muro Usa contro tutta America indio latina

Il muro voluto dagli Usa al confine con il Messico e un muro contro tutta l’America indio latina. Lo ha detto il presidente venezuelano Nicolas Maduro parlando ieri nel corso della manifestazione anti imperialista tenutasi a Caracas.

Nel suo intervento il primo mandatario venezuelano ha anche ribadito il sostegno al popolo musulmano colpito dalle misure del neopresidente statunitense Donald Trump. “Noi – ha detto Maduro – siamo contro la costruzione di quel muro che non è contro il Messico ma è contro l’America Latina e i Caraibi e contro tutto il nostro popolo”.

Secondo il presidente venezuelano l’obiettivo dall’amministrazione statunitense è la creazione di una divisione tra il nord e il sud dell’America Latina, definendo la decisione di Trump “una provocazione”.

“Il Venezuela – ha aggiunto – alza la voce per difendere i popoli musulmani di tutto il mondo che hanno diritto al rispetto ed alla possibilità di migrare, noi siamo contro le persecuzione contro gli islamici. I musulmani non sono terroristi. I terroristi sono stati creati dalla Cia”.

Per quanto attiene i rapporti tra il Venezuela e gli Stati Uniti, ha detto che è disposto a mantenere un buon rapporto con il suo omologo statunitense esortandolo a non continuare le politiche dei suoi predecessori. “Speriamo – ha auspicato Maduro – che un raggio di luce raggiunge la Casa Bianca, e che Trump voglia rivedere la politica interventista di George Bush e Barack Obama contro il Venezuela”.

La barriera tra Usa e Messico detta anche muro messicano o muro di Tijuana, è una barriera di sicurezza costruita lungo il confine tra i due paesi. La sua costruzione ha avuto inizio nel 1990 durante la presidenza George Bush quando la polizia di frontiera elaborò allora la strategia “Prevenzione attraverso la Deterrenza”, in base a cui, tra le altre cose, iniziò a costruire recinzioni e ostacoli sul confine, in particolare nell’area di San Diego. Il primo tratto, di 14 miglia (22,5 km), fu completato nel 1993.

Nel 1994 durante la presidenza di Bill Clinton la barriera fu sviluppata ulteriormente. L’iniziativa più evidente fu quella di aggiungere una presenza fissa di forze di polizia al confine.

La barriera è fatta di lamiera metallica sagomata, alta dai due ai quattro metri, e si snoda per chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego. Il muro è dotato di illuminazione ad altissima intensità, di una rete di sensori elettronici e di strumentazione per la visione notturna, connessi via radio alla polizia di frontiera statunitense, oltre ad un sistema di vigilanza permanente effettuato con veicoli ed elicotteri armati.

Argentina, Afip indaga su famiglia presidente Macri

L’Amministrazione federale delle entrate pubbliche argentina (Afip) sta indagando su eventuali reati che potrebbero essere stati commessi dalla famiglia del presidente argentino Mauricio Macri. Lo riferisce l’emittente venezuelana “Telesur”. L’indagine sarebbe legata allo scandalo dei “panama papers” e riguarderebbe somme non dichiarate dalla famiglia del presidente legate ad alcuni contri off-shore panamensi.

Il giudice Sebastain Casanello, che sta conducendo le indagini, già nel maggio dello scorso anno, aveva chiesto di far luce sui beni personali di alcuni familiari del presidente tra il 2012 ed il 2014 quindi avrebbe chiesto di approfondire le indagini anche su altri componenti della famiglia presidenziale, compreso il primo mandatario di Buenos aires.

Secondo quanto riportato dalla stampa indio latina sarebbero emerse otto società legate alla famiglia del presidente, con dirigenti uruguaiani, che non sarebbero mai state registrate in Argentina.

Gli inquirenti starebbero quindi indagando su possibili omissioni nelle dichiarazioni dei redditi del presidente e dei suoi congiunti non escludendo l’ipotesi di un vero e proprio riciclaggio di denaro.

Dall’Iran ancora un no al risarcimento agli Usa per 11 settembre

Nuove tensioni tra Washington e Teheran dopo che oggi l’Iran ha ribadito la volontà di non risarcire gli Usa per gli attentati dell’11 settembre 2001. le autorità iraniane oggi sono tornate e definire “assolutamente ingiuste” le compensazioni stabilite da un tribunale di New York nel 2012.

Cinque anni fa infatti una corte della città statunitense ordinò all’Iran di pagare 7 miliardi di dollari in segno di risarcimento alle famiglie degli attentati dell’11 settembre sostenendo che l’Iran aveva aiutato il presunto gruppo terroristico di al Qaeda permettendo ai suoi membri di muoversi liberamente in territorio iraniano.

Fino ad ora Teheran ha sempre rifiutato di pagare la somma e così ora gli avvocati statunitensi stanno cercando di utilizzare il denaro iraniano, circa 1,6 miliardi di dollari, congelato in una banca lussemburghese.

