Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: giugno 2016

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Libri. La porta d’ingresso dell’Islam di Toschi Marazzani Visconti

A poco più di 20 anni dal Trattato di Dayton, che ha “pacificato” la ex Jugoslavia sancendo la nascita di una Bosnia Erzegovina multiconfessionale, la casa editriceZambon ha dato alle stampe il volume “La porta d’ingresso dell’Islam – Bosnia Erzegovina: un paese ingovernabile” di Jean Toschi Marazzani Visconti.

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Dal 30 giugno V edizione Film festival turco di Roma

Si terrà presso la Casa del cinema, nella cornice di Villa Borghese, dal 30 giugno al 3 luglio l’ormai consueto appuntamento con il Film festival turco di Roma, giunto ormai alla sua quinta edizione. Anche questa edizione vedrà la presenza del noto regista Ferzan Ozpetek in qualità di presidente onorario.

Anche quest’anno l’ingresso a tutte le proiezioni in programma sarà gratuito. La rassegna offre un panorama della più recente produzione nazionale, una serie variegata di titoli e generi nella quale coesistono opere popolari di largo successo commerciale con altri invece di autori  selezionati  abitualmente  dai  principali festival internazionali. Proprio dalla Mostra del Cinema di Venezia arrivano due tra i titoli più attesi, Sivas selezionato a Venezia 2014 e Frenzy di Emin Alper (Premio speciale della Giuria 2015).

Nella periferia di Istanbul in preda alla violenza “Frenzy è un grido disperato di paura e paranoia, un film di grande rigore espressivo dove un piccolo mondo derelitto pare esistere come in una bolla, lontano dalla modernità, un’ umanità ai margini di tutto”.

In totale saranno 8 i lungometraggi presenti al festival. Ad aprire la rassegna sarà  La ferita di mia madre, di Ozan Aciktan,

Il Festival è organizzato da SRP Istanbul in collaborazione con Ministero Cultura e Turismo della Repubblica della Turchia e L’Ambasciata di Turchia a Roma.

Dall’Italia nuove bombe ai sauditi per bombardare lo Yemen

Tra i principali export italiani uno tra i più in salute è sicuramente quello delle armi. Gli ultimi dati forniti dall’Istat sul commercio estero dicono infatti che l’Italia ha esportato oltre 123 tonnellate di armi, in prevalenza bombe, per un valore di 4,6 milioni di euro alla sola Arabia saudita lo scorso marzo, più o meno in contemporanea con la risoluzione approvata sempre a marzo a maggioranza dal Parlamento europeo per un embargo all’invio di armi all’Arabia Saudita che le utilizza in Yemen. Il Parlamento europeo ha deciso l’embargo in considerazione delle “gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte dei sauditi in Yemen”.

In più occasioni i raid aerei sauditi hanno infatti più volte compito obiettivi civili, in particolare ospedali, scuole e altri luoghi simili.

Nello specifico le bombe inviate in Arabia Saudita sarebbero quelle prodotte nello stabilimento sardo di Domusnovas dalla Rwm Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall, che già in passato aveva inviato armi a Riyad, come denunciato anche da alcuni politici.

In passato la Rwm Italia aveva ottenuto la regolare autorizzazione per l’esportazione di diverse tipologie di bombe aeree, molte delle quali inviate proprio all’Arabia Saudita  dopo l’intervento militare della coalizione militare a guida saudita in Yemen che è stato messo in atto dal marzo 2015 senza alcuna legittimazione da parte delle Nazioni Unite.

Una guerra che sta avendo conseguenze devastanti. Oltre 6.400 morti metà dei quali civili e 30.000 feriti; più di 2 milioni e 800.000 sfollati su una popolazione di 26 milioni di abitanti. Tra questi 785 bambini morti, 1.168 feriti, circa 320.000 malnutriti. Bambini che muoiono o addirittura vengono incarcerati come prigionieri di guerra. Ospedali e strutture sanitarie bombardate, nello spregio più totale del diritto umanitario internazionale. Secondo l’Onu- che distribuisce già cibo a 3 milioni di persone tramite il World food program- almeno 7,6 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare.

E l’Italia fa la sua parte come sempre nel modo sbagliato.

Siria, la Russia chiede ripresa negoziati di pace

La Russia è tornata oggi ad invocare una rapida ripresa dei colloqui di pace sulla Siria, attualmente fermi per via dei contrasti tra i ribelli e i sostenitori del presidente Bashar al Assad, sostenendo che i negoziati sono l’unico modo per fermare le “massicce violazioni dei diritti umani perpetrate nei cinque anni di guerra civile”.

