Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: febbraio 2014

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Il soft power cinese ovvero come ti erudisco l’occidente

Lanciata alla conquista economica del mondo, la Cina sembra aver appreso molto in questi anni osservando gli Usa, evitando gli errori di Washington e capendo al meglio cosa fare per esportare il chinese way of life nel mondo.

Pechino, tranne alcune frizioni con il Giappone, negli ultimi anni ha sempre evitato di mostrare i muscoli al resto del mondo, preferendo attuare una colonizzazione che va sotto il nome di soft power, sull’esempio di quanto fatto dagli statunitensi nell’Europa occidentale subito dopo il 1945.
Da una decina di anni, in pratica da quando il boom economico lo ha permesso, il regime ha deciso di dare un imponente slancio allo studio delle lingua e della cultura cinese attraverso una diffusione capillare degli istituti Confucio, l’equivalente dei nostri Dante Alighieri; attualmente solo in America del nord ne sono presenti più di cento ed anche nel nostro Paese il loro numero è in continuo aumento e non vi è una grande città, da Roma a Milano passando per Napoli e Bologna, che ne sia sprovvista.

Ufficialmente questi sono una diretta emanazione dell’Ufficio “Hanban” del ministero dell’Istruzione cinese per la diffusione della lingua e della cultura cinese insieme a strategie culturali, sociali e persino diplomatiche; rappresentano inoltre una piattaforma di scambi culturali con Università, Centri di Ricerca e Istituzioni Accademiche cinesi operando spesso al fianco delle università che offrono corsi di laurea in lingue e culture orientali. La diffusione capillare in occidente di queste scuole sta però scatenando numerose polemiche, specie negli Usa dove per alcuni esponenti repubblicani queste scuole al di là delle operazione culturali cui sono preposti, fungerebbero da organo avanzato di propaganda del Partito comunista cinese con il fine, nemmeno troppo nascosto, di “modificare l’immagine di Pechino agli occhi del mondo” edulcorando la visione che diversi paesi del mondo hanno del regime cinese e nel contempo quello di porre dei veti più o meno palesi nei confronti di iniziative culturali sgradite alla classe dirigente cinese anche se effettuate dall’altra parte del mondo.

In particolare, sostengono i detrattori, scopo principale di questi istituti sarebbe quello di controllare il pensiero e la propaganda sulle tre T invise a Pechino: Taiwan, Tibet e Tienanmen, tre aspetti su cui i punti di vista tra occidente ed oriente sono diametralmente opposti e rappresentano tre fronti aperti a livello politico e diplomatico che il governo cinese cerca in tutti i modi di nascondere con la polvere sotto il tappeto e che invece l’occidente utilizza per fare pressioni a livello diplomatico.

Altro veicolo utilizzato dal gigante asiatico, seguendo uno schema già utilizzato da Usa e Urss durante la Guerra fredda quello dei successi sportivi. A partire dalle Olimpiadi del 2000 gli atleti cinesi hanno infatti iniziato a fare incetta di medaglie, 59 a Sidney 63 ad Atene 100 in casa (e primo posto nel medagliere per gli ori conquistati) e 88 a Londra, ed il tutto solo per mostrare al mondo quanto fossero efficaci i metodi di allenamento cinese, oltre ad un misterioso brodo di tartaruga di cui si parlò nel 2000 per spiegare le tante vittorie nel nuoto.

L’unico campo in cui la Cina non riesce a seguire le orme degli States è quello artistico. Se la musica del nuovo mondo ed i film, obbligatoriamente a lieto fine made in Hollywood hanno fatto crescere generazioni di europei ora Pechino non riesce a fare altrettanto per vari motivi. In primis la lingua. Gli Usa potevano contare su un idioma già reso internazionale dall’impero coloniale britannico ed anche i film rispecchiavano uno stile di vita tutto sommato occidentale con il classico canovaccio narrativo del buono che alla fine vince sul cattivo, il nazista nei film ambientati durante la II Guerra mondiale, il sovietico nei film di spionaggio. La Cina ha provato ad utilizzare la settima arte per esportare la propria cultura ma al di là di pochi riusciti film, su tutti la Tigre e il dragone, i film made in Pechino rimangono confinati all’interno del mercato interno, al massimo di quello asiatico.

