Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: ottobre 2016

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Venezuela, nelle proteste dell’opposizione ucciso un poliziotto

In Venezuela le proteste delle forze di opposizione che mirano a sovvertire l’ordinamento democratico del paese hanno provocato la morte di un agente di polizia raggiunto da un colpo esploso da un’arma da fuoco a San Antonio de los Altos. Lo riferisce l’emittente indio-latina “Telesur” citando il ministro degli Interni e della Giustizia Nestor Reverol.

Secondo la ricostruzione delle autorità l’agente sarebbe stato colpito mentre con i suoi colleghi era impegnato a disperdere una manifestazione nello Stato di Miranda nel nord del paese vicino a Caracas.

Le indagini hanno già portato all’arresto di due sospetti. Ieri l’opposizione è tornata in piazza dopo che il Cne, il Consiglio elettorale nazionale, ha respinto la richiesta di un referendum revocatorio contro il presidente Nicolas Maduro.

Lo scorso 24 ottobre l’assemblea nazionale, controllata dalle forze dell’opposizione, ha avviato il processo di impeachment contro il presidente, una mossa che Maduro ha definito un tentativo di colpo di stato. Per domani, mercoledì 28, intanto il movimento di opposizione Mud ha indetto uno sciopero generale di 12 ore in tutto il paese e chiamato i cittadini a marciare verso il palazzo presidenziale il prossimo 3 novembre.

Ieri intanto le violenze si sono registrate in quasi tutto il paese.

Secondo Hugo Capriles, leader dell’opposizione il bilancio dei feriti sarebbe di oltre 120 persone mentre i manifestanti arrestati dalle forze dell’ordine sarebbero 147. Un gruppo per la difesa dei diritti umani ha parlato invece di 208 arresti e 119 persone ancora in custodia nella notte tra mercoledì e giovedì.

Le proteste più violente contro Maduro si sono verificate nel corso del 2014 quando, secondo gli ultimi dati, morirono 43 persone e 887 rimasero ferite. Per quelle violenze Leopoldo Lopez, leader dei manifestanti, è stato condannato lo scorso 12 agosto dal Tribunale d’appello della Corte suprema a quasi 14 anni di carcere.

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Continuano i colloqui di pace tra Colombia e Farc

Sono ancora in corso i colloqui di pace tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep) dopo che la popolazione ha respinto il precedente accordo. A Cuba, per la precisione a L’Avana, proseguono infatti gli incontri tra le delegazioni delle due parti; ieri Ivan Cepeda, membro della delegazione governativa, ha detto che: “Il governo e i guerriglieri stanno dimostrando una grande disponibilità per giungere ad un nuovo accordo di pace. Entrambe le delegazioni stanno lavorando senza sosta analizzando tutte le proposte sul tavolo” sottolineando la volontà comune di giungere ad una nuova intesa.

La base di partenza è quella rappresentata dall’accordo respinto nel referendum dello scorso 2 ottobre cui dovrebbero essere portati alcuni miglioramenti ed aggiustamenti che andrebbero incontro al volere popolare.

Durante questi nuovi incontri le parti stanno discutendo qualcosa come 445 nuove proposte che dovrebbero mettere la parola fine ad un conflitto armato che dura da oltre 50 anni.

Pochi giorni prima del voto il presidente Juan Manuel Santos aveva anticipato che in caso di vittoria del No sarebbe stato impossibile negoziare un nuovo accordo e che anzi si sarebbe tornati ad uno stato di aperto conflitto tra le parti ed a caldo molti analisti avevano escluso la possibilità di giungere ad un nuovo accordo.

La guerra civile in Colombia dura da 52 anni ed ha provocato oltre 220mila morti. Secondo le stime ufficiali la maggior parte delle persone uccise in questi anni erano civili, militari e combattenti infatti sarebbero meno del 20 per cento delle vittime. Secondo le autorità di Bogotà solo nel periodo tra il 1996 ed il 2005 in Colombia, per opera delle Farc, è avvento un rapimento ogni otto ore e più di sei milioni di persone sono rimaste vittime delle violenze dei miliziani. Il presidente Santos ha espresso l’auspicio che la pace appena dichiarata diventi ora effettiva sul territorio.

L’accordo tra le parti raggiunto in precedenza prevedeva fra l’altro che i miliziani delle Farc consegnino le loro armi entro sei mesi dalla ratifica mentre il governo si è impegnato a convincere i colombiani ad accettare la presenza delle Farc come forza politica secondo le regole democratiche. In cambio il partito che segnerà la mutazione delle Farc otterrà una base minima di 10 seggi garantiti in Parlamento, cinque per ognuna delle due Camere.