Sulla vicenda è intervenuto oggi Majid Takht Ravanchi, vice ministro degli Esteri iraniano spiegando che: “Alcuni oppositori della Repubblica islamica dell’Iran stanno cercando di andare oltre la legge statunitense applicandola fuori dei confini Usa.

I fondi attualmente congelati in Lussemburgo fanno parte dei beni iraniani bloccati dalla comunità internazionale nell’ambito delle sanzioni contro Teheran per via del suo programma nucleare nonostante l’accordo sottoscritto dalle parti nel luglio 2015.

Sebbene Teheran e il gruppo dei 5 +1, ovvero i membri permanenti del consiglio di sicurezza Onu (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) più la Germania, alcuni dei beni iraniani rimangono congelati anche per dar seguito ad alcuni risarcimenti relativi al bombardamento di una caserma di marines Usa avvenuta nel 1983 in Libano in cui morirono 241 statunitensi.

Lo scorso anno la Corte suprema degli usa ha stabilito un risarcimento di 2,1 miliardi di dollari come risarcimento per le vittime del 1983, anche se l’Iran si è rivolta alla Corte internazionale di giustizia contro questa sentenza.

Maduro, creare spazio economico paesi Alba

I paesi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli, devono creare un loro percorso spazio e percorso politico per un’America indio latina più inclusiva, democratica e pacifica. Lo ha detto il primo mandatario venezuelano Nicolas Maduro parlando in occasione del XIV vertice dell’Alba a Caracas convocato per celebrare i 4 anni dalla morte dell’ex presidente venezuelano Hugo Chavez.

Nel suo discorso Maduro ha spiegato che compito di questa organizzazione deve essere appunto quello di creare un nuovo modello economico e creare una solida base per il benessere del popolo di tutta la regione.

Il capo di stato cubano Raul Castro nel suo intervento ha invece ribadito la necessita di “costruire di una visione, di un progetto e di un modello economico produttivo inclusivo e globale”. Presenti al vertice anche il presidente della Bolivia Evo Morales, il nicaraguense Daniel Ortega, il primo ministro di Saint Vincent e Grenadine, Ralph Gonsalves, e delegazioni provenienti da altri paesi.

Secondo Maduro il modello da seguire deve essere quello degli investimenti sociali perché “questa è l’essenza del pensiero di Chavez che ha dato la luce a questa organizzazione”.

“La grande sfida di questa generazione e della successiva – ha detto ancora il primo mandatario di Caracas – e quella di avere la stessa capacità di costruire un modello di successo in grado di dare indipendenza ai popoli e realizzare una solida base di ricchezza per mantenere alto il livello degli investimenti e dello sviluppo delle nostre società”.

L’Alba è stata creata ufficialmente il 14 dicembre 2004 per dar vita ad una zona di libero scambio delle Americhe alternativa rispetto a quella egemonizzata dagli Usa che secondo Chavez aveva contribuito ad aggravare la povertà della regione in favore delle multinazionali e del mercato. Chavez aveva iniziato a parlare di Alba nel 2001 nel corso del vertice dei capi di Stato e di governo dell’Associazione degli Stati dei Caraibi. Il primo a firmare la Dichiarazione congiunta per la sua istituzione è stato però il preisidente cubano Fidel Castro.

Nel 2006 ha aderito all’Alba la Bolivia e sono stati sottoscritti i Trattati di commercio dei popoli (Tcp) per uno scambio solidale e complementare a beneficio del popolo.

Dalla sua istituzione sono stati svolti 13 vertici e i paesi membri, attualmente 8, hanno beneficiato di iniziative in favore dello sviluppo sociale dei paesi.

L’Alba ha anche contribuito al lancio della Petrocaribe che permette ai suoi membri di acquistare petrolio a condizioni particolari, specialmente Cuba sottoposta ad embargo da parte degli Usa che ha sempre avuto una grande necessità di greggio e gas.

Nel 2008 i membri dell’Alba hanno creato una moneta virtuale regionale, il Sucre, che viene utilizzato negli scambi tra i paesi membri.

Nato e Russia concordi sulla necessità di ridurre tensioni in Europa

La Nato, l’alleanza militare braccio armato degli Usa, e la Russia convergono sulla necessità di ridurre le tensioni in Europa.

Dopo alcuni mesi in cui un riposizionamento di militari dell’alleanza atlantica nella parte orientale del Vecchio continente aveva fatto riaffiorare gli spettri della Guerra fredda oggi lo Stato maggiore russo e i rappresentanti della Nato hanno ribadito la necessità di non aumentare la tensione in Europa.

Il ministero della Difesa di Mosca ha infatti riferito che il Capo di Stato maggiore russo, il generale Valery Gerasimov ha avuto una conversazione telefonica con il capo del Comitato militare della NATO, Petr Pavel in cui le parti hanno confermato la necessità di abbassare i toni.