Poiché però le potenzialità del cinema e della televisione sono ben conosciute queste vengono utilizzate all’interno per gestire e modellare l’opinione pubblica. Un esempio su tutti: nel 2007 è andata in onda una serie intitolata La strada del rinnovamento (Fuxingzhilu), una docu-fiction sulla storia della Cina moderna a partire dal 1840, ovvero ai tempi della I Guerra dell’oppio, in cui venivano descritte le sofferenze e le umiliazioni subite a opera delle potenze occidentali e del Giappone per poi descrivere tutti i grandi traguardi raggiunti grazie all’opera svolta durante gli ultimi 70 anni di storia patria. Un modo come un altro per rilanciare il soft power interno e bloccare i possibili influssi di quello occidentale che tramite internet ed i viaggi all’estero può corrompere le menti dei cinesi.

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Incontro con S.E. Mohammad Taher Rabbani, ambasciatore iraniano presso la Santa Sede

In occasione del 35simo anniversario della rivoluzione che ha portato alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran abbiamo avuto il piacere e l’onore di incontrare Sua Eccellenza Mohammad Taher Rabbani, ambasciatore del paese persiano presso il Vaticano.

Poche, ma significative, le domande che gli abbiamo rivolto per capire meglio cosa ha significato e cosa ancora oggi rappresenta la figura e l’operato di Khomeyni e gli attuali rapporti tra l’Iran ed il vaticano.

 

1) 1979 – 2014, dopo 35 anni qual è l’attualità del messaggio rivoluzionario dell’Ayatollah Khomeyni nel III millennio?

Noi siamo ormai entrati nel quarto decennio dopo la Rivoluzione e gli insegnamenti del nostro leader sua santità Khomeyni sono oggi seguiti tramite’Ayatollah Khamenei. L’obiettivo della Guida Suprema in questo quarto decennio mira alla giustizia, al progresso allo sviluppo ed alla raggiungimento di un concetto più ampio di pace. Sia il popolo sia il governo si devono muovere verso il raggiungimento della giustizia sociale seguendo gli insegnamenti di Khomeini.

 

 

02) Il nuovo corso della politica interna iraniana ha mutato i rapporti tra Teheran e la Santa Sede?

Le relazioni tra noi e la Santa Sede continuano ad essere ottime; noi auspichiamo un incontro tra il nostro presidente Rowani e Sua Santità Papa Francesco. Nelle scorse elezioni il nostro popolo ha votato consapevolmente il nuovo presidente  che in campagna elettorale aveva annunciato di voler rafforzare le relazioni diplomatiche attraverso un confronto costruttivo; per quanto riguarda la Santa Sede aveva annunciato una forte intesa sotto il punto di vista della diplomazia religiosa. Tra i problemi mondiali che il nostro paese ha a cuore e che speriamo di risolvere anche grazie all’opera di Papa Francesco ci sono la violenza e l’estremismo; da subito le due parti si sono trovati su posizioni comuni anche per quanto riguarda il conflitto in Siria. Papa Francesco, come noi, vuole debellare la povertà e l’indigenza; i rapporti tra i nostri due Stati non possono che essere ottimali.

 

03) Insieme alla Santa sede avete mai pensato di organizzare iniziative congiunte per denunciare la situazione in cui vivono i palestinesi a Gaza a causa della repressione israeliana?

Di recente il presidente Rowani parlando all’Onu ha ottenuto che a grande maggioranza fosse approvato il suo documento per la pace e potrebbe rappresentare una valida soluzione, contro la violenza e contro l’estremismo, una posizione questa condivisa con il Vaticano. Questo dovrebbe portare ad una rafforzamento della collaborazione tra Iran e Santa Sede nella lotta alla violenza ed all’estremismo.

Italia e Messico uniti negli affari

Si fanno sempre più intensi e proficui i rapporti tra l’Italia ed il Messico, rafforzati dalla recente visita del presidente del Consiglio Letta nel paese centroamericano.

