Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: gennaio 2014

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La Fiat in Inghilterra per risparmiare sulle tasse in Italia

Le tasse, nonostante le boutade che Letta e i suoi continuano a raccontare, in Italia sono ormai arrivate ad un livello insostenibile e tra dirette ed indirette gli italiani pagano ormai per qualsiasi cosa, perfino per iscrivere un figlio alla scuola pubblica i dirigenti scolastici chiedono un contributo volontario.

Davanti a questa situazione milioni di italiani fortunatamente continuano a vivere in modo onesto e pagano tutte le tasse che devono, pur non ottenendo in cambio uno Stato sociale per nulla adeguato; alcuni italiani però cercano mille espedienti per fare la cresta sulle tante gabelle che incombono sulla nostra testa. Deprecabile quanto si vuole ma la cosa è ancora peggiore quando a cercare espedienti per pagare meno del dovuto sono le aziende che invece dovrebbero trainare il sistema Italia.

Alla luce di ciò appare ancora più deprecabile l’ultimo rumor che arriva dal Lingotto di Torino in base al quale Sergio Marchionne, il miliardario con il pullover, presenterà al consiglio di amministrazione della Fiat in programma nei prossimi giorni, la proposta di trasferire la sede fiscale del gruppo che nascerà dalla fusione fra il monopolista italiano e Chrysler in Gran Bretagna.

Se l’indiscrezione dovesse essere confermata e il Cda dovesse approvarla la Fiat non verserebbe più un euro, o quasi, nelle nostre casse statali; il risparmio in particolare sarebbe sulle tasse da pagare sui dividendi agli azionisti.

La Fiat dall’Italia ha sempre avuto molto, lo Stato è spesso intervenuto con soldi pubblici a coprire le perdite del gruppo creando un sistema capitalistico in cui gli utili venivano privatizzati mentre le perdite statalizzate, un trattamento di favore che però non è stato applicato a molte altre aziende.

In barba ad ogni legge anti cartello alla famiglia Agnelli-Elkann è stato permesso di cannibalizzare tutte le altre aziende automobilistiche nostrane in nome di una italianità che oggi l’abruzzese di svizzera vuole buttare nel cestino.

Creando un simile trust è stato permesso  alla Fiat di fare il bello ed il cattivo tempo per quanto riguarda il contratto dei metalmeccanici e di tutto ciò che ruota intorno a questo indotto, senza contare le tante cattedrali costruite nel meridione con i soldi pubblici per far sviluppare questa azienda privata.

Uno stato serio decenni fa avrebbe smesso di foraggiare la Fiata trattandola come una qualsiasi azienda, al massimo socializzandola o avocandola a sé dopo l’ennesimo prestito a fondo perduto. Uno Stato serio però, non certo l’Italia.

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Il ruolo del Brasile in Sud America

