Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: ottobre 2013

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Lo Stato spegne i pompieri. Ko l’assicurazione sanitaria

Tempi sempre più duri per i vigili del fuoco; i pompieri infatti si ritrovano ora anche senza assicurazione sanitaria. Paradossale per un corpo che a differenza di altri non può nemmeno disporre della copertura Inail.

 

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Per Beretta guai in vista in Finlandia

Guai in vista per la Beretta in Finlandia.

L’organizzazione nonprofit Saferglobal Finland, insieme ad Amnesty International, l’Unione finlandese per la pace e il comitato dei 100, ha presentato un esposto alla magistratura affinché accerti eventuali violazioni della normativa sull’esportazione di armi. A darne notizia l’Opal di Brescia, che cita come fonte il rapporto dell’associazione Saferglobal intitolato “Cosa è stato esportato e a chi?”.

Nel testo il nome della società italiana viene citato più volte sopratutto tramite la ditta Sako, azienda locale, controllata dal gruppo lombardo con sede a Riihimäki, che produce armi leggere e munizioni; in particolare sotto accusa ci sarebbero le vendite di fucili sniper, ovvero da cecchino, in dotazione alle forze speciali di numerosi paesi e che potrebbero presto essere a disposizione anche dei berretti verdi statunitensi, attualmente è in corso la gara d’asta per la nuova fornitura all’esercito americano.

In particolare la Sako sarebbe sotto accusa per la vendita di oltre 200 fucili, nelle versioni Trg-22 e Trg-42 alle forze speciali del Bahrein nel gennaio 2011, ovvero poche settimane prima che nella capitale Manama scoppiassero gravi disordini in cui sono morti anche numerosi manifestanti colpiti proprio dai proiettili sparati dalle forze speciali governative. Sebbene nel rapporto venga specificato che l’esportazioni di questi fucili sia avvenuta con una regolare licenza di tipo militare si fa notare come la società finlandese non abbia richiesto la medesima licenza per accessori e munizioni chiaramente collegabili alla stessa fornitura: si tratta di ben 20 tonnellate di munizioni speciali per le armi in questione e accessori, zaini, custodie, supporti bipiede, ottiche notturne e parti tutti prodotti riferibili ai fucili da cecchino.

In virtù di ciò diverse associazioni non profit finlandesi hanno deciso di citare in giudizio sia la Sako per non aver adempiuto a tutti gli obblighi previsti dalla normativa sia il governo reo di non aver considerato militare l’esportazione delle munizioni destinate agli sniper diretti in Bahrein.

Le associazioni non governative avrebbero anche evidenziato come nel corso degli anni il gruppo Beretta avrebbe fatto leva sulle debolezze della normativa finlandese ed europea per non specificare i destinatari finali reali delle armi esportate. Da quanto si evince infatti tra il 2009 ed il 2011 la Sako avrebbe esportato oltre mille fucili Trg con licenze di tipo militare che indicavano come destinatario l’Italia, e precisamente la società Fabbrica d’Armi Pietro Beretta di Gardone; consultando poi la Relazione sulle operazioni autorizzate dal governo italiano alla società bresciana si scopre poi l’esportazione dei fucili Sako Trg ad altri paesi, lo scorso anno solo in Albania ne sono stati inviati 150.

Per quanto riguarda l’esportazione delle armi la legislazione finnica è leggermente più restrittiva di quella nostrana, tanto che lo scorso aprile la Sako ha minacciato di porre fine alla produzione in loco affidando tutto il lavoro alla casa madre dopo che il governo di Helsinki aveva negato le licenze per esportate i fucili in alcuni paesi tra cui la Giordania, l’Arabia saudita e l’Ucraina. Dichiarazioni considerate da molti analisti internazionali di facciata e nulla più, volte solo a fare pressioni sul governo locale minacciando ripercussioni sull’occupazione interna. Il gruppo Beretta è oggi una multinazionale presente, come produzione o commercio in tutto il mondo; di conseguenza lo spostamento di prodotti e semilavorati tra società controllate e la gestione delle esportazioni delle armi prodotte in Italia attraverso società poste fuori dell’Unione europea ma direttamente guidate dalla direzione di Gardone rendono vane le legislazioni italiane e continentali.

Angelilli (Pdl): Per i giovani abbiamo studiato molte misure in Europa

Abbiamo incontrato Roberta Angelilli,  Europarlamentare del Pdl ed attuale Vic presidente del Parlamento europeo, eletta ininterrottamente nelle istituzioni europee dal 1994. Ne abbiamo approfittato per farci spiegare meglio il ruolo dell’Europarlamento, quali decisioni sono state prese a Bruxelles e Strasburgo per cercare di arginare l’attuale crisi economica e per precisare meglio il rapporto tra gli italiani e l’Europa unita.