Nei giorni scorsi il presidente russo Valdimir Putin aveva ribadito come l’allargamento verso est della nato fosse un tentativo di Washington di contenere la Russia.

Sulla vicenda è interventuo anche il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, che si è detto favorevole alla necessità di mantenere un costante e pacifico dialogo con il Cremlino.
“Dobbiamo – ha detto Stoltenberg – essere forti, ma mantenere aperti tutti i canali di dialogo politico per migliorare i rapporti con la Russia”, aggiungendo che “la Nato non vuole una nuova Guerra fredda o un vero e proprio confronto militare”. Sempre il politico norvegese ha poi spiegato che quando la tensione diventa troppo alta è opportuno sedersi ad un tavolo e discutere anche e soprattutto sulle questioni su cui le parti sono in disaccordo.

Presidente messicano Peña Nieto, nuova situazione determina revisione rapporti economici

“Siamo di fronte a nuovi cambiamenti che il Messico sta assimilando, se cambia la politica estera degli Stati uniti dovrà essere riconfigurato anche il rapporto economico”. Lo ha detto il presidente messicano Enrique Peña Nieto nel corso di un discorso tenuto nello stato messicano di Nuevo Leon, nel nord del paese.

Per il presidente messicano infatti l’atteggiamento dell’omologo statunitense Donald Trump che ha deciso di inasprire i controlli contro l’immigrazione messicana e il rafforzamento del muro eretto dall’amministrazione del democratico Bill Clinton negli anni ’90 determina “una relazione che deve essere riconfigurata”.

Il primo mandatario di Città del Messico ha poi ricordato i risultati raggiunti dal suo paese in questi anni ed il lavoro svolto quotidianamente dagli amministratori messicani per far crescere la sua nazione

Inaugurando un nuovo impianto per la produzione di componenti per auto Peña Nieto ha osservato che: “A tempo debito il rinegoziare l’accordo di libero scambio del Nord America (Nafta) con il Canada e gli Stati Uniti. La questione si è resa fondamentale dopo i cambiamenti avvenuti nell’amministrazione di Washington. Anche se ciò dovesse determinare momenti complessi per il Messico. Ritengo però che un nuovo accordo dovrebbe tradursi in qualcosa di positivo per tutti e tre i paesi”.

Argentina, anche i ricercatori contro il governo

In Argentina anche i ricercatori hanno deciso di scendere in strada contro il presidente Mauricio Macri a causa degli tagli effettuati sul bilancio del settore.

Oggi infatti è la volta dello sciopero dei lavoratori del Consiglio nazionale di ricerca scientifica e tecnica (Conicet), contro la ratifica del bilancio dopo i tagli effettuati dalla Casa Rosada. Si apre così una settimana molto difficile per il paese sudamericano che il prossimo 6 e 7 marzo vedrà scendere in piazza gli insegnati.

Fin dalla sua elezione alla presidenza Macri ha effettuato tagli ai danni della ricerca, prima riducendo il budget già approvato, poi licenziando più di 500 lavoratori, che hanno così visto chiudersi la possibilità di un accesso alla carriera nel settore della ricerca scientifica. L’opposizione del ministero della Scienza ha comunque permesso di limitare il taglio delle borse di studio per un anno anche se da parte del governo non sono mai arrivati segni di apertura.

La Confederazione generale del lavoro argentina (Cgt) ha annunciato la convocazione di una mobilitazione generale contro il presidente Macri per il prossimo 7 marzo e ha indetto uno sciopero generale che si terrà nella seconda metà del mese di marzo a causa delle politiche economiche del primo mandatario di Buenos aires.

Secondo l’Indec in questo momento gli argentini più poveri vivono con circa 1370 pesos, circa 80 euro, mentre quelli più ricchi con poco meno di 35 mila, circa 2100 euro. La metà degli argentini guadagna in media meno di 8 mila pesos, meno di 500 euro, al mese, una cifra non sufficiente a far fronte contemporaneamente alle spese per il paese, 320 euro al mese, e a quelle per i servizi di base, stimati in poco meno di 750 euro al mese.

Il paese indio-latino ha chiuso il 2016 facendo registrare una contrazione del Prodotto interno lordo (Pil) del 3,8 per cento solo nell’ultimo trimestre. Nello stesso periodo l’attività industriale è diminuita del 4,1 per cento mentre l’inflazione si è assestata al 40 per cento. Contemporaneamente sono stati varati aumenti nei servizi di gas, elettricità e acqua.

Durante la campagna elettorale per la sua elezione Macri aveva promesso che l’Argentina sarebbe diventato un paese a “povertà zero” ma subito dopo aver assunto la presidenza è tornato sui propri passi dicendo che quello è un obiettivo impossibile da raggiungere.