Trolls, il film più felice dell’anno

È stato presentato in anteprima oggi a Roma, presso la cornice della Casa del cinema di Villa Borghese, il nuovo film della Dreamworks, distribuito dalla 20th Century Fox Italia, Trolls che uscirà giovedì prossimo il 27 ottobre in tutte le sale.

Il nuovo cartoon della casa di produzione statunitense ha tutti gli ingredienti per sbancare i botteghini: una storia accattivante, un ritmo incessante, una colonna sonora di prim’ordine e la giusta dose di ironia.

Il film narra della minaccia portata dai Bergen, sempre tristi, ai Trolls, che di contro cantano ballano e sono sempre felici. Unico modo per i Bergen per conoscere la vera felicità è quella di mangiare uno di questi folletti nella festa chiamata del “trollstizio”. Ovviamente la trama è solo la base per approfondire meglio il concetto di felicità e la possibilità per ognuno di noi di essere felici e sorridenti anche con poco.

Nonostante si tratti di un cartoon, il film destinato a tutta la famiglia piacerà sicuramente a grandi e piccini per la semplicità con cui i protagonisti mostrano il loro modo di essere e le loro emozioni.

Dopo un rocambolesco antefatto che racconta le eroiche peripezie di Re Peppy per liberare il suo popolo dalle grinfie dei Bergen, e per costruire il nuovo villaggio Troll nella foresta, incontriamo Poppy, la figlia di Peppy, che ormai è grande e ha organizzato una festa solo perché i Troll amano festeggiare!

Sfortunatamente, i bagordi dei Troll attirano l’attenzione dei Bergen e la pace ventennale fra loro viene meno quando l’intrigante Chef rapisce gli amici di Poppy e li porta a Bergen Town.

Non sapendo a chi rivolgersi, Poppy chiede aiuto all’unico Troll che sa come trovare Bergen Town: l’ultra preparato, organizzatissimo, super prudente e decisamente infelice Branch. Branch è l’unico Troll che non canta e non balla, e che non abbraccia nessuno, mai.

Per riuscire a salvare gli amici da un destino miserrimo, Poppy e Branch devono inoltrarsi nel pericoloso mondo dei Bergen. Lungo la strada, Poppy e Branch troveranno ostacoli di tutti i tipi. In mezzo a tante difficoltà, c’è persino un momento in cui la positività di Poppy rischia di venire meno, infatti la piccola Troll si dispera e perde il coraggio. La negatività, come la felicità, è contagiosa, infatti quando Poppy vacilla, anche i suoi amici si indeboliscono. Toccherà al membro più improbabile del gruppo, il compito di riportare la felicità fra i Troll.

Particolare menzione al doppiaggio che nella versione italiana vede i due protagonisti, Poppy e Branch, doppiati rispettivamente dalla cantante Elisa e dal cantante Alessio Bernabei, già vocialist dei Dear Jack.

Venezuela e Cina puntano a rafforzare relazioni bilaterali

Nel corso di un incontro avvenuto a Pechino i funzionari del ministero degli Esteri cinesi e venezuelani hanno ribadito che le relazioni bilaterali tra i due paesi hanno raggiunto un alto livello di sviluppo che però può ulteriormente migliorare. Il vice ministro degli Esteri per l’Asia, il Medio Oriente e l’Oceania del Venezuela, Felix Plasencia e il Vice Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Wang Chao, si sono infatti incontrati in occasione della creazione della sottocommissione politica di monitoraggio per le relazioni bilaterali ad alto livello (Cnam) tra Pechino e Caracas; un’iniziativa che mira a rafforzare ulteriormente i legami tra i due paesi.

Nel corso della riunione, avvenuta presso la sede del ministero degli Esteri di Pechino  Wang Chao ha accolto il suo omologo venezuelano con tutti gli onori ribadendo l’importanza che la Cina ha nei confronti del paese indio-latino.

Nel suo intervento Wang ha ribadito che i buoni paesi hanno ottimi rapporti vantaggiosi per entrambi i partner e che la cooperazione bilaterale si sviluppa senza problematiche soprattutto per quanto il settore energetico, quello minerario e quello delle infrastrutture.