Ad un anno circa dalla morte del presidente venezuelano Hugo Chavez il continente indio-latino presente alcuni cambiamenti significativi. Se infatti tra i leader d’ispirazione socialista della regione si è aperta una lotta intestina per la successione al primo mandatario di Caracas, nei tanti organismi creati da questi, il Brasile, complice anche l’indebolimenti del Venezuela di Maduro, non ha praticamente più ostacoli verso la leadership regionale. Il Brasile odierno non è più quello di 20 o 15 anni fa che gli economisti mondiali chiamavano Belindia a causa della disparità economica al suo interno; oggi il colosso Sudamericano fa parte dei Brics e, nonostante la crisi economica mondiale, continua ad avere degli indicatori macroeconomici tra i migliori. Il miracolo carioca, cosa nota, ha preso il via con la presidenza Lula ed ora si sta stabilizzando sotto Dila Rousseff, pupilla dell’ex numero uno di Brasilia. A livello mondiale il Brasile è un interlocutore politico ed economico cui tutti guardano con attenzione e rispetto capace di stringere ottimi rapporti anche con i paesi arabi meno vicini all’Occidente, anche se oggi i rapproti con l’Iran si stanno un po’ raffreddando, un successo certificato dall’ottenimento di Brasilia dello status di Paese osservatore alle riunioni della Lega Araba. Molti gli economisti che stanno studiando il modello messo in campo da Lula definito spesso, nemmeno troppo a ragione, “un capitalismo di sinistra” che poi a ben vedere non è che un liberismo di stampo atlantico bilanciato però da una significativa presenza dello Stato nell’economia, un sistema che per certi versi ricorda l’Italia del boom economico adattato alla globalizzazione, ovvero aperto agli investimenti stranieri, e che soprattutto può beneficiare di vaste ricchezze energetiche. Il capolavoro politico di Lula è poi stato quello di togliere il suo Paese dal giogo degli Usa senza però rompere con Washington, mossa che gli ha permesso di continuare a fare affari d’oro con gli Usa e al tempo stesso porsi alla guida dei paesi più moderati del continente americano diventandone un punto di riferimento. La contrapposizione alla Casa Bianca infatti è stata sì forte ma priva di pregiudiziali ideologiche, preferendo offrire un taglio concreto su specifici terreni di confronto, come nelle battaglie contro il protezionismo agricolo dei paesi più industrializzati nell’ambito del Doha round, o della mai decollata area di libero scambio continentale fortemente sponsorizzata dagli Usa. Un osservatore poco attento alle dinamiche geopolitiche della Regione potrebbe obiettare che la scorsa estate il Brasile è stato teatro di imponenti manifestazioni di piazza, segno evidente che anche nel Paese indio-latino non è tutt’oro ciò che riluce, anche se i motivi di questa piccola crisi interna sono altri. Forte di un grande sviluppo economico il Brasile ha ottenuto la possibilità di organizzare i Mondiali di calcio, la prossima estate, e le Olimpiadi tra due anni. Due eventi che se da un lato offrono ai paesi organizzatori una grande vetrina globale dall’altra mettono a dura prova le risorse economiche interne tanto che il governo centrale ha dovuto sottrarre alcune risorse alla spesa sociale per portare avanti i progetti infrastrutturali legati a questi due eventi. Ciò ha spinto la nuova classe media a scendere in piazza nel timore di perdere il benessere appena raggiunto. Proteste che comunque non hanno scalfito la posizione del Brasile nella regione. Attualmente il Sud America è una delle zone più dinamiche del mondo e si stanno sviluppando vari progetti di integrazione continentale sia politica che commerciale con il Brasile che si propone con forza quale interprete del nuovo spirito della regione, cui Chavez ha comunque dato un innegabile contributo, ponendosi quale locomotiva di tutta la regione. Il rafforzamento della collaborazione con le altre nazioni di lingua spagnola è l’obiettivo principale della politica estera brasiliana orientata da una doppia finalità; in primis la possibilità di pilotare i nuovi processi di cooperazione ragionali stimolando la crescita delle economie militari tramite vantaggi reciproci, dall’altra quella di guadagnare posizioni sulla scacchiera mondiale pesando sempre di più all’interno del G20. Tre in particolare le strutture continentali in cui opera il Brasile: Mercosur, Unasur e Celac. Il Mercosur, o Mercato comune del Sud America, ricorda un po’ il Mec delle origini. Qui il grande capolavoro di Lula è stato quello di farvi entrare, contro il parere degli Usa, il Venezuela di Chavez, non solo accrescendo il potenziale economico di questa organizzazione ma coinvolgendovi anche la regione caraibica facendo del Brasile il punto di riferimento dell’area. L’Unasur rappresenta invece la grande scommessa di Lula raggruppando tutti i paesi sudamericana sotto un’unica sigla per favorire la convergenza tra i membri su varie tematiche affidati ad appositi Consigli; finalità di Brasilia quella di promuovere la costruzione di un blocco sudamericano coeso sotto l’influsso brasiliano in grado di esercitare una forte influenza a livello mondiale. Meno importante il Celac, che racchiude tutti i paesi americani ad eccezione di Usa e Canada che però appare un organo di discussione non ben strutturato che però sta pian piano acquisendo un importanza pari all’Osa. Ultimo campo in cui il Brasile sta giocando la propria partita l’Onu. Al Palazzo di Vetro spalleggiato dalla Germania, quello carioca è tra i paesi che maggiormente sta spingendo per una riforma del Consiglio di sicurezza nell’utopistica speranza di un paese un voto. Una posizione invisa però ai cinque membri permanenti che difficilmente sarà mai accolta e che potrebbe impedire al Brasile di estendere la propria influenza al di fuori di un continente come quello indio-latino adesso quasi totalmente egemonizzato.

