Fabrizio Di Ernesto

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Monthly Archives: luglio 2013

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Non si fermano le violenze in Egitto

L’Egitto è sempre più nel caos. Ad una settimana dal golpe che ha deposto Morsi e sancito la sconfitta dell’Islam politico, nonostante le azioni repressive dei militari ed un rimescolamento ai vertici dello Stato, il paese è tutt’altro che pacificato.

Molto preoccupato per la spirale di odio e violenza che si sta innescando nello stato nordafricano il neo nominato premier Hazem Beblawi che sembra quasi puntare ad un governo di larghe intese, e per provare a riportare la situazione sotto il livello di guardia è pronto ad aprire le porte del nuovo esecutivo anche ad esponenti dei Fratelli musulmani, purché da questi venga indicato un personaggio qualificato, anche se per il momento gli uomini del Partito della libertà e giustizia non appaiono interessati a raccogliere tale proposta, così come i salafiti.

 

Islamici sotto attacco

Se quindi la politica vuole ricucire lo strappo con la Fratellanza di diverso parere appaiono le Forze militari e la magistratura; se infatti i primi all’indomani del colpo di Stato avevano subito posto in arresto i vertici del partito confessionale, il procuratore generale de il Cairo ha ordinato l’arresto della guida suprema dei Fratelli musulmani, Mohamed Badie, accusato di aver incitato alla violenza in relazione agli scontri avvenuti lunedì scorso davanti alla sede della Guardia repubblicana in cui ci sono stati più di 50 morti. Per questi scontri sono stati emessi dieci mandati di arresto per nove alti esponenti della Fratellanza e un attivista del movimento, anche se un portavoce della fazione islamica ha affermato che per il momento nessun leader del movimento è stato ancora arrestato sostenendo che le accuse costituiscono un tentativo di spezzare la protesta, in particolare la veglia che vede migliaia di persone chiedere il ritorno in carica del deposto presidente Mohamed Morsi.

Come già annunciato però il ritorno alla normalità appare ancora lontano, anche perché, pur se isolate, continuano le violenze. Ieri attacco ad un checkpoint in Sinai portato a termine da estremisti islamici armati di lanciarazzi preceduto da un attacco alla città di Rafah dove c’è stato uno scontro a fuoco tra le forze di sicurezza egiziane e i militanti islamici; un primo bilancio parla di due morti e sei feriti.

 

Egitto in vendita

A rendere la matassa ancora più ingarbugliata poi ci sono le tante ingerenze straniere che puntano ad accrescere la loro influenza nel paese e nella regione.

Tra i più attivi gli Usa che, è proprio il caso di dirlo, con una mano danno e con l’altra tolgono. Se infatti il dipartimento della Difesa statunitense conferma la consegna già programmata di venti caccia F16 al Paese e di alcuni carri armati M1A1 Abrams dando seguito agli accordi del 2010 per un valore di 1,3 miliardi di dollari, Obama continua a  mettere in guardia l’esercito in merito alla possibilità di rivedere gli aiuti qualora il nuovo corso del paese dovesse forzare troppo la mano.

E proprio Obama ha avuto lunghi colloqui telefonici con l’emiro del Qatar e il principe degli Emirati arabi uniti per trovare una soluzione condivisa dal momento che il Qatar era un grande sostenitore del presidente egiziano deposto Mohammed Morsi, mentre gli Emirati si oppongono all’ex leadership e ai Fratelli musulmani e hanno promesso ai nuovi vertici egiziani garanzie e prestiti per complessivi 8 miliardi di dollari. Con un atteggiamento cerchiobottista l’inquilino della Casa Bianca ha concordato con il primo sulla necessità che l’esercito restituisca il potere ad un governo civile, mentre con il secondo ha discusso delle preoccupazioni per le violenze in corso in Egitto e della necessità di un processo politico inclusivo che tenga conto di tutte le religioni e i gruppi politici.

Alla finestre l’Iran che continua a condannare il golpe e a spendere parole di fuoco contro i militari autori della deposizione del presidente Morsi; le tante critiche piovute da Teheran hanno spinto il ministero degli Esteri egiziano a emanare una nota nella quale definiscono “inaccettabile” l’atteggiamento della Repubblica islamica

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Le tante contraddizioni economiche e sociali del Brasile

Le ultime proteste di piazza ed i relativi disordini che ne sono seguiti hanno fatto riemergere tutte le grandi contraddizioni del Brasile, un paese che in pochi anni è passato dalla povertà estrema ai vertici dell’economia globale.

Fino ad una quindicina di anni fa parlando del gigante sudamericano erano molti che continuavano ad utilizzare il termine Belindia, coniato dall’economista Edmar Bacha negli anni ‘70. In quel termine erano racchiuse tutte le grandi contraddizioni di un paese dove il 15% della popolazione aveva uno stile di vita ai livelli di quello dei cittadini del Belgio mentre il 70% si trovava sugli stessi livelli dell’India.