Tre giorni intensi per una visita che un primo ministro italiano non effettuata dal 1990, all’epoca andò Giulio Andreotti.

Alla base del viaggio ovviamente motivazioni economiche, anche perché il Messico rimane una delle principali economie mondiali con numeri molto positivi. Alla missione hanno partecipato anche alcune tra le più grandi aziende italiane, anche perché colossi come Pirelli e Ferrero da tempo investono nel paese americano.

Volendo tratteggiare un bilancio si può tranquillamente dire che la tre giorni è stata molto fruttuosa per ambo le parti.

Molti i patti e le intese bilaterali siglate: si va da quella tra Letta e Pena Nieto, presidente del Messico, destinata a consolidare i rapporti tra i due paesi alle modifiche apportate alla convenzione del trasporto aereo; passando per un memorandum d’intesa per la cultura e l’arte.

Per quanto riguarda poi temi più strettamente economici e finanziari importante segnalare il memorandum siglato da Giovanni Castellaneta, numero uno di Sace per la cooperazione nel credito alle esportazioni tra Sace e il Banco Nacional del commercio estero. Il gruppo Enel ha portato a caso un accordo con l’Istituto di ricerca elettrico messicano per la cooperazione nelle generazione geotermica e per le cosiddette “smart grids”, ovvero le reti di trasporto e distribuzione elettrica in grado di ottimizzare l’attività grazie al supporto informatico, mentre Tecna si è impegnata a investire nella produzione di biodiesel in Messico.

Per quanto rigurada l’Eni da segnalare l’apertura di un ufficio di rappresentanza a Città del Messico.

Roma e Città del Messico non sono mai state così vicine.

La mia intervista all’Irib sulla questione delle servitù militari in Italia

http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/151753-fabrizio-di-ernesto-in-italia-90-bombe-atomiche-usa,-malgrado-il-no-degli-italiani-al-nucleare-anche-ad-usi-pacifici

A Bolzano il primo carcere privato

L’affollamento delle carceri rimane in Italia una delle principali emergenze sociali cui due sembrano essere le possibili soluzioni: o un provvedimento svuota carceri, misura già adottata in passato con risultati non destinati a durare a lungo, oppure la costruzione di nuovi istituti penitenziari, difficile da realizzare a causa dei deficitari conti pubblici; tanto che in più di una occasione si è pensato di affidare la costruzione di nuove case circondariali ai privati.

Dopo tante parole i fatti: a Bolzano un privato si assumerà l’onere di realizzare un nuovo carcere che vedrà la luce entro due anni; in un primo momento lo Stato non avrà costi di gestione, contribuirà solo in piccola parte alla realizzazione, ma gestirà tutto l’aspetto legato alla sicurezza.

In Alto Adige hanno deciso di fare da apripista a questo progetto poiché l’attuale carcere è stato costruito alla fine dell’1800 e pur avendo una capienza di 90 posti attualmente ospita più di 120 detenuti.

 

La struttura in cifre

Il progetto prevede una struttura capace di ospitare 200 detenuti, visti gli standard medi delle carceri italiani facile che poi ne vengano stipati circa 300, con un centinaio di operatori della polizia penitenziaria. Al bando pubblicato dalla Provincia hanno deciso di candidarsi sei differenti soggetti, a breve l’Ente farà la sua scelta ed il privato potrà iniziare la realizzazione di questa opera i cui costi di realizzazione sono stati stimati in 63 milioni, più gli oltre 15 necessari per risarcire i proprietari dei terreni confiscati per avere a disposizione l’aera. Come anticipato poco sopra lo Stato contribuirà in piccola parte alla costruzione della struttura e 20 anni dopo la sua ultimazione, conti alla mano quindi nel 2036, ne diverrà proprietario a tutti gli effetti passando sotto l’egida del ministero della Giustizia.

Il nuovo istituto, in base alle intenzioni dei promotori, sarà una struttura “adeguata, vivibile, con spazi di socialità, di formazione e lavoro che garantiscano la dignità della persona e facilitino il suo reinserimento” nella società civile.