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Parlato: Spirito aveva una capacità di leggere il futuro non comune

Abbiamo incontrato in esclusiva Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Spirito-De Felice che ci ha aiutato a capire meglio il ruolo di questa istituzione, la sua missione ed ha cercato di semplificare in poche parole il pensiero di uno tra i più illustri e importanti filosofi del ‘900.

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Cina: il risveglio del consumatore

Si è svolta ieri, martedì 15 ottobre, nella cornice dell’ambasciata cinese a Roma, la tavola rotonda “Cina: il risveglio del consumatore”, nell’ambito del Festival della diplomazia. Molte le personalità che hanno partecipato all’evento, occasione in cui sono stati elencati dati che dimostrano come il gigante asiatico sia ormai lanciato verso la conquista economica del mondo. Sono intervenuti, in qualità di relatori: Andrea Perugini, Direttore Centrale per l’Asia Pacifico del Ministero degli Esteri, Beniamino Quintieri, Preside Facoltà di Economia dell’Università Tor Vergata, Francesco Marcolini, Presidente Zètema, Romeo Orlandi, Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia, Thomas Rosenthal, Fondazione Italia-Cina.

Attualmente la Cina sta cercando di riequilibrare la sua economia puntando sui consumi come maggiore fattore di crescita e su investimenti più produttivi, deregolamentazione dei tassi d’interesse, sviluppo dei mercati del capitale di debito, deregulation di settori fortemente statali e liberalizzazione degli investimenti internazionali per una più efficiente allocazione delle risorse. Senza dimenticare tre potenziali rischi: disordini politici e sociali, carenti investimenti aziendali, contrasti militari con i paesi limitrofi.

Osservato speciale il Pil del Paese, che negli ultimi anni è aumentato in modo vertiginoso e che ormai non interessa solo le grandi città ma anche le campagne, o quanto meno quel poco che ancora ne rimane. Nel nuovo piano quinquennale di Pechino, per la cronaca il dodicesimo, è infatti stabilita urbanizzazione forzata del 70% del suolo cinese con un investimento di circa 5mila milioni di euro.

A Pechino ovviamente non sono preoccupati delle possibili ripercussioni che una simile cementificazione – si parla di 37 milioni di nuove abitazioni – potrebbe avere sul settore terziario.

Da anni, del resto, la Cina ha iniziato ad investire la sua grande ricchezza per comprare non solo il debito pubblico estero ma anche veri e propri Paesi all’estero; dalle Filippine, tanto per citare un esempio, non mancano accuse di land grabbing (accaparramento dei terreni) nei confronti della Cina. Attraverso questo sistema, oltre che di un ulteriore incremento dell’agricoltura intensiva, potrà essere garantita l’industrializzazione selvaggia entro i propri confini sfruttando le terre altrui.

Totalmente votati alla causa cinese gli intervenuti hanno anche ricordato che ora i salari cinesi stanno perdendo competitività a livello mondiale a causa dei tanti aumenti imposti dal Governo in questi anni.

Obama, il petrolio e le pressioni delle lobby

Per il presidente statunitense Barak Obama questo non è certo uno dei periodi migliori, politicamente parlando. Nei giorni scorsi gli Usa sono entrati nello shutdown e la recente crisi siriana ha mostrato l’inizio della fine dell’egemonia americana a livello mondiale.

Un nuovo duro colpo all’amministrazione Obama potrebbe ora venire dall’ambizioso progetto Keystone XL, un nuovo e mastodontico oleodotto che partendo dal Canada e attraversando tutto il territorio a stelle e strisce dovrebbe arrivare fino al Golfo del Messico. Proprio in merito a questa infrastruttura sembra legato il destino del primo presidente nero degli Usa visto che sia l’opposizione interna sia quella internazionale lo attaccano su questo tema.

Il petrolio da sfruttare arriverebbe dalla regione canadese dell’Alberta, attualmente tra le trainanti dell’economica del paese dell’Acero che beneficia di una industria petrolifera in costante crescita, basata principalmente su petrolio ricavato da bitume impastato con sabbia e terreno. Sotto accusa però proprio il meccanismo di raffinazione di questo petrolio che richiede enormi quantità d’acqua e rilascia emissioni di gas serra in quantità molto maggiori della produzione tradizionale di petrolio. Per sfruttare questa risorsa si ha bisogno di una procedura particolarmente invasiva per l’ambiente: oltre a inquinare, la trasformazione in petrolio delle sabbie oleose devasta il territorio circostante.