Da parte sua il vice ministro Plasencia ha confermato il buon livello raggiunto dalle relazioni bilaterali aprendo alla volontà di rafforzarlo ulteriormente spiegando: “Il rapporto con la Cina non è per noi ciclico, ma strutturale e di lungo termine”. Plasencia ha anche annunciato che il Venezuela è pronto per l’apertura anticipata dell’Istituto Confucio di Caracas, che rappresenta un successo per entrambe le parti.

La Cina e il Venezuela hanno stabilito relazioni diplomatiche il 28 giugno 1974.
A partire dagli anni ’90, la cooperazione economica e tecnologica bilaterale è in costante crescita soprattutto nei settori dell’energia e delle miniere, dell’agricoltura, delle infrastrutture e dell’alta tecnologia. Il Venezuela è la prima destinazione degli investimenti cinesi in America Latina e nei Caraibi, con più di 2 miliardi di dollari.

Salimbeni: Italia spesso incapace di valorizzare il ruolo di Trieste

Abbiamo incontrato lo storico e giornalista Lorenzo Salimbeni, autore del volume “Sul ciglio della Foiba” edito da i libri del Borghese. Con lui abbiamo analizzato la vicenda delle Foibe e più in generale del confine orientale cercando di capire anche cosa significa oggi vivere in quella che un tempo era una terra contesa ed irredenta

 

Chi è Lorenzo Salimbeni e come nasce il suo libro “Sul ciglio della Foiba”?

 

Sul ciglio della Foiba. Storie e vicende dell’italianità” è il punto della situazione degli studi e delle ricerche compiuti in un decennio da Lorenzo Salimbeni, ricercatore storico, giornalista pubblicista, appassionato di geopolitica e operatore culturale. Attraverso visite guidate per scolaresche e comitive nei siti in cui la complessa storia del confine orientale si è sviluppata (il Sacrario di Redipuglia e la Foiba di Basovizza in primis), ma anche tenendo conferenze presso scuole, Comuni e associazioni culturali in tutta Italia, isole comprese, nei giorni a ridosso del 10 Febbraio, ho riscontrato che c’è tanto interesse per queste pagine di storia recente, che però sembrano cadute nel dimenticatoio. Mettendo ordine fra i saggi scientifici e gli articoli divulgativi che ho elaborato in questi ultimi anni, alla fine ho trovato un fil rouge, che accomuna molti di questi lavori ed è quello dell’italianità nelle terre del confine orientale. Nell’epoca in cui tutto dev’essere condensato in un tweet o poco più, ho invece voluto fare un lavoro di analisi approfondita, che andasse a evidenziare da dove si sono avviate le dinamiche che hanno condotto alle stragi di migliaia di nostri connazionali ed all’esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati dalle terre in cui vivevano da generazioni e generazioni.

 

È stato difficile trovare un editore disposto ad investire sul suo libro e su questa tematica?

 

In realtà è stato l’editore a trovare me, tramite l’amica e collega Carla Isabella Elena Cace, la quale due anni or sono aveva pubblicato per i tipi di Pagine nella collana I libri del Borghese “Foibe ed Esodo. L’Italia negata”, volume che faceva il punto sulla storiografia e la conoscenza dei temi legati al Giorno del Ricordo a dieci anni di distanza dalla Legge 92 del 30 marzo 2004 che lo istituiva. Avendo fornito un piccolo contributo alla realizzazione dell’opera e partecipato ad alcune sue presentazioni, sono entrato in contatto con l’editore Luciano Lucarini, che era interessato ad un’altra opera che affrontasse la problematica delle Foibe e dell’Esodo. Ho avuto così l’occasione di recuperare materiale pubblicato in ordine sparso, rimodellarlo e dargli una forma compiuta.

 

Quanto è scomodo oggi in Italia parlare di Foibe e dei crimini commessi dai titini e dai partigiani contro gli italiani nella II Guerra mondiale?