Paradisi naturali usati per giocare alla guerra Da Bolzano ad Agrigento si spara nel verde

In Italia parchi e riserve naturali non mancano, solo che non sempre sono utilizzati al meglio. Molti sono infatti gli scempi che questi subiscono, spesso diventando perfino teatri di giochi bellici sia per le truppe italiane che per quelle statunitensi di stanza nel nostro paese. A denunciare l’ultimo caso l’associazione Mareamico di Agrigento, che ha riferito come la settimana scorsa una parte della collina della riserva naturale di Punta Bianca, di cui da 17 anni è stata avanzata la richiesta di istituzione, è franata a causa delle continue esercitazioni militari che si svolgono nella zona.

Per continuare a leggere clicca qui —> http://www.lanotiziagiornale.it/paradisi-naturali-usati-per-giocare-alla-guerrada-bolzano-ad-agrigento-si-spara-nel-verde/

L’Italia, gli F35 e le guerre atlantiche

Continuano le spese folli della Difesa italiana.

Palazzo Baracchini, dopo gli F35, si prepara infatti  a mettere a disposizione delle nostre forze armate nuovi cacciabombardieri, navi da guerra, blindati ed elicotteri da combattimento, cannoni, siluri, bombe, droni e satelliti spia per un esborso di circa 5 miliardi di euro.

Sebbene tutte le amministrazioni pubbliche subiscano da tempo gli effetti della spending rewiev, ed anche i nostri militari patiscano gli effetti di questi tagli, le dotazioni belliche delle nostre armate continua ad ammodernarsi a prezzi tutt’altro che di saldo.

La scorsa estate le due Camere hanno approvato delle mozioni che impegnavano il governo a non precedere a nessuna ulteriore acquisizione degli F35 in attesa delle conclusioni di un`indagine conoscitiva parlamentare; nonostante ciò già a settembre il ministro Mario Mauro ha avviato le procedure per l’acquisto di nuovi cacciabombardieri prodotti dalla statunitense Lockeed Martin; come più volte spiegato si tratta di aerei dotati di una tecnologia quanto mai avanzata dal costo di 150 milioni di euro ciascuno in grado di trasportare sia le bombe tradizionali sia quelle nucleari, sebbene avendo il nostro paese firmato il trattato di Non proliferazione nucleare non potrebbe utilizzarle nemmeno se prodotte e fornite da un’altra nazione, ragione per la quale le 90 stanziate in Italia tra Ghedi ed Aviano sono sotto il controllo delle truppe statunitensi.

 

I nuovi acquisti del ministro

Lo scorso 27 settembre oltre a saldare l’ultima rata da 113 milioni dei primi 3 aerei già acquistati il dicastero guidato da Mauro ha firmato il contratto d’acquisto definitivo di altri 3 aerei per 403 milioni, per i quali in precedenza erano stati anticipati 47 milioni. Alcune settimane dopo dalle casse statali sono usciti altri 60 milioni in qualità di anticipo per 8 ulteriori velivoli.

Non appena dagli Usa sono trapelate queste notizie ovviamente il Parlamento ha chiesto lumi al ministro che però ha fatto notare ai suoi interlocutori che le mozioni parlamentari “non incidono

sulle politiche di acquisto già determinate”, schierandosi così ancora una volta con i vertici militari che non gradiscono la facoltà del Parlamento di poter controllare la spesa militare in seguito ad una norma introdotta nel 2012.

Lo scontro però riguarda anche i beneficiari dei soldi stanziati dalla Difesa oggi appannaggio della statunitense Lockeed Martin a danno dell’italiana Finmeccanica. Molti infatti, specie tra i renziani, preferirebbero che quei soldi venissero spesi per l’acquisto degli Eurofighter prodotti da un consorzio del vecchio continente cui fa parte anche la controllata dello Stato.

I fautori di questa ipotesi sostengono che  questa scelta consentirebbe un risparmio nella manutenzione e l’autonomia operativa vista la comproprietà dell’hardware, che invece rimane sotto esclusivo controllo americano sugli F35, spregiativamente definiti “aerei a sovranità limitata”.