 

La base normativa

Il caso altoatesino potrebbe fare da apripista ad altri progetti simili in Italia grazie ad una norma ad hoc contenuta nel decreto Salva Italia del governo Monti che all’articolo 43 prevede appositamente la possibilità di utilizzare il finanziamento privato per quanto attiene all’edilizia carceraria; questo però a condizione che la parte sborsata dallo Stato non ecceda il 50% dell’investimento, e che le fondazioni concorrano almeno per il 20%. Il decreto specifica inoltre che al privato va riconosciuta “una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia”, che il concessionario incasserà dopo aver messo in funzione la struttura. E sempre al privato spetta “l’esclusivo rischio” e “l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera”, come specifica ancora il decreto, che fissa la durata della concessione in misura “non superiore a venti anni”. In pratica quindi il privata paga per costruire ma per i successivi 20 anni si fa rimborsare dallo Stato, anche se sotto forma di spese di gestione della struttura.

Il privato inoltre si occuperà della manutenzione ordinaria e straordinaria, la gestione delle utenze, il servizio mensa dei detenuti e il bar interno del personale, i servizi lavanderia e pulizia. Gestirà anche le attività sportive, formative e ricreative.

 

Polemiche a 5 stelle

Una ghiotta occasione per i privati per fare affari d’oro. Questa la visione del movimento grillo sulla vicenda. Secondo la denuncia fatta dall’M5S sul proprio sito il terreno scelto per la costruzione dell’impianto è stato acquistato da due società, il Gruppo Podini e l’impresa Rauch, con un preliminare di vendita da 255 euro al mq nel 2008 e un contratto definitivo del 2011 nel quale il prezzo di vendita è schizzato a oltre 10mila euro al mq. Poiché la Provincia per espropriare il terreno ha sborsato 15milioni ed 800mila euro secondo i penta stellati il “guadagno speculativo della società che fa capo a Podini e Rauch ammonta a 5 milioni di euro”, con una rivalutazione del 50% in un anno.

Caso Aldrovandi: i 4 agenti potrebbero risarcire lo Stato

Chi sbaglia paga recita un vecchio adagio che ora la Corte dei Conti sembra voler far proprio.

Tutto ruota intorno alla storia di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005, a diciotto anni, a Ferrara dopo un violento scontro con due pattuglie della polizia a causa di “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia degli agenti.

Dopo un tormentato iter legale ,che si è concluso nel 2012, i quattro agenti alla sbarra, Enzo Pontani, Monica Segatto, Paolo Forlani e Luca Pollastri, sono stati ritenuti colpevoli di “eccesso colposo in omicidio colposo” e condannati a tre anni e sei mesi di reclusione; procurando anche un forte danno di immagine alla Polizia con il ministero dell’Interno che è stato condannato a risarcire la famiglia del ragazzo.

 

Il danno patrimoniale

Ora la Corte dei conti ha deciso di formalizzare ai quattro colpevoli la contestazione di un’ipotesi di danno patrimoniale per il risarcimento che il Viminale ha dovuto sborsare, quantificando il danno erariale in quasi due milioni, per l’esattezza in un milione e 870mila euro. Con tale procedura la procura contabile ha in pratica consegnato ai quattro un atto di “contestazione di responsabilità ed invito a dedurre” cui gli agenti interessati dovranno rendere conto entro trenta giorno. Se le loro repliche soddisferanno la Corte di conti la vicenda finirebbe lì, senza ulteriori strascichi polemici, altrimenti verranno citati davanti alla Corte e subire un nuovo processo e, in caso di condanna, risarcire il danno causato.

 

Le possibili conseguenze

C’è comunque da dire che anche in caso di eventuale condanna il possibile risarcimento sarebbe tutto da riconsiderare visto che i giudici, pur optando per la rivalsa patrimoniale, potrebbero comunque deliberare per riottenere una cifra inferiore e soprattutto ogni singola posizione dovrebbe essere considerata in modo autonomo rispetto alle altre, prevedendo quindi gradi di responsabilità diversi.