 

Sacche di resistenza non mancano, poiché pregiudizio e ignoranza dilagano, soprattutto perché si cerca di ridurre entro gli angusti paletti di una contrapposizione rossi/neri una questione ben più complessa, le cui cause prime affondano a metà Ottocento. Un tema che era stato per decenni patrimonio delle associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati e di una destra estromessa dall’arco costituzionale, adesso a parole sembra riconosciuto nella sua gravità dalla stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia permangono riserve mentali che traggono alimento dalle esternazioni di giustificazionisti, riduzionisti e negazionisti, non sempre addentri alla storiografia più recente e invece feticisti della vulgata resistenziale che in queste martoriate province di frontiera si trova in difficoltà al cospetto del concetto di “Italianità”, nel quale l’anima “bianca” della Resistenza si riconosceva ma che il tanto osannato compagno Tito in base all’equazione italiano=fascista voleva annichilire, con la collaborazione anche di zelanti partigiani italiani. Io non invoco leggi liberticide nei confronti di costoro, ma è allucinante vedere che enti locali, istituti scolastici e trasmissioni televisive concedano il medesimo peso a questi mestatori di professione rispetto a ricercatori, accademici e studiosi che hanno approfondito obiettivamente tali argomenti.

 

Cosa significa oggi essere triestini?

 

Significa vivere in una città di frontiera, in cui i cognomi che si rintracciano sull’elenco del telefono provengono da mezza Europa e che, anche a discapito dei propri interessi economici, ha scelto l’italianità, nella quale durante l’Ottocento si riconobbero pure giovani autoctoni di origine greca, serba, armena ed israelita stanchi dell’obsoleta compagine imperiale asburgica. L’Italia, però, si è sovente dimostrata matrigna, incapace di articolare una politica nei confronti del bacino adriatico-danubiano capace di valorizzare il ruolo geopolitico di Trieste, vista come una propaggine del nord-est annichilita dalla concorrenza del porto di Venezia, invece che come il sud-ovest di quella Mitteleuropa che dal capoluogo giuliano si proiettava verso il mare Adriatico con persone, merci, idee e capitali.

 

L’Italia è stata per molti anni terra di conquista con i comuni che si facevano la guerra. Molte popolazione hanno dovuto accettare l’unificazione sotto i Savoia. All’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia Massimo D’Azeglio disse: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. A più di 150 anni gli italiani sembrano ancora da fare visto che per anni la popolazione del nord ha vagheggiato di Padania ed oggi al sud sembrano tornare di moda i “briganti”. Nelle terre redente ci sono fenomeni simili?

 

L’arretratezza economica attuale, paragonata alla prosperità vissuta ai tempi di una spesso mitizzata “Austria felix” fomenta ogni tanto qualche nostalgico passatista che sogna a occhi aperti il ritorno degli Asburgo o la costituzione del fantomatico Territorio Libero di Trieste. Quest’ultimo era previsto dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, ma non si costituì poiché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non ne individuò mai il Governatore e visse fittiziamente fino al 1954 nelle forme di un Governo Militare Alleato che elargì dollari in maniera assistenzialista per tenere tutti tranquilli, ma dispensò piombo provocando morti e feriti allorché le manifestazioni per l’italianità attraversarono con particolare vigore la città nel novembre 1953. In Istria, nel Quarnaro e in Dalmazia esiste d’altro canto una comunità italiana, rimasuglio di quel 10% di connazionali che nel dopoguerra non esodò, vuoi per motivi ideologici, vuoi per incapacità di abbandonare la propria terra per affrontare un viaggio verso l’ignoto, vuoi per ostacoli burocratici posti dalle autorità jugoslave allorché videro città e villaggi svuotarsi completamente. Gran parte dell’associazionismo degli esuli ha oggi preso contatti con queste comunità, assieme alle quali cerca di ricomporre la storia, l’identità e la cultura dell’italianità dell’Adriatico orientale, lungi da ogni intento di revisionare gli attuali confini (d’altro canto sempre più diluiti nell’ambito dell’Unione Europea, della quale fanno parte a diverso livello Italia, Slovenia e Croazia), bensì in nome di un “irredentismo culturale”.

Migliaia di cileni in piazza per chiedere riforma del settore pensionistico

Migliaia di cileni sono scesi in pizza per chiedere con forza la riforma del sistema pensionistico locale. Attualmente il settore è regolato da una legge varata nel 1981, ovvero quando il paese viveva sotto la dittatura atlantico-liberista di Augusto Pinochet che prevede che i contribuiti dei lavoratori vengano gestiti da soggetti privati. Alla marcia che si è svolta ieri hanno partecipato poco meno di 100mila persone nonostante il maltempo che ha imperversato in tutto il paese.

Mario Mandiola, coordinatore del movimento che chiede la riforma del settore, ha dichiarato: “La gente ha partecipato in massa nonostante il tempo. La questione è molto sentita”.