Come anticipato sopra, questa tecnica estrattiva non è molto ben vista dalla comunità internazionale, anche se l’amministrazione Obama in merito a questo progetto è attaccata anche per altri motivi, in primis i costi visto che una volta ultima la conduttura sarà costata ben 7 miliardi di dollari. I difensori del progetto continuano a ripetere che questo garantirebbe molti posti di lavoro aumentando le entrate fiscali e arricchendo le riserve americane, ma i detrattori replicano ricordando i potenziali problemi legati alla sua costruzione ed al suo utilizzo. In particolare un recente studio realizzato dal Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali del governo americano dimostra che la produzione e raffinazione del petrolio attraverso l’utilizzo di sabbie bituminose produce molto più inquinamento del petrolio convenzionale. Applicando i risultati di questa ricerca al progetto Keystone si arriverebbe a produrre circa 1,2 miliardi di metri cubi di sostanze inquinanti; pressappoco quanto ne emette l’insieme di tutte le vetture circolanti negli Stati Uniti nel corso di dodici mesi.

Trattandosi di un progetto che interessa due Stati, gli Usa ed il Canada, l’ultima parola spetta al governo statunitense ed al presidente Obama che nelle sue campagne elettorali ha sempre promesso una grande impegno in difesa dell’ambiente. Nonostante cinque anni di trattative e pressioni della lobby per il momento la Casa Bianca ha sempre mostrato la proprio contrarietà a questo progetto; nelle settimane scorse però il governatore dello Stato del Nebraska ha approvata alcune modifiche al percorso e così gli ingegneri della società Transcanada, titolare dell’oleodotto, è tornata alla carica verso il Primo mandatario statunitense. In questa occasione Obama, pur ritirando fuori le critiche degli ambientalisti, si è mostrato possibilista pur ribadendo che non sarà dato il via libera fino a quando non verrà risolto in modo significativo il problema dell’inquinamento da diossido di carbonio.

Per il presidente il progetto Keystone rappresenta un vero e proprio bivio come sottolineato nei giorni scorsi anche dal new Yorker che ha evidenziato come opporsi a questo progetto sia ormai l’ultima possibilità per i democratici di opporsi alle pressioni delle lobby in un campo delicato come quello ambientale ed il tempo stringe visto che l’ultima parola dovrà essere detta entro la fine di questo anno.

Venezuela: Maduro aumenta gli stipendi minimi

Nel Venezuela orfano di Chavez continuano le politiche sociali che hanno fatto del chavismo uno dei progetti più ambiziosi e riusciti di questo XXI secolo. A partire dal prossimo mese infatti a Caracas e dintorni gli stipendi minimi aumenteranno per legge di un altro 10%, arrivando così a sfiorare i 3mila bolivar, circa 350 euro. Con questo aumento, il terzo nel corso di questo 2013, gli stipendi, rispetto allo scorso aprile, si rivaluteranno di circa il 40% A darne notizia il primo mandatario del Paese indio-latino che ha spiegato che la misura è necessaria per permettere ai più poveri di tenere un tenore di vita dignitoso nonostante nel corso degli ultimi mesi l’inflazione in Venezuela sia cresciuta del 32,9%. “Sto pensando, una volta che mi approveranno la Habilitante (una serie di poteri legislativi speciali dell’esecutivo richiesti al Parlamento), ad altre misure di sostegno” alla stabilità lavorativa e alla sicurezza sociale e in “difesa del salario”, ha detto il presidente durante un atto trasmesso dalla radio e dalla televisione nazionale. Per il Venezuela la morte di Chavez è stato un duro colpo e fino ad oggi l’operato del suo delfino Maduro non riesce ad esserne all’altezza. A livello internazionale si è scatenata una guerra speculativa contro il paese sudamericano. Il presidente sta con non poche difficoltà cercando di tenere in mano la situazione. Se da un lato aumentare i salari serve a non far precipitare la situazione interna dall’altra va detto che forse servirebbero misure più concrete per evitare di vivere in balia della speculazione finanziaria internazionale.

Il vaccino esavalente può uccidere

Sentenza storica del tribunale di Pesaro che getta nuove ombre sull’utilità dei vaccini infantili, e rilancia le tesi di quei genitori che si oppongono a questa pratica medica per tutelare meglio i loro figli. Pio Baldi, giudice del lavoro presso il tribunale marchigiano, in una recente sentenza ha infatti stabilito l’esistenza di un nesso tra la Sids, ovvero la sindrome della morte in culla, ed il vaccino esavalente, ovvero quello da effettuare nei primi mesi di vita e che dovrebbe mettere al riparo da, appunto, sei diverse patologie che potrebbero altrimenti mettere in serio pericolo la vita o la salute del bambino.

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