Negli ultimi dieci anni, anche grazie all’elezione di Luiz Inácio da Silva detto Lula, ovvero il Calamaro, la situazione è sensibilmente migliorata. Lula infatti ha saputo utilizzare al meglio le potenzialità del paese che già prima del suo arrivo si stavano sviluppando: indicatori macroeconomici di primo piano ed un Pil tra i primi dieci a livello mondiale. Al momento della sua elezione, nel 2002, inoltre la bilancia commerciale del Brasile si era chiusa con un saldo finale che sfiorava i dieci miliardi di dollari. L’agricoltura era alle stelle ed al caffè, allo zucchero ed alla arance si stava affiancando la coltivazione di soia e granturco con numeri che iniziavano a mettere in ombra quella statunitense. Carne bovina e pollame brasiliani stavano invadendo tutti i mercati, più della metà degli hamburger consumati tra New York e Los Angeles provenivano dai bianchi zebù che tappezzavano gli immensi pascoli del Mato grosso e di Goias.

L’altra faccia della medaglia era però data dall’indice Gini, che serve a misurare le disuguaglianze nella redistribuzione del reddito, che nel 2002 poneva il Brasile al 113simo posto, peggio di Brasilia facevano solo lo Swaziland, la Repubblica centroafricana e la Sierra Leone.

Mentre il numero dei ricchi cresceva, 50 milioni di brasiliani soffrivano la fame; il 20% della popolazione era totalmente analfabeta. La disoccupazione era del 7% ed in alcune regioni, ad esempio a San Paolo, raggiungeva punte del 20.

Appena l’un percento della popolazione, la parte più ricca, concentrava nelle proprie mani un reddito maggiore di quello del 50% più povero.

Una volta eletto Lula promise ed avviò una crociata contro la piaga della fame, un passaggio epocale dal neoliberismo delle privatizzazioni verso un modello economico basato sulla produzione nazionale, una progressiva riduzione del tasso d’interesse, che all’epoca risultava essere il più alto del mondo; istruzione, assistenza sanitaria e previdenza sociale per tutti i cittadini, realizzazione della riforma agraria e rilancio del progetto del Mercosur.

Non senza fatica Lula è riuscito a mantenere parte delle sue promesse, giovandosi anche degli effetti del Piano Real, varato nel 1994 e che, tra le altre cose, introduceva la nuova moneta, il Real appunto, al posto dello svalutatissimo Cruzeiro.

Durante i suoi due mandati il Brasile ha ottenuto risultati sorprendenti, tanto che nel 2004 l’inflazione, che aveva promesso di abbassare al 6,4%, era già scesa al 4,5%. Il Paese inoltre riusciva senza problemi a pagare puntualmente, se non addirittura in anticipo, il proprio debito estero e dopo un solo anno di cura Lula l’economia brasiliana registrava un’eccedenza della bilancia commerciale di quasi 20 miliardi di dollari, un bilancio positivo per il quarto anno consecutivo, che aveva permesso al Pil di cresce di oltre quattro punti percentuali. Numeri che avevano consentito a Lula di far diminuire in due anni di oltre il 10% il numero di coloro ancora costretti a vivere sotto la soglia della miseria.

A far da traino all’economia brasiliana soprattutto le esportazioni che sotto Lula hanno conosciuto un vero e proprio boom grazie principalmente al Bndes, la principale banca di sviluppo locale.

In appena 24 mesi, di cui più della metà vissuti in stagnazione e sfruttati da Lula per tranquillizzare i mercati internazionali con una gestione economica e finanziaria al limite del conservatorismo, e del tutto ossequiante ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, l’export era aumentato del 55%; un risultato ottenuto grazie al boom dell’agrobusiness con il Paese al vertice per quanto riguarda la soia, il granturco, le arance ed il caffè, solo per citare i prodotti più reclamizzati.

A giocare un ruolo determinante fu anche la Petrobas, l’ente petrolifero nazionale, che durante la presidenza Lula si è imposta sulla scena mondiale come un gigante che ha permesso al Paese di diventare energeticamente indipendente.

Tante luci ma anche ombre visto che dopo il primo mandato rimaneva la grande disparità tra ricchi e poveri, tanto che il 40% della popolazione, quella più povera, controllava meno dell’8% del reddito nazionale, mentre la fascia più ricca, il 10% dei cittadini, concentrava nella proprie mani poco meno della metà della ricchezza nazionale.

Durante il suo secondo mandato riuscì a spalancare al suo paese le porte del mondo arabo e di quello africano.

Alla scadenza del secondo mandato ha lasciato alla sua pupilla Dilma Rousseff un Paese migliore di quello che aveva trovato, con il tasso di disoccupazione sceso al 7%, con un tasso di alfabetizzazione ormai vicina al 90%, anche se molte delle contraddizioni e sproporzioni di Belindia continuano ad esistere.

Attualmente la crescita del Pil è costante ma lontana dai livelli della Cina ed inoltre il paese accusa ancora la mancanza di un polo tecnologico simile a quello di Bangalore in India che possa far compiere il definitivo salto di qualità.

Ad ogni modo oggi il Brasile rappresenta il capofila dei paesi emergenti ed ha deciso di celebrarsi agli occhi del mondo organizzando i due eventi mediatico-sportivi più importanti del mondo: Mondiali e Olimpiadi, come fatto per esempio dall’Italia nel ’60, dalla Spagna nel ’92 o dalla Grecia nel 2004.

Proprio gli esempi di Barcellona ed Atene però dovrebbero mettere in guardia Brasilia visto che questi due paesi dopo essersi celebrati agli occhi del mondo sono state investite da gravi crisi economiche che hanno portato la Grecia ad un passo dal fallimento e messo in grave difficoltà Madrid.