Ovviamente gli agenti sono pronti a passare al contrattacco, tanto che l’avvocato Bordoni, difensore dell’agente Forlani, ha già definito la decisione della procura contabile incongruente dal momento che il decesso del giovane è stato giudicato dalla magistratura “colposo”, ovvero non premeditato ma causato da negligenza, imprudenza o inosservanza di norme. Particolare non secondario visto che proprio per questo motivo i quattro agenti non possono essere cacciati dalla polizia e, soprattutto, lo Stato non potrebbe, a detta del legale, rivalersi nei loro confronti.

Il legale ha anche ricordato come la sera del 25 settembre 2005 fu gestito male tutto il servizio e la vicenda non solo perché furono fatte uscire delle volanti non attrezzate, ma anche per i gravi ritardi del 118 che, secondo la difesa dei quattro, ha impiegato troppo tempo ad arrivare per prestare le cure del caso al ragazzo.

 

Le troppe polemiche

La vicenda negli ultimi anni ha assunto una grande rilevanza mediatica che ha determinato anche un numero esagerato di polemiche. Due in particolare quelle su cui appare opportuno soffermarsi anche perché legate tra di loro. Il 27 marzo dello scorso anno alcuni aderenti al Coisp, il sindacato indipendente di polizia, hanno improvvisato una manifestazione di solidarietà verso i quattro agenti condannati presidiando la zona antistante il municipio di Ferrara; una zona ovviamente scelta attentamente visto che lì lavora la madre del ragazzo che, come reazione, è scesa nella piazza portando con sé l’immagine gigante del figlio morto a terra con i manifestanti che a quel punto si sono voltati ed hanno abbandonato l’area.

Non appena la vicenda divenne di pubblico dominio molte furono le persone che espressero solidarietà alla signora Aldrovandi tra cui Ilaria Cucchi, sorella di Stefano morto dopo essere stato posto sotto custodia cautelare, Domenica Ferrulli, figlia di Michele deceduto per arresto cardiaco mentre quattro poliziotti lo stavano arrestando, e Lucia Uva, sorella di Giuseppe morto in ospedale dopo essere stato fermato da due carabinieri perché ubriaco e aver trascorso alcune ore in caserma.

Lo scorso 30 gennaio in riferimento a quel gesto sono state denunciate per diffamazione da parte del Coisp.

Il Sud Africa verso la crisi economica

Il Sud Africa post apartheid sembrava aver mostrato al mondo il volto migliore del Continente nero, ovvero quello di una regione incapace di diventare una potenza economica dopo secoli di sfruttamento; grazie alla ricchezza del sottosuolo Pretoria sembrava davvero avercela fatta, tanto da essere entrata anche nel ristretto club dei Brics, ovvero quello delle potenze emergenti.

Per il paese di Mandela però la festa sembra essere durata davvero poco, visto che già spirano venti di crisi che appaiono destinati a mettere in ginocchio l’economia locale e riportare la nazione nel baratro.

Se per qualche anno l’economia sudafricana è sembrata in grado di fungere da locomotiva per lo  sviluppo di tutta la regione ora, infatti, stanno venendo a galla le tante contraddizioni del paese con conseguenze devastanti. La situazione è ancora sotto controllo e Pretoria continua a produrre un terzo del Prodotto interno locale di tutta l’Africa sub-sahariana; il Pil procapite è ancora superiore a quello dei cinesi ma in questi anni le enormi sperequazioni sono rimaste. A livello di Coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito nazionale, il paese è al primo posto a livello mondiale, eguagliato solo dalla Repubblica centrafricana.

Alla base dei problemi del Paese una disoccupazione galoppante che interessa quasi un terzo della popolazione, la carenza di personale specializzato, soprattutto in rapporto al potenziale occupazionale e la già citata disparità sociale. A questi va poi aggiunto il problema dell’incertezza politica e le ricchezze che rimangono concentrate nelle mani di pochi oligarchi, un quinto, o poco meno della popolazione, gestisce da sola il 75% delle risorse.