 

La spesa triennale

Per carità, tutte queste spese Palazzo Baracchini le aveva pianificate da tempo visto che se ne faceva menzione già nell’apposito documento pluriennale della Difesa per il triennio 2013-2015 presentato lo scorso anno dall’allora ministro Di Paola, da molti indicato come consulente di Finmeccanica anche se la stessa azienda ha in più occasioni smentito tale indiscrezione, pienamente confermato dal suo successore Mauro.

Spulciando il documento si vede bene che nei 5 miliardi stanziati per il 2014 oltre 500 milioni sono destinati agli F35 mentre un miliardo è riservato agli Eurofighter. Ciò che rende questa corsa al riarmo ancora più incomprensibile, al di là della possibilità di finanziare un’azienda italiana o ina americana, specie in tempi di crisi come quelli attuali, è il costante taglio del numero dei militari operati dai vari governi che si sono susseguiti che hanno portato ad una diminuzione di ben 35mila unità e con il ministro Mauro che anche nel Consiglio dei Ministri di venerdì ha presentato le proprie proposte per risparmiare diminuendo ancora il numero dei nostri soldati.

SS Lazio: 114 anni tra discese ardite e risalite

Di discese ardite e di risalite cantava il laziale Lucio Battisti, e forse chissà mentre cantava quei versi pensava anche alla sua squadra del cuore.

Già perché se c’è una costante in questi primi 114 anni di storia biancoceleste è il continuo saliscendi tra alti, nemmeno tanti, e bassi, oggettivamente troppi, in un susseguirsi di fatti ed eventi in cui a ben vedere non è mancato nulla ad una squadra capace in meno di 15 anni da passare dagli spareggi per non retrocedere in Serie C a primeggiare in Europa ed essere eletta squadra più forte del mondo dall’Iffhs.

Nella sua centenaria storia la squadra che ha portato il calcio a Roma non si è fatta mancare nulla, grandi vittorie, sconfitte rovinose, scandali e perfino tragedie umane ma andiamo con ordine.

Oggi la Lazio è una delle più titolate squadre italiane, grazie soprattutto all’epopea di Cragnotti che in meno di dieci anni ha regalato ai tifosi uno Scudetto, vinto al fotofinish, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane e due Coppe europee, più due secondi posti ed una finale di Coppa Uefa persa contro l’Inter di Ronaldo quando questi era ancora il Fenomeno e non un calciatore come tanti.

Luci ma anche ombre con la Lazio che è forse l’unica squadra ad aver sempre pagato, spesso a prezzo anche troppo esagerato, per gli errori commessi dai propri tesserati.

Una squadra che ha annoverato tra le sue fila il più forte centravanti italiano di tutti i tempi, Silvio Piola, un futuro Pallone d’oro europeo, Pavel Nedved, ed uno sudamericano, Juan Sebastian Veron, solo per citare alcuni tra i giocatori che hanno fatto la storia della compagine capitolina.

Oggi però la prima squadra della Capitale vive un momento particolare, anche perché la frattura tra la dirigenza, molte parole e pochi fatti, e la tifoseria si fa sempre più serrata. Da quale lontano 9 gennaio 1900 in cui nove giovani fondarono in riva al Tevere la Lazio milioni di persone si sono innamorate di questa squadra con i laziali che fin da subito si sono configurati come una sorta di elitè, lo stesso fornaretto Amadei, bandiera romanista, fu costretto ad ammettere la superiorità di mentalità e di classe dei tifosi biancocelesti rispetto a quelli della sua squadra.

Con il passare dei decenni l’unicità del tifoso laziale si è andata sempre rafforzando, quella biancoceleste è forse l’unico caso al mondo di tifoseria che va alla stadio con maggiore frequenza nei momenti di difficoltà che in quelli di gioia, un po’ perché la Lazio, a differenza di altre fedi, non è una moda ma un qualcosa che ti viene da dentro ed un po’ perché la lazialità è come l’amicizia e si vede soprattutto nel momento del bisogno.

Perché in fondo laziali si nasce, non si diventa, da 114 anni a questa parte.