Mosca da sempre sostiene il legittimo presidente siriano e da settembre a febbraio ha effettuati diverse operazioni militari contro lo Stato islamico ed i ribelli “moderati” del fronte al Nusra, sostenuti invece dagli Usa. Proprio il presidente russo, Vladimir Putin, è tra i principali sostenitori dei colloqui di pace di Ginevra ed ha più volte sostenuto la necessità di prevedere la presenza di Assad nella nuova Siria, aspetto che però gli Usa e i ribelli non vogliono accettare facendo di fatto saltare tutte le trattative per un possibile governo di unità nazionale.

“L’unico modo per trovare una soluzione alla crisi in Siria e fermare le violazioni massicce è di convocare subito nuovi colloqui con un ampio spettro di opposizione siriana, includendo anche i curdi siriani”, è tornato oggi a ripetere Aleksei Goltiaev, consulente russo per i diritti umani a Ginevra presso le Nazioni unite, sostenendo che gli unici che possono decidere del futuro della Siria sono i siriani stessi.

Per via dell’opposizione turca il principale gruppo curdo siriano, il Pyd, è stato lasciato fuori dai colloqui di pace. Gli Usa per il momento continuano a non compiere azioni reali per fermare le violenze in Siria ed anzi con l’ambasciatore Keith Harper son tornati a chiedere la liberazione dei ribelli imprigionati dal governo di Damasco.

La Nato circonda la Russia e accusa Mosca di cercare lo scontro

La Nato, il braccio armato degli Usa, continua a provocare la Russia nella speranza di costringere Mosca a reagire, magari scatenando così un nuovo conflitto. Intervistato dal quotidiano tedesco Bild, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, incurante del fatto che l’Alleanza atalntica sta circondando la Russia di basi ha detto: “Mosca sta cercando di creare una zona di influenza attraverso mezzi militari”, di fatto stravolgendo la realtà dei fatti.

Secondo il laburista norvegese: “La Russia sta cercando di costruirsi una zona di influenza attraverso mezzi militari. Stiamo osservando una massiccia militarizzazione delle frontiere della Nato, nell’Artico, nel Baltico e nel Mediterraneo”.

L’esponente della Nato ha poi aggiunto: “Stiamo registrando manovre su larga scala immotivate da parte della Russia” sostenendo che proprio questo ha spinto l’Alleanza atlantica a distribuire nuovi battaglioni nei paesi baltici ed in Polonia. Stoltenberg ha anche ribadito che la Nato sta tenendo un atteggiamento difensivo e che l’Occidente non vuole provocare un nuovo conflitto ma anzi “il nostro intento è quello di prevenire nuovi conflitti. Vogliamo dimostrare ai nostri partner che siamo lì quando hanno bisogno di noi”.

Martedì scorso i ministri della Difesa Nato hanno approvato l’invio di quattro battaglioni, composti in modo variabile tra gli 800 e i mille uomini, nei tre stati baltici ed in Polonia.

A ben vedere le parole di Stoltenberg sono prevedibili e non stupiscono. Da sempre gli usa attaccano gli altri paesi e parlano di difesa.

Obama come Pinocchio. Dopo due mandati Guantanamo è ancora lì e non chiuderà

Se sarò eletto chiuderò il carcere nella base di Guntanamo. Alzi la mano chi non ricorda la più celebre promessa fatta da Barack Obama, il primo colored candidato alla presidenza Usa. Il Democratico Obama fece questa promessa in vista delle presidenziali di novembre 2008 senza averla però fino ad oggi mantenuta e da qui a gennaio, quando si insedierà il suo successore, non la manterrà. L’emittente venezuelana Telesur, citando fonti vicine alla Casa Bianca, riferisce che Obama non emetterà non emetterà nessun ordine esecutivo per chiudere il carcere delle torture statunitensi che ha indignato tutto il mondo perché “non sarebbe una strategia praticabile”. Ancora una volta quindi gli statunitensi, in particolare i democratici, dimostrano di essere tutto fumo e niente arrosto anche se ora Hillary Clinton, la prima donna candidata alla Casa Bianca, potrebbe farla sua e raccogliere i voti dell’elettorato credulone.