Attualmente i contributi vengono gestiti attraverso gli Afp, amministratori dei fondi pensione. Secondo gli ultimi dati attualmente il 90,75 per cento delle persone in quiescenza percepisce una pensione inferiore ai 154.304 pesos, (circa 230 euro) cifra equivalente alla metà del salario minimo stabilito per legge nel paese indio-latino.

È stato calcolato che sei fondi privati concentrino i contributi dei lavoratori e che il 60 per cento di questi sia investito in società che operano fuori dal Cile; il movimento per la riforma chiede una maggiore solidarietà ed una ridistribuzione del sistema pubblico in base al quale ognuno paghi secondo le proprie capacità e riceva in base alle proprie esigenze”.

Il governo per il momento ha respinto le richieste dei manifestanti aprendo alla possibilità di aumentare del 5 per cento le pensioni rilanciando la lotta all’evasione fiscale e fornendo incentivi per ritardare il pensionamento e l’introduzione di contributi obbligatori per i lavoratori autonomi.

Venezuelani in marcia contro l’imperialismo

Il popolo venezuelano scenderà oggi in piazza per manifestare contro le pretese imperialiste degli Usa sul loro paese. In occasione della “Giornata della resistenza indigena” torneranno ad esprimere il loro sostegno ai programmi sociali avviati con la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez che ha portato notevoli benefici anche ai nativi della regione.

La manifestazione partirà alle 9 ora locale, le 15 in Italia da Paseo de los Heroes per giungere a Plaza de la Resistencia Indígena, non distante da Plaza Venezuela. Il vice presidente del paese indio-latino Aristobulo Istruiz ha detto che coloro che prenderanno parte alla marcia contro l’imperialismo sono i venezuelani pronti a difendere la propria patria contro le ingerenze straniere.

Parlando alla trasmissione radiofonica Dando y Dando, sull’emittente Rnv, Istruiz ha detto che quelle forze che cercando di rovesciare il governo di Maduro con la violenza fino ad oggi hanno fallito e continueranno a fallire.

“L’imperialismo – ha spiegato – ha ripreso la guerra sul prezzo del petrolio e quindi il Venezuela deve difendersi”, sottolineando l’importanza del viaggio del presidente Maduro in Turchia per partecipare al 23mo congresso Internazionale dell’Energia.

Aloha Nuñez, ministro del Potere popolare per le popolazioni indigene, ha spiegato che sarà commemora il Giorno della resistenza indigena con una marcia in sostegno al presidente Nicolas Maduro e la rivoluzione bolivariana contro l’imperialismo.

Continuano intanto i movimenti dell’opposizione per revocare il mandato di Maduro. Il Mud, Mesa de la unidad democratica, ha infatti annunciato l’intenzione di attivare il cosiddetto “Piano 1356” che consiste nell’organizzare una serie di assemblee di cittadini in appositi centri per raccogliere il 20 per cento del firme necessarie per convocare un referendum revocatorio sul presidente.

Dal 2002 il 12 ottobre in Venezuela è il Giorno della resistenza indigena per sottolineare le rivendicazioni dei popoli indigeni contro la violenza dei colonizzatori spagnoli.

Bolivia, in dieci anni ricavi petroliferi aumentati di 15 volte

Negli ultimi dieci anni la Bolivia ha aumentato di ben 15 i ricavi petroliferi arrivando a 16,678 milioni di dollari, aumentando sensibilmente anche i ricavi legati al gas. Lo ha  annunciato il ministro degli Idrocarburi della Bolivia, Luis Sanchez, annunciando la volontà del presidente Evo Morales di investire oltre tre milioni di dollari per l’esplorazione di giacimenti di gas da qui al 2020.

Parlando dell’operato svolto dal presidente Morales in questi anni il ministro ha detto: “Grazie alla rivoluzione energetica, la nazionalizzazione, la gestione e gli investimenti mirati, i proventi del petrolio sono aumentati di circa 15 volte”.

Sanchez ha poi spiegato che i ricavi del comparto energetico hanno permesso alla Bolivia non solo la costruzione di strade, ospedali e campi sportivi, ma anche “permesso a 3,5 milioni di boliviani di ricevere gratuitamente il gas nella loro casa”.

Gli investimenti effettuati nel campo delle esplorazioni hanno permesso al paese di migliorare sensibilmente le proprie riserve energetiche tra il 2009 ed il 2016.

Nel 2005 la produzione di gas della Bolivia era di 30 milioni di metri cubi al giorno, ora è raddoppiata arrivano a 60. Fin dal suo insediamento il governo Morales ha dato la priorità all’esplorazione di novi pozzi di gas.

Maduro in Turchia per il World Energy congress

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro è giunto ieri in Turchia per partecipare al 23mo World Energy congress che si chiuderà giovedì 13 ottobre ed in cui, nelle intenzioni dei partecipanti, sarà definito la nuova strategia Opec per la stabilizzazione del mercato petrolifero. Maduro è tra i principali sostenitori di un accordo per un prezzo equo del petrolio.

Nel corso di questo vertice i partecipanti discuteranno e promuoveranno nuove strategie per la creazione di un sistema di energia a prezzi accessibili, stabile e più rispettoso dell’ambiente. Il grande obiettivo del primo mandatario di Caracas è quello di riuscire a stabilizzare il mercato del petrolio nell’arco di nove mesi.
giunto in Turchia l’ex delfino di Hugo Chavez ha incontrato il governatore della città di Istanbul Vasip Sahin, così come le altre autorità turche, tra cui il sindaco di Istanbul, Kadir Topbaş, e il consigliere e capo del protocollo del ministero degli Esteri turco Erkan Aytun. La delegazione venezuelana comprende anche il ministro degli Esteri Delcy Rodríguez, il ministro della Comunicazione Ernesto Villegas; e il ministro per il Petrolio, Eulogio del Pino.

Poco prima di partire aveva annunciato la volontà di tenere riunioni con i rappresentanti di Russia e Turchia per discutere misure per stabilizzare il mercato del petrolio. “Stiamo combattendo – ha detto – per la stabilità del mercato petrolifero mondiale. Spero che in questo congresso potrò esporre queste proposte, le mie tesi, continuare a rafforzare il nostro rapporto con la Russia, rafforzare il nostro rapporto con la Turchia e con tutti i paesi che vogliono continuare lungo il percorso di un secolo di sviluppo della pace, uguaglianza e giustizia per i popoli del mondo”.

Al World Energy congress prendono parte oltre 3mila organizzazioni situate in oltre 90 paesi in rappresentanza di governi, aziende private e statali, istituzioni accademiche, organizzazioni non governative e gruppi di interesse legati all’energia.

Lo scorso 28 settembre, nel corso di una riunione in Algeria l’Opec ha deciso di congelare la produzione di petrolio sulla quota di 32,5 milioni di barili al giorno nel 2017, con una riduzione di quasi un milione barili dal momento che l’attuale produzione si attesta a 33,4 milioni.

Filippine sospendono esercitazioni militari congiunte con Usa

Le Filippine hanno deciso di sospendere le esercitazioni navali congiunte svolte con la marina statunitense nel Mar cinese meridionale. Lo ha riferito Delfin Lorenzana, segretario alla Difesa delle Filippine, parlando con i giornalisti a Manila, riferendo che le autorità statunitensi sono già state messe al corrente della volontà del presidente Rodrigo Duterte di fermare tutte le 28 esercitazioni militari che ogni anno vengono svolto in modo congiunto tra i due paese. Il presidente Duterte pochi giorni aveva annunciato che durante il suo mandato di sei anni avrebbe sospeso la collaborazione militare con Washington e aperto il suo paese a relazioni diplomatiche diverse ovvero non più dipendenti da un solo paese come avvenuto fino ad oggi.

Una settimana fa Lorenzana aveva detto che i rapporti tra Washington e Manila sarebbero stati rivisti e che per l’esercito filippino non ci saranno problemi nemmeno se gli usa sospendessero i loro aiuti. Sempre il segretario alla Difesa aveva annunciato l’intenzione di acquistare armi dalla Cina e dalla Russia. Attualmente gli aiuti statunitensi alla Difesa filippina sono stimati tra i 50 ed i 100 milioni annui.

La scorsa settimana il presidente Duterte aveva annunciato l’intenzione di sospendere le esercitazioni militari congiunte con gli Usa, riesaminare gli accodi del comparto difesa senza escludere la possibilità di interrompere i rapporti diplomatici con Washington.

La tensione tra Manila e Washington appare sempre più alta.

Lunedì scorso il presidente filippino ha detto che il primo mandatario statunitense Barack Obama “dovrebbe andare all’inferno” rispondendo alle accuse mosse dalla Casa Bianca in merito alle accuse contro Duterte e alle sue dichiarazioni contro il commercio di droga e la sua possibile soluzione per risolvere questa piaga, ovvero sterminando gli spacciatori.