Ci sono poi grossi limiti offerti dalla mancanza di infrastrutture e da un commercio interregionale troppo limitato in quanto la produzione manifatturiera locale è destinata soprattutto a mercati maturi o avanzati, i cui standard non sono ancora comparabili con quelli economicamente più avanzati.

Se da un lato il forte sviluppo economico e le politiche intraprese dal governo hanno incentivato l’afflusso degli investimenti diretti esteri, dall’altro non hanno saputo far crescere gli investimenti legati allo Stato sociale soprattutto verso le fasce più deboli, ovvero la gran parte della popolazione.

Se da un lato le riforme degli ultimi 20 anni hanno agevolato la vita della comunità rurale, che conta il 40% della popolazione, dall’altro va evidenziato come il governo per farlo ha dovuto ricorrere al willing seller willing buyer, ovvero ridistribuire la terra ai poveri, dando sì vita ad una piccola proprietà contadina diffusa che ha però penalizzato i grandi latifondi che servivano anche a produrre ricchezza interna. Essendo ora il settore agricolo in difficoltà molti analisti sostengono che a breve Pretoria potrebbe arrivare a espropriare i terreni improduttivi e nazionalizzarli, destinandoli poi a politiche energetiche.

In Sud Africa ci sono infatti qualcosa come centomilioni di ettari coltivabili che, in parte, potrebbero essere destinati al biofuel che poi accompagnerebbe il ritorno al nucleare civile insieme allo sfruttamento delle enormi riserve di scisti oleosi nella regione del Karoo.

Negli ultimi anni è entrato in crisi anche il settore minerario dove in meno di 10 anni si sono persi quasi 250mila posti di lavoro. Oggi come oggi l’industria estrattiva è ampiamente al di sotto del proprio potenziale, anche a causa dei continui scioperi nella zona del platino che anziché portare i lavoratori a condizioni più umane hanno portato i padroni ad operare licenziamenti di massa per tentare di risolvere il problema, dato che ha inciso non poco nelle politiche governative che avevano ipotizzato di ridurre al 15% la disoccupazione entro il 2020 e che ora si ritrovano con un tasso di non lavoro schizzato al 30%.

Presa coscienza di una situazione che rischia di peggiorare nel breve medio termine, le autorità locali stanno cercando di studiare le contro mosse a questa crisi anche se la soluzione non appare semplice.

L’ultimo, disperato, tentativo per rilanciare l’occupazione è l’Industrial policy action plan che dovrebbe permettere di adeguare le politiche industriali alla sempre minore competitività internazionale del Paese, anche se in questi due anni i risultati sono stati modesti e la crescita interna è rimasta molto al di sotto delle aspettative, l’economia è cresciuta solo dello 0,9% annuo, meno della metà di quanto pianificato dall’esecutivo.

Opinione diffusa tra gli analisti internazionali vuole che per riuscire a rimanere nel ristretto club dei Brics il Sud Africa dovrà faticare molto ed avviare tutta una serie di organiche e profonde riforme politiche e sociali, a cominciare da una grande rivoluzione del sistema educativo. Fondamentale poi migliorare l’accesso ai servizi di base e superare la storica divisione tra bianchi e neri che nonostante tutto rimane e dare così finalmente vita ad un sentimento nazionale condiviso da tutti i sudafricani.

Purtroppo per il Sud Africa l’ingresso tra le grandi potenze economiche è coinciso con il divampare della crisi a livello globale che non avendo risparmiato economie storicamente solide e avanzate ha ovviamente arrecato gravi danni a quelle più giovani e fragili.

Ora a Pretoria stanno venendo a galla tutte le grandi contraddizioni interne, e se la Primavera araba che ha abbattuto i regimi libici ed egiziani sembrava aprire al Sud Africa le porte per diventare la potenza guida della regione, ora tutto sembra essere tornato in bilico, ridimensionando i piani del governo.

Perfino la giovane democrazia locale sembra a rischio se il Paese non riuscirà a risolvere a breve i suoi problemi, finendo preda di derive populiste o demagogiche che cancellerebbe i progressi fatti in questi due decenni e riportare il paese ai tempi dell’apartheid, con tutto ciò che ne consegue.