Secondo l’emittente sudamericana l’amministrazione Usa considera “troppo difficile il superamento di tutti gli ostacoli che si frappongono alla chiusura di Guantanamo”. Ovviamente nel tentativo disperato di non perdere la faccia Obama addossa ogni responsabilità al Congresso, controllato dai repubblicani.
Nel 2003 il mondo scoprì l’esistenza di questa prigione, inizialmente segreta perché coloro che vi veniva rinchiusi solitamente erano sottoposti ad un trattamento non conforme alle norme del diritto internazionale, in special modo quelle della Convenzione di Ginevra. Quell’estate infatti si diffuse la notizia che all’interno di questa base, in una zona speciale chiamata in codice Campo Delta, erano rinchiusi circa 700 detenuti di ben 42 diverse nazionalità. I primi prigionieri giunti qui erano stati rinchiusi nelle gabbie del Campo Raggi X, mentre dall’aprile precedente erano stati spostati in celle in muratura appositamente costruite, più piccole ma più confortevoli, almeno secondo le intenzioni del Pentagono. Il 16 febbraio del 2006 l’Onu, tramite l’allora segretario Kofi Annan, intimò agli Usa di chiudere il carcere.

Citando il rapporto stilato da cinque osservatori indipendenti, Leandro Despouy, relatore speciale sull’indipendenza della giustizia, Paul Hunt, salute fisica e mentale, la signora Asma Jahangir, libertà di culto, Manfred Nowak, tortura, e la signora Leila Zerrougui, detenzione arbitraria, il numero uno del Palazzo di vetro chiese a Washington anche di evitare qualsiasi pratica che potesse essere considerata tortura o atto crudele, inumano e degradante. Nel documento di oltre cinquanta pagine, si affermava che il ricorso eccessivo alla violenza o l’alimentazione forzata dei detenuti in sciopero della fame erano comportamenti da considerare come “equivalenti alla tortura.” Gli autori precisavano di non aver potuto recarsi nella base ma citavano informazioni secondo le quali, in varie circostanze, i detenuti sarebbero stati vittime di violazioni del diritto della “libertà di culto o di fede”.

Questo pronunciamento inoltre giungeva dopo la pubblicazione di una serie di foto che documentavano abusi ai danni dei detenuti. All’Onu si aggiungeva subito il Parlamento europeo che rinnovava l’invito alla chiusura. La reazione della Casa Bianca fu stizzita, tanto da polemizzare a distanza con l’Onu, accusata di screditarsi pubblicamente redigendo un simile rapporto. Secondo i dati ufficiali resi noti dal Pentagono dall’apertura della prigione al momento in cui venne stilato il rapporto all’interno di questo carcere speciale erano transitati circa 800 detenuti, e nel 2006 ve erano ancora circa 450; di questi però erano solamente dieci i detenuti formalmente incriminati e rinviati a giudizio di fronte alle Commissioni militari, i tribunali speciali creati dal Pentagono su ordine dell’ex presidente George W. Bush dopo i fatti dell’11 settembre 2001, la cui legittimità è stata però bocciata ben due volte dalla Corte Suprema.

Siria, uccisi 39 terroristi ad Idlib

Le truppe siriane fedeli al presidente Bashar al Assad, nel corso di una operazione congiunta con gli aerei russi, hanno ucciso ieri, domenica 12 giugno, 39 terroristi nella provincia della Siria occidentale di Idlib. L’operazione si è svolta nel pressi di un mercato di una zona controllata dai ribelli filo islamici. Lo riferisce la stampa turca citando Leys al Faris, funzionario della difesa dei ribelli siriani. Nell’attacco circa 50 persone sarebbero rimaste ferite. Un’altra operazione è stata compiuta nella città di Maart al Numan, sempre ad Idlib.

A partire dallo scorso 21 aprile le truppe fedeli al presidente Assad, supportate dalla Russia, hanno intensificato le operazioni contro i terroristi dello Stato islamico. Nonostante la tregua tra le parti inoltre continuano a registrarsi scontri tra le truppe regolari ed i ribelli “moderati” del fronte al Nusra.

La scorsa settimana il ministro della Difesa siriano, il generale Fahd Jassem al-Freij, ha incontrato a Teheran gli storici alleati del governo del presidente siriano, ovvero Iran e Russia. L’incontro è servito alle parti per fare il punto della situazione nella lotta di resistenza del governo siriano contro lo Stato islamico e preparare l’offensiva finale dopo una guerra civile durata cinque anni.

Per sostenere Assad dall’aggressione dell’Is e dei ribelli moderati del fronte al Nusra, armati e sostenuti dagli Usa, paesi occidentali, Arabia Saudita ed altri paesi della regione, lo scorso settembre Mosca ha deciso ha deciso di inviare aerei militari e forze speciale ed in soli sei mesi ha frenato l’avanzata dei ribelli; l’Iran da parte sua ha sostenuto il governo di Assad con consiglieri militari ed ha addestrato ed equipaggiato le milizie regolari.

All’incontro ha partecipato anche il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, con Mosca che ha promesso di intensificare gli attacchi aerei contro le forze ribelli nei dintorni di Aleppo. Dallo scorso febbraio tra le parti è in vigore un cessate il fuoco più volte violato dai ribelli che hanno portato le truppe regolari a reagire alle provocazioni.

Perù, Kuczynski è il nuovo presidente

Pedro Pablo Kuczynski è il nuovo presidente del Perù. Nel ballottaggio l’esponente del partito Peruviano per il Cambiamento (Ppk), forza di odestra,  contro la candidata Keiko Fujimori, esponente del movimento di centrodestra Forza popolare, ha ottenuto il 50,12 per cento dei voti. Lo riferisce l’Ufficio nazionale per le elezioni (Onpe) pur non dando ancora l’ufficialità della notizia dato l’esiguo margine che separa i due. Al primo turno la Fujimori aveva ottenuto il 39.86 per cento dei voti contro il 21,05 di Kuczynski.

Il neo presidente ha già tenuto una conferenza stampa nella quale si è detto disposto a dialogare con le opposizioni e che lavorerà per il bene di tutti i peruviani; “lavoreremo affinché nel 2021 il Perù sia un paese nuovo”.

Dopo la presidente di Ollanta Humala che aveva avvicinato il Perù la blocco bolivariano creato dall’ex presidente venezuelano Hugo Chavez, il Perù sembra avviato a riallinearsi alle politiche liberiste filo statunitensi. Kuczynski è infatti allineato all’economia di libero mercato.

Kuczynski, già ministro degli Esteri tra il 2006 ed il 2007, ha passato gran parte della sua vita fuori del paese, rinunciando alla cittadinanza statunitense solo per candidarsi alle presidenziali.

A Mosca riunione per il Mar Caspio

Sono riuniti da ieri a Mosca i viceministri dei cinque paesi che si affaccia sul Mar Caspio, ovvero , Russia, Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian. L’incontro che si chiuderà domani, mira a trovare una posizione unitaria sui partecipanti nell’ambito della convenzione sulla regime giuridico del Mar Caspio.

Il Mar Caspio, considerato il più grande lago della terra con un’estensione di 1200 chilometri di lunghezza e 320 di larghezza, è strategicamente molto importante ed ha una posizione molto sensibile. Oltre alla sua importanza strategica, secondo le stime più accurate, il Caspio possiede 50 miliardi di barili di petrolio e 257 miliardi di piedi cubi di riserve di gas naturale. I rappresentanti dei cinque paesi si sono già incontrati nel 2002 a Ashgabat, Turkmenistan, quando hanno raggiunto un accordo generale sulla lotta contro l’inquinamento ambientale e modi per proteggere Mar Caspio. Questo nuovo incontro invece dovrebbe definire meglio il possibile sfruttamento del bacino.

Ministro Difesa siriano domani a Teheran per colloqui con Iran e Russia

Il ministro della Difesa siriano, il generale Fahd Jassem al-Freij, sarà domani a Teheran per tenere colloqui con gli storici alleati del governo del presidente siriano Bashar al Assad, ovvero Iran e Russia. Lo riferisce l’agenzia di stampa iraniana Irna. Da quanto si apprende i colloqui si terranno domani, giovedì 9 giugno. Da quanto si apprende l’inconto mira a fare il punto della situazione nella lotta di resistenza del governo siriano contro lo Stato islamico e preparare l’offensiva finale dopo una guerra civile, fortemente sostenuto in chiave filo musulmana dall’occidente, durata cinque anni.

Per sostenere Assad dall’aggressione dell’Is e dei ribelli moderati del fronte al Nusra, armati e sostenuti dagli Usa, paesi occidentali, Arabia Saudita ed altri paesi della regione, lo scorso settembre Mosca ha deciso ha deciso di inviare aerei militari e forze speciale ed in soli sei mesi ha frenato l’avanzata dei ribelli; l’Iran da parte sua ha sostenuto il governo di Assad con consiglieri militari ed ha addestrato ed equipaggiato le milizie regolari.

In particolare l’incontro di domani dovrebbe servire ad organizzare l’offensiva finale sulla città di Aleppo. All’incontro parteciperà anche il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, con Mosca che ha promesso di intensificare gli attacchi aerei contro le forze ribelli nei dintorni di Aleppo. Dallo scorso febbraio tra le parti è in vigore un cessate il fuoco più volte violato dai ribelli che hanno portato le truppe regolari a reagire alle